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Moni Ovadia

La memoria dolente di Tommy

La condizione e la cognizione del dolore e della sofferenza sono una delle più indiscutibili prove dell'uguaglianza degli uomini, di quello statuto di universalità dell'essere umano a lungo negato e oggi riconosciuto nei solenni enunciati sovra nazionali. Questo status universale che emerge dalla consapevolezza acquisita a prezzo delle voragini di orrore in cui l'umanità è precipitata, in particolare misura nel corso del secondo conflitto mondiale, tuttavia è ancora oggi ben lungi dall'essere percepito nella profondità delle coscienze individuali, soprattutto nella pratica delle relazioni interumane in situazioni estreme come i conflitti in genere e l'emergenza terrorismo in particolare. Le torture a sfondo coloniale e razzista, perpetrate dai militari statunitensi e britannici ai danni dei prigionieri iracheni, ci hanno costretto ad un brusco risveglio e ad una rimessa in questione della nostra tronfia ed autoconclamate superiorità di occidentali. Il rifiuto del governo statunitense di riconoscere l'autorità del Tribunale Internazionale sui Crimini di Guerra riguardo ai propri cittadini per molti di noi era suonato come una campana a morto sull'idea della natura intrinsecamente democratica della nostra civilizzazione. Dopo ciò che abbiamo visto è arrivato il momento di cessare di nascondersi dietro ad una presunzione di innocenza, di essere migliori degli altri per avere una volta combattuto il male o per avere sofferto ogni oltre misura. Israele per esempio ha vissuto di recente un dramma di passioni profonde e dolorose a causa delle dichiarazioni di Tommy Lapid, uno dei ministri del governo Sharon. Lapid ha visto in televisione i brutali effetti sulla popolazione civile delle recenti operazioni “anti-terrorismo” dell'esercito israeliano a Rafah nella striscia di Gaza. Un'immagine in particolare ha sollecitato la sua indignazione: quella di una vecchia palestinese che frugava fra le macerie della sua casa rasa al suolo alla disperata ricerca delle sue medicine. La vista di quella disperazione, le riprese televisive di quel dolore gli hanno fatto ritornare alla mente e al cuore l'immagine indelebile di sua nonna cacciata dai nazisti della sua casa e poi mandata a morire in un lager nazista. Immediatamente il sospetto paragone con l'Olocausto ha fatto scattare l'indignazione di Sharon e di altri ministri della compagine di centro-destra, fra i quali Bibi Natanyahu, i quali hanno chiesto a Lapid di ritrattare il paragone blasfemo con la Shoà. Lapid ha subito detto che non era sua intenzione fare paragoni con lo sterminio nazista, ma ha ribadito il suo dolore e la sua indignazione, spiegando che ciò che aveva visto era indegno della tradizione morale di Israele e dell'etica ebraica. Inoltre si è detto convinto che questo tipo di pratica avrebbe prodotto la generale riprovazione della comunità internazionale e che ciò avrebbe gravemente nuociuto al paese. Ora, Tommy Lapid non solo è un ministro dell'attuale governo israeliano, ma è anche un moderato, non è un pacifista di Shalom Akhshav, non è un comunista, non è un ebreo ortodosso antisionista. Tommy è solo un uomo che ha sofferto e ha sofferto molto, da piccino. Tommy è scampato allo sterminio e conseguentemente non sopporta di vedere soffrire il suo prossimo, tanto più se si tratta di un bambino o di una vecchia. Per Tommy i civili palestinesi sono prima di tutto degli esseri umani. Certo, Rafah non è Auschwitz, Jenin non è Birkenau, questi paragoni sono non solo profondamente ingiusti, ma anche insensati e rischiano solo di far danni. Ma detto questo, quando anche mille volte abbiamo ribadito che Rafah non è Auschwitz, forse per questo diventeranno accettabili le quarantennali sofferenze dei palestinesi? Questo renderà meno ingiusto e violento il radere al suolo le case di povera gente? Diverrà forse morale lo sradicamento migliaia di ulivi secolari per creare zone cuscinetto al fine di permettere ad un pugno di coloni fanatici di condizionare il destino di due popolazioni?

Sarà per questo accettabile che sempre di più all'orrore terrorista si risponda con la pura logica della rappresaglia che miete soprattutto vittime civili? Il ministro della difesa israeliano generale Mofaz si è scusato per i morti civili e ha dichiarato che le colonie di Gaza sono state un errore storico. Ma guarda che novità! Il grande pensatore israeliano Yeshayau Leybowitz già all'indomani del '67 aveva dichiarato che l'occupazione e la colonizzazione avrebbero corrotto la società israeliana.

Quel monito è divenuto sempre più attuale e ancora oggi centinaia di migliaia di ebrei e israeliani lo ripetono instancabilmente perché si trovi il coraggio di uscire dal circolo di sangue. Spesso gli uomini di pace gridano il loro allarme con accenti accorati come nelle ultime righe di questa mail rivolta da un ebreo osservante di Boston ad un rappresentante del governo israeliano sulla rivista Tikkun: “Vi imploro di fermare l'interminabile, furioso ciclo della rappresaglia e della contro rappresaglia, l'escalation che rischia di inghiottire il mondo. Non mi importa sapere chi è stato a cominciare, voi tutti, ciascuno di voi, fermatevi immediatamente! Vi imploro di tornare al mondo della carne vulnerabile e della mutua accoglienza, alla santità. Ritornate alla via della Torah: “Tutti i suoi sentieri sono pace”.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 29/05/2004


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