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Moni Ovadia

Facciamo gli Europei

Il cammino di costruzione dell'Europa unita ed allargata ha subito due pesanti battute d'arresto, una targata Francia, la seconda Olanda. Il Vecchio Continente ha ingranato la retromarcia. Per chiarezza, è giusto che dica come avrei votato io, se lo stesso referendum per la ratifica della costituzione europea fosse stato proposto in Italia: avrei votato sì. Con la stessa convinzione, sono per il sì all'immediato ingresso della Turchia, della Romania e dell'amata Bulgaria che mi ha dato i natali. Le sfide poste dal nuovo assetto mondiale sono troppo grandi ed urgenti perché le nazioni possano singolarmente affrontarle con qualche chance di successo o anche solo per non essere travolte dal colosso cinese o indiano o per non finire cooptate nel tritacarne del neoimperialismo neocon degli Stati uniti d'America. Masochisti poi mi paiono quei buontemponi che sognano di tornare alla liretta e credono nel potere taumaturgico delle barriere daziarie. Detto questo, non posso disconoscere che le ragioni del no, ancorché velleitarie nel lungo termine, non siano prive di fondamento. L'Europa dei mercati, dei banchieri, delle istituzioni fotocopia governate da una burocrazia ipertrofica, non riuscirà mai a darci l'Europa degli europei. In questo senso, anche se stinto da un eccesso di citazioni non può non venire in mente il vecchio adagio del D'Azeglio: “L'Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani”. Bisognerebbe però aggiornarlo: “L'Europa non è compiuta, bisogna fare gli europei perché la compiano”. Quali sono i pilastri fondanti di una qualsivoglia identità? Cultura, memoria, bildung, conoscenza, emozioni, sentimenti. L'intellighenzia cosmopolita del Vecchio Continente è sempre stata europea de facto, come lo sono stati i suoi ebrei che la maledetta Europa dei nazionalismi ha ridotto o lasciato ridurre in cenere per odio o per vigliaccheria generando ai confini del proprio Mediterraneo un nuovo nazionalismo e sottraendo preziosissimo humus al progetto comunitario di oggi. La tremenda lezione è servita a poco se si considera l'ignobile comportamento tenuto in genere dagli stati membri della UE nei confronti della ex Jugoslavia. Gli europei d'antan ricevevano una formazione europea, facevano letture europee, si emozionavano davanti alla pittura europea, scoprivano la settima arte europea e parlavano lingue europee. Ciò che una volta era dotazione provocata dai sommovimenti della storia, dagli esili o dallo spirito di “casta”, oggi deve essere creato dall'istituzione pubblica comunitaria attraverso massicci investimenti nel campo dell'educazione, della cultura, della conoscenza, unici strumenti che possono trasformare profondamente la percezione del sé di cui abbiamo bisogno per forgiare un'identità collettiva in senso europeo. I mercati, per loro vocazione e statuto, sono indifferenti ai valori della complessità e profondità culturali. Le fortune economiche di oggi prosperano e si sviluppano nelle forme massive e omologanti con rarissime e preziose eccezioni. Che cosa si aspetta per creare una TV europea, una radio, un cinema europeo, un teatro europeo? Non bastano le etichette e i fiori all'occhiello della marginalità, magnifici e necessari per il loro coraggio ma decisamente insufficienti per promuovere le trasformazioni dei grandi numeri. Quando i nostri politici, tendenzialmente miopi, capiranno che cultura, formazione e conoscenza sono ambiti cruciali per rendere la politica efficace e incisiva nella costruzione di una società ricca e dinamica e pertanto non depressa? Nell'attesa che si decidano, prepariamoci a continuare nella conta dei “No!”. 

Moni Ovadia – L’UNITA’ – 04/06/2005


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