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Moni Ovadia

Quale Pasqua?

Le feste come si sa ritornano ogni anno. Le ragioni profonde per cui quelle feste furono istituite invece no, anzi esse rimangono sempre più confinate in una sorta di limbo dalle coscienze a sospirare invano. Ma qualche ostinato come me, che nel suo piccolo, riguardo al senso dell'identità ma anche riguardo all'identità del senso rifiuta con la testardaggine del mulo l'obnubilazione dei principi e dei valori, ritorna ogni volta a sollevare la questione. Fra pochi giorni arriveranno due pasque: il pesakh, la pasqua ebraica e la pasqua dei cristiani. La prima celebra la liberazione di un popolo di schiavi “eletti”. Attraverso quell'esempio si lancia un progetto di liberazione per tutta l'umanità al fine di accedere ad un mondo basato su un inscindibile rapporto fra la libertà, l'uguaglianza, la legge e l'etica il cui garante è il Dio del monoteismo, Dio di tutti i popoli della terra. La seconda celebra la passione e resurrezione di un ebreo trentatreenne, il quale sale sulla croce romana per redimere il mondo dai suoi mali e salvare l'umanità. Quell'ebreo di Nazareth per i cristiani è il messia, è il figlio di Dio fattosi l'uomo che colloca al centro della sua predicazione l'amore e il perdono. Se dovessimo guardare gli aspetti dominanti del mondo odierno dovremmo constatare, a distanza di molti secoli, il fallimento di entrambe le prospettive salvifiche. L'intero occidente è dominato dall'idolatria del denaro e della vanità dilatate dalle conquiste del potere tecnologico. La stragrande maggioranza degli uomini si abbandona all'adorazione del vitello d'oro, il più forte vuole imporre la propria logica con la menzogna e con le armi, mentre i reietti della terra diventano sempre più reietti e per loro si allontana persino la speranza di una futura salvezza. Di perdono e amore se ne vede poco. La terra promessa è insanguinata più che mai. Gli attuali leader di quella parte del popolo eletto tornato sulla famosa terra, menando il vanto di avere costruito una democrazia di puro stampo occidentale, si sono infilati nel cul-de-sac dell'occupazione e della colonizzazione dei loro vicini perseguendo con ostinazione la logica della forza e del colpire duro i malvagi anche se ci vanno di mezzo gli innocenti. Dopo Yassin adesso tocca ad Arafat. Prigionieri delle loro fortissime giustificazioni come le terribili stragi terroristiche e l'odio degli integralisti e di una parte del sempre più disperato popolo palestinese essi non sanno vedere oltre come seppe fare il profeta balbuziente. Mosè vide da lontano quella terra dove costruire l'unico modo di vivere in pace: da stranieri fra gli stranieri. Una terra i cui confini sono ragione di incontro e non di scontro.

Moltissimi nella cristianità proprio nei giorni della santa pasqua, oltre alle celebrazioni di rito, riterranno d'obbligo andare al cinematografo per assistere alla passione di Gesù secondo Mel Gibson, una lezione delle scritture a metà fra gli stereotipi dello showbusiness americano intinto in un guazzetto pulpfiction e un tardo cattolicesimo integralista preconciliare che riattizza una perversa lettura dei Vangeli fonte di secoli di massacri, violenze e intolleranze. Rivedranno nel modo più rozzo e volgare l'immagine del popolo deicida ebbro di cattiveria come non si vedeva più dai tempi della propaganda nazista. Il film sembra piacere agli integralisti e fondamentalisti del mondo musulmano i quali nella ridondanza di sangue (di bue) della finzione cinematografica vedono il martirio dei palestinesi e degli altri arabi come gli iracheni ad opera dei crociati statunitensi e dei loro perfidi alleati sionisti. Nella prospettiva del sangue chiama sangue, sullo sfondo appare il sangue vero del furore fanatico di Fallujia. Un bell'esempio di incoerente coerenza. Si sta davvero preparando una degna pasqua. Ritorna in forma grottesca il micidiale cocktail di retorica, falsificazione, odio, prepotenza, rigidità mentale, fanatismo che tanti lutti ha provocato nella storia dell'umanità. Per rispondere al nauseante lezzo di brutale stupidità che rischia di appestarci, spezzando il pane azzimo alla tavola del mio pesakh ricorderò che quello stesso pane azzimo spezzava l'ebreo Gesù e che lui raccontava la stessa storia di liberazione dall'Egitto che racconto io, perché il suo Dio è anche lo stesso Dio di Abramo. Lo stesso Dio di Muhammad il profeta dell'Islam, il Dio della pace e della fratellanza universale. Ai miei ospiti alla fine del rito “ufficiale” ripeterò un versetto della Torah: “ama il prossimo tuo come te stesso”. Un versetto dei vangeli: “la benedizione prima sui giudei e poi sui greci, perché davanti a Dio non ci sono favoritismi”. E uno del Corano: “Se Allah avesse voluto fare di tutti gli uomini una sola comunità di fede lo avrebbe fatto, ma così non ha fatto. A ciascuno di voi ha assegnato una regola ed una via. Gareggiate nelle opere di bene! Un giorno tornerete ad Allah e Egli vi spiegherà le ragioni del vostro essere diversificati”. Buona pasqua.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 03/04/2004


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