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Moni Ovadia

Passione e intolleranza

Il mio approdo alla politica è stato molto precoce e dopo una brevissima parentesi “socialdemocratica” sono diventato decisamente comunista. E' stata la lettura del Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels fatta a quattordici anni a provocare in me il passaggio repentino dal riformismo moderato al marxismo radicale. Allora frequentavo la Scuola Ebraica do Milano. Il ricordo della persecuzione antisemita era recentissimo, così come era memoria viva e pulsante la Resistenza, l'eroica lotta partigiana contro la barbarie nazifascista. Socialisti e comunisti erano ancora strettamente uniti negli ideali comuni. Molti dei nostri insegnanti erano di sinistra. I loro discorsi in occasione della commemorazione del Venticinque Aprile infiammava la sete di libertà e di giustizia dei miei giovani anni. Da quel tempo molta acqua è passata sotto i ponti, l'assetto del mondo è radicalmente cambiato e insieme ai cambiamenti sono maturate in moltissimi fra noi le istanze di autocritica, soprattutto riguardo agli aspetti ideologici del nostro pensiero. Le rigidità dottrinali sono franate, abbiamo fatto scoperte dolorose. Abbiamo appreso sgomenti che i khmer rossi, gli eroici combattenti cambogiani si sono macchiati di un autentico genocidio perpetrato ai danno del loro stesso popolo. Abbiamo visto che soldati con la stella rossa sul berretto (la stessa stella che ornava il poetico basco del Che) soffocavano nella più brutale repressione le richieste di libertà di studenti, proprio nella mitica piazza Tien-an-men dove il Grande Timoniere, il presidente Mao-tze-dong, aveva proclamato la fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Lo studente che con il suo sacchetto di plastica con i libri si opponeva alla minaccia del possente carro armato assomigliava come una goccia d'acqua agli studenti che siamo stati noi quando manifestavamo nelle piazze storiche delle nostre città contro l'imperialismo statunitense e le stragi di stato. Ancora oggi assistiamo al crepuscolo della grande esperienza socialista cubana che volge alla fine fra imprigionamenti, condanne di dissidenti e l'imbavagliamento di qualsiasi critica al sistema. Eppure, malgrado il fallimento dei socialismi reali, malgrado la morte di quelle ideologie che hanno lasciato il campo libero all'ideologia unica e devastante della furia iperliberista, i miei ideali non sono cambiati, ma ho smesso di pensare di essere depositario di verità assolute, ho preso in carico la complessità del reale e dei sentimenti umani. Da lungo tempo non scambio più la mia passione per il definitivamente giusto. Ciò, beninteso, non mi ha reso miope. Ancora oggi ritengo che una democrazia senza giustizia sociale sia solo una caricatura, che una giustizia senza giustizia sociale sia un bluff, che la libertà senza la pari dignità e i pari diritti sia una truffa, che solidarietà e fratellanza siano valori politici e non astrazioni utopiche, che la pace non sia assenza di guerra ma progetto di redenzione di un mondo gravato ancora da orrori e che l'unica condizione per conquistare un'autentica pace sia quella di vivere sul pianeta da stranieri fra gli stranieri. Ma c'è una cosa che mi divide e sempre mi ha criticamente e politicamente diviso da una parte del movimento di opposizione, oggi movimento pacifista e no global, di cui peraltro condivido in gran parte la radicalità del pensiero: la violenza e l'intolleranza verso chi ha posizioni più moderate, più sfumate o anche più dubitative.

La democrazia ha fra i suoi pilastri il celebre adagio volteriano che cito a braccio: “signore non condivido nulla di ciò che lei pensa, ma sono pronto a dare la mia vita perché lei possa esprimerlo”, se non riconosciamo ad altri il libero e non intimidito esercizio delle loro opinioni, miniamo il fondamento del nostro stesso diritto. Nessuno si può autonominare giudice e “agente di custodia” delle opinioni altrui. Quando poi l'intolleranza e l'insulto si rivolgono contro i compagni di strada, allora la passione politica si pone al servizio della sconfitta dello stesso progetto per cui si combatte. In questo senso le manifestazioni di intolleranza e di aggressività contro il segretario dei Ds Piero Fassino sono moralmente inaccettabili e politicamente autolesioniste. Oggi più che mai abbiamo bisogno dell'unità della sinistra riformista e di quella radicale per mandare in pensione l'attuale governo e per fondarne una nuova politica estera italiana ed europea che si contrapponga alla sciagurata ideologia dell'amministrazione Bush e del suo “spregiudicato” think tank.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 27/03/2004


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