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Moni Ovadia

Gli ulivi della violenza

Il neo Primo ministro israeliano Ehud Olmert, succeduto a Sharon che versa tuttora in gravissime condizioni di salute, ha dichiarato “tolleranza zero” contro i coloni religiosi ultranazionalisti di Hebron. Costoro, poche famiglie, hanno occupato abusivamente un vecchio mercato e case appartenenti a dei palestinesi. A sostegno delle loro azioni illegali, adducono la ragione che quei luoghi, prima del pogrom antiebraico scatenato dai palestinesi contro la popolazione ebraica di Hebron nel 1929, appartenevano ad ebrei. Questi coloni che mescolano con disinvoltura la Torah brandita come una clava e un nazionalismo forsennato basato su una lettura rigida e violenta del testo sacro, se ne infischiano di ogni legalità nata dalla comunità internazionale e dei regolamenti stabiliti dall'autorità di occupazione israeliana. I più giovani e scalmanati fra i settlers di Hebron, si sono mascherati con passamontagna neri come gli hooligans degli stadi o i blackblock - i casseur delle banlieu parigine-, hanno tinto di nero la stella di Davide per farne un simbolo di lotta violenta e ne hanno fatto un graffito da guerriglia urbana. La più ripugnante delle loro scorribande recenti è stata la recisione vandalica di duemila ulivi appartenenti a contadini palestinesi. Il danno materiale crudelmente inflitto a civili indifesi è solo la punta dell'iceberg, sotto c'è lo sfregio simbolico all'albero della pace, del patto noachita. L'ulivo dà un frutto piccolo e umile che miracolosamente produce alimento, luce e calore. Nell'oliva si fondono economia e intimità spirituale di una gente. Questi fanatici dicono di studiare il Talmud mentre lo pervertono, ondeggiano ipercineticamente davanti alla Torah sostenendo di onorarla e con la loro aggressività la infangano facendone uno strumento di odio. Il signor Olmert, tuttavia, non dovrebbe rimuovere nell'oblio le responsabilità che i politici come lui hanno nell'avere legittimato quelli che oggi lui stesso chiama teppisti e mascalzoni. La politica ingiusta e brutale della colonizzazione e dell'occupazione ha generato questi squadristi, il “sogno” perverso della Grande Israele li ha nutriti e ne ha eccitato l'intolleranza. Le voci indipendenti ed oneste che si sono levate in Israele stessa e nel mondo per denunciare gli arbìtrii e le sopraffazioni, sono state aggredite con le più ingiuriose calunnie dai sostenitori dei governi conservatori israeliani. Quelle voci non facevano che riecheggiare il monito profetico di Yeshayau Leibovitz, pensatore sionista ed ebreo religioso che aveva ammonito a ritirarsi dalle terre palestinesi perché l'occupazione si sarebbe rivelata una maledizione per Israele e per la coscienza ebraica. È arrivata l'ora di dare ascolto a quella voce. Se la scelta di chiamare il nuovo partito di centro Kadìma, (Avanti), ha un senso, il senso deve essere quello di procedere con determinazione verso la pace rimuovendo le cause del conflitto, bonificando la palude dell'odio senza indulgere a tatticismi e furbizie. Il primo passo necessario è quello del riconoscimento dei pieni diritti del popolo palestinese in un vero Stato con Gerusalemme Est come capitale e la sovranità sulla Spianata delle Moschee che abbia pari dignità con lo Stato di Israele. La creazione di questo status è urgente per contrastare i seminatori di odio e di morte. Oggi altro sangue innocente è stato versato dal terrorismo suicida delle brigate Al-Quds. Come sempre i violenti lavorano in solido. Non c'è più tempo da perdere con la melina di trattative parziali e sfiancanti.


Moni Ovadia – L'UNITA' – 21/01/2006


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