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Moni Ovadia

Centro centro sinistra sinistra

La scuola l'ho fatta a Milano. I primi undici anni in due villette non lontane dal parco Sempione, due graziosi edifici appartati che furono la sede della scuola ebraica ai tempi delle leggi razziali, quando gli ebrei furono espulsi dall'istruzione pubblica e costretti ad organizzarsi per conto proprio. Il vice preside di allora era il professor Eugenio Levi soprannominato “il foca” per via di vistosi baffoni che portava con dignità sorniona. Grande critico e studioso goldoniano, “il foca”, era un uomo all'antica, portava ancora la spilla con la perla appuntata alla cravatta ed era elegantissimo nei suoi abiti classici di impeccabile fattura impiantata su pregiate stoffe inglesi. “Il foca” era molto stimato e rispettato, ma anche bonariamente preso in giro per un suo vezzo nell'attribuire i voti alle interrogazioni, o ai compiti in classe, in modo inconsueto. Questo era il suo metodo di valutazione: 556, più sul cinque che sul sei, 566, più sul sei che sul cinque, 667 più sul sei che sul sette, 677 più sul sette che sul sei e così via... Altri preferivano un più beffardo: dal 5 e ¾ al 6 meno, meno, meno. Strani tempi, altra scuola. Ma queste buffe valutazioni del precario e alterno impegno dello studente non studioso mi ricordano il dibattito attuale su quale debba essere la natura dell'alleanza politica che dovrebbe affrontare il governo di destra del cavalier Berlusconi. Si disquisisce se debba essere di centro-sinistra, oppure di sinistra-centro. E perché non di centro/centro-sinistra, ma anche di sinistra/sinistra-centro? Io personalmente opterei per sinistra/sinistra/sinistra-centro/centro/centro, tanto di ogni schieramento per fare contenti tutti. Molti politici del governo e dell'opposizione si dedicano con ludibrio a queste questioni che per decenza eufemistica definirei di lana caprina. È bastata la vittoria alle primarie dell'Ulivo in Puglia di Niki Vendola, un politico di vaglia esponente del partito della Rifondazione Comunista per sollevare la solita tempesta nel bicchier d'acqua. Di nuovo ci siamo dovuti sciroppare la litania del pericolo di scivolamento a sinistra dell'opposizione, di nuovo si sono levate le solite voci delle prefiche che profetizzano l'esodo biblico verso i lidi del “polo” della folla padrona di ogni elezione, i mitici, inossidabili moderati. Ma c'è qualcuno che ci spieghi chi e quanti siano i moderati? Esiste un sapiente che ne analizzi la natura profonda, che ci dica se siano un monolito ovvero un blocco sociale che presenta al proprio interno significative differenze. E poi, il moderato, è immobile nel tempo o è dotato di un cervello che lo renda sensibile alle trasformazioni socio economiche e geopolitiche? È cittadino elettore o divinità crudele succhiavoti? Inoltre, è moderato qualcuno che oggi scelga di votare Berlusconi dopo che si è rivelato il presidente del consiglio più estremista della storia repubblicana? È solo il moderato ad essere giudice di ciò che è politicamente accettabile? È lecito sacrificare al placet del moderato ogni tratto identitario di una forza politica? Ritengo che questo tormentone dei voti moderati non porti da nessuna parte.

Il muro di Berlino è caduto da un pezzo, lungo i nostri confini non ci sono né Baffone né i carrarmati sovietici, il pericolo rosso sta nella testa bacata di qualche demagogo. Oggi il confronto fra le forze politiche in Europa verte su ben altre questioni e si basa sostanzialmente su una diversa visione dell'economia di mercato - talora molto diversa - su questioni riguardanti i diritti sociali, l'ambiente, l'informazione, la sanità pubblica, l'istruzione, la cultura, la qualità della vita. L'ossessione dello schema moderati versus radicali è obsoleto e rischia di far perdere di vista gli obiettivi della prossima competizione elettorale che mette in campo valori di riferimento istituzionale antagonistici e una visione “radicalmente” opposta dell'idea stessa di società democratica. Più che di moderazione in questo momento abbiamo bisogno di chiarezza, coerenza e coraggio.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 22/01/2005


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