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Moni Ovadia

Gli assassini e le vittime

L’ultima sentenza del processo per la strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana a Milano è coerente con tutta la gestione delle vicende processuali, dei risvolti socio-politici e con la situazione generale della giustizia nel nostro disgregato paese. Questo è il lapidario commento di Francesca Dendena che perse il padre Pietro: “Strana questa giustizia che tratta le vittime come gli assassini e gli assassini come le vittime”. Quando un cittadino è totalmente indifeso di fronte al crimine, anzi assiste al suo trionfo, significa che suona la campana a morto per l'intero senso del diritto. E quando muore il diritto muore la democrazia, la libertà, la dignità. La cassazione non poteva agire altrimenti, si è sentito dire. Ecco, questo è il vero problema. L'aspetto burocratico-procedurale prevale sui valori più elementari e fondativi dell'idea di legge. Ma quest'ultima sentenza è solo la macabra punta di un iceberg. Ogni volta che ci si avvicina ad una questione giuridica, sia essa di rilevanza civile o penale, c'è un'altissima probabilità di scontrarsi con l'impossibilità di vedere rispettata la più banale ragione, vuoi per la durata dei processi, vuoi per le infinite cavillosità ed elusioni che consentono a chi vuole trasgredire le leggi, di avere mille sostegni mentre viene frustrata, con maniacale accanimento, la legittima aspirazione dell'offeso a vedersi riconosciuto come tale. Sempre più spesso negli ultimi anni mi è capitato di ascoltare autorevoli e onesti avvocati sostenere con accorato realismo che andare in causa senza avere le spalle grosse è già come avere perso. È dunque consigliabile e saggio, per chi non sia potente e ricco, accettare una diminuzione di legittimi diritti per non perdere capra e cavoli. Ho sentito giudici di grande caratura considerare amaramente che in Italia non si può avere fiducia nella giustizia. Non ho uno spirito forcaiolo e non mi dà la minima soddisfazione sapere che degli esseri umani stanno chiusi in un carcere, tanto più in un sistema carcerario disastrato come il nostro. Il problema dell'espiazione del delitto, il significato di tale espiazione e le sue modalità applicative, sono importanti ma possono essere sottoposte a continua e dialettica riflessione e verifica senza che l'idea di diritto venga corrosa. È invece urgente ed irrinunciabile, fare giustizia con il massimo di chiarezza ovvero stabilire in tempi certi il torto e la ragione, distinguere il colpevole dall'innocente, la vittima dal carnefice, il giudice dal reo, il truffatore dal truffato. Fare riferimento a pensieri filosofici scaturiti da condizioni estreme per affermare che siamo tutti colpevoli ovvero tutti innocenti è capzioso e vile. La giustizia giusta conferisce senso alla vita e alle relazioni interumane nel quadro di una sola umanità. Quando essa cessa di essere tale, una società precipita nel non senso giuridico, bacino di coltura per demagogie, velleità totalitarie e ricettacolo per farabutti in cerca di occupazione politica. La democrazia italiana, già minata da anomalie e da insidie, mostra chiazze sempre più estese di marcio nelle travi portanti. Il parlamento si è riempito di inquisiti ed ha varato leggi ingiuste su misura per tutelare l'arbitrio di potenti, prepotenti e malversatori. L'intero sistema rischia di marcire ed è inutile consolarsi esprimendo fiducia generica alle istituzioni, nessuno nega che ci siano galantuomini in ogni ambito della nostra società, ma la loro capacità di esprimersi è sempre più esigua quando non ridotta all'impotenza. È urgente ricollocare la questione morale al centro della riflessione politica, ma è inaccettabile delegarne la gestione ai sempre più sconci e pornografici salotti televisivi dove non si ragiona perché si è presi a starnazzare il più forte possibile per sopraffare lo starnazzamento altrui. Nel frattempo sarebbe segno di decenza rimuovere dalle aule di tribunale la scritta: “La legge è uguale per tutti”. Oggi come oggi suona insieme ridicola ed offensiva.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 07/05/2005


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