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Moni Ovadia

Il paziente inglese

Le parole, di questi tempi, faticano terribilmente a mantenersi afferrate al senso da cui promanano e che dovrebbero rappresentare. I termini divengono ambigui e la prima di questa infezione del senso, è l'irresponsabile e smodato uso del linguaggio che domina la comunicazione mediatica affetta da abuso di vaniloquio e di starnazzamento da cortile in forma pseudoverbale. Nel campo della politica, una delle perdite di senso più inquietanti ha colpito la definizione di sinistra. Nata semplicemente dalla collocazione fisica di certe forze politiche nei parlamenti, nel corso del Novecento ha assunto significati pregnanti che indicavano orientamenti ideali precisi sia in riferimento alla sinistra estrema, sia a quella riformista, che a quella più moderata. Nell'ambito dei valori morali e politici nella posizione definita “di sinistra”, si sono riconosciute organizzazioni comuniste, socialiste, anarchiche, libertarie, socialdemocratiche, radicali, cristianosociali e persino repubblicane. Da qualche lustro non è più così. Per esempio, nel nostro Paese esistono piccoli partiti che si definiscono socialisti i quali, con estrema disinvoltura, sono alleati organici delle forze di centrodestra. Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi che in odio tutto ciò che sa di sinistra e che è incline a considerare pericolosi comunisti anche i giornali più liberali d'Europa, non paventa il ridicolo quando definisce se stesso presidente operaio e socialista. Anche fra coloro che nei parlamenti siedono a sinistra, vi è chi ritiene una distinzione troppo schematica fra destra e sinistra un po' demodé. Del resto, gli scavalcamenti di campo sono frequenti e disinvolti, al punto che oggi, fra i più accaniti sostenitori del governo di destra della sedicente Casa delle libertà, ci sono diversi ex comunisti “redenti2 con acrobazie degne dei più spericolati trapezisti. Questa confusione delle appartenenze per moderna che sia, non sembra giovare alla salute delle nostre malatissime democrazie. Il virus del papocchio, come si conviene ad ogni serio virus, non si sviluppa solo entro i disastratissimi confini del Belpaese. Il caso più acuto di influenza di questo virus è quello inglese ed il paziente più grave di quel paese, è il primo ministro del governo laburista britannico Tony Blair. Sfido il retore più abile, il sofista più spregiudicato, a ravvisare una qualche inclinazione di sinistra nel very good boy che occupa la storica residenza di Downing Street numero 10. Tony Blair è in tutto e per tutto un alleato organico di George W. Bush, forse il presidente più reazionario che gli Stati Uniti d'America abbiano mai espresso nella loro storia. Un presidente che sta demolendo sistematicamente, con la scusa della lotta al terrorismo, i principi più sacri su cui si fonda la democrazia del suo paese e ogni democrazia degna di questo nome, che ha inferto un colpo esiziale all'idea di legalità internazionale e che ha distrutto in pochi mesi la credibilità dell'intero Occidente con una pratica ed un'ideologia nutrite dalla prepotenza, dall'arroganza e dalla tortura razzista figlia delle loro viscere. Ma anche senza volersi rifare al noto adagio; “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, chi è Tony Blair? E' un capo di un governo che ha mentito al suo paese, un bugiardo che, come prova dell'esistenza delle armi di distruzione di massa in Iraq, rivelatasi in seguito falsa, si è servito di una vecchia tesi di laurea scaricata da Internet con tanto di errori di stampa, è il leader di un partito di chi ha infangato la gloriosa tradizione trascinando un governo laburista nell'infamia della tortura come prassi sistematica. Il fondatore dell'Indipendent, Andreas Whittam Smith, ha dato sul premier inglese questo giudizio riportato dal quotidiani La Repubblica: “Non riesco ad immaginare un primo ministro che sia stato causa di maggior disgrazia per questo paese. Non Eden che ci condusse al disastro di Suez 50 anni fa, neppure Chamberlain, a cui va ascritto l'accordi di Monaco, non Salisbury, che portò la Gran Bretagna in guerra contro i coloni boeri in Sudafrica. Negli annuali dell'ignominia britannica nessun primo ministro è caduto in basso quanto Blair”. Qualcuno potrà giudicare queste parole eccessive e dettate dal disgusto suscitato dalle immagini dei prigionieri iracheni inermi torturati senza pietà sia dai soldati americani che da quelli britannici, ma non vi è dubbio che la politica del premier inglese rappresenti un serio problema per l'Europa e per la sinistra. Qualsiasi europeista serio, a prescindere dai propri orientamenti politici, non può non desiderare un'Europa indipendente che intrattenga rapporti con gli Usa sul piano della pari dignità. La classe dirigente britannica così come quelle conservatrici di altri paesi, fra i quelli il nostro, devono decidere se vogliono far parte organica e sentita della futura unione sovranazionale europea, oppure candidarsi a portare il loro paese nella federazione statunitense. Tony Blair ha già fatto la sua scelta. E per quanto attiene all'Internazionale, sarebbe ora di stabilire qualche criterio fondato per rimanervi o per aderirvi. Altrimenti perché non chiamare ad unirsi al club la Lega di Bossi o il Front National di Le Pen.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 15/05/2004


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