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Moni Ovadia

Il Papa e la logica talmudica

La chiesa cattolica conciliare ha dato avvio a molti cambiamenti nel comune sentire dei cattolici. Per quanto riguarda i rapporti con il mondo ebraico, la dichiarazione solenne della Nostra Aetate: «Gesù è ebreo e lo è per sempre» ha radicalmente mutato i rapporti fra le due fedi monoteiste, non solo nell’approccio fra le persone, ma anche nelle relazioni fra i due pensieri. I rilevanti progressi compiuti hanno tuttavia lasciato non affrontati alcuni sviluppi della conoscenza reciproca, da cui entrambe le religioni trarrebbero vantaggio. Per esempio, l’ebraismo potrebbe rivitalizzare la propria vocazione all’universalismo prestando ascolto al magistero universalistico delle migliori forze cattoliche, il cattolicesimo da parte sua potrebbe trarre profitto per attenuare certe proprie perduranti rigidità dottrinarie, accogliendo nel proprio argomentare teologico-morale qualche eco dell’orizzonte dialettico e paradossale del Talmud ebraico. In una delle epoche più fiorenti per il pensiero talmudico esistevano due grandi scuole, quella di Hillel e quella di Shammài. I due grandi sapienti spesso entravano in conflitto di pensiero nell’interpretazione delle scritture. Dopo una lunga serie di polemiche, la maggioranza dei maestri, democraticamente, decretò che la parola della Torah era quella di Hillel. Ma subito dopo avere espresso questo orientamento, i maestri si affrettarono a precisare che però, anche la parola di Shammài era la parola della Torah e, non paghi di questo apparente “cerchiobottismo”, conclusero che forse, in un futuro non precisabile, la parola di Shammai sarebbe stata la parola di Dio più di quella di Hillel.
Cosa intendono segnalarci i grandi maestri che edificarono il più enigmatico e paradossale libro sacro che abbia mai visto la luce, perché pur essendo sacro accetta e sollecita la propria rimessa in discussione? I nostri saggi ci ricordano che i comandamenti, i precetti, gli statuti della Torah sono santi, ma vivi, quindi debbono vivere con l’uomo nel suo cammino della vita. Quando la parola del Dio vivente non da adito a diverse possibili interpretazioni, allora essa non proviene da quella fonte ma viene da un idolo inerte che conduce alla necrosi del pensiero. Veniamo ora ad una fattispecie dei nostri giorni. Il sommo pontefice Benedetto XVI dichiara che vita, matrimonio, educazione sono principi non negoziabili. L’affermazione è chiara ed impeccabile, ma necessita di un chiarimento, ovvero: noi cattolici li interpretiamo secondo la nostra dottrina di fede. Scegliamo in questa prospettiva il tema della vita. Essa, secondo tale dottrina deve essere rigorosamente difesa nella sua sacralità dal momento del concepimento al momento del trapasso, in qualsiasi condizione esso avvenga. Il modestissimo talmudista amateur che c’è in me, a questo punto ritiene lecito porre una rispettosa domanda. L’anatema contro l’uso dei preservativi che, al di là delle migliori intenzioni, provoca la morte di milioni di innocenti a causa di un terribile morbo, rientra nella difesa sacrale della vita o non configura piuttosto un favoreggiamento della morte? Ritengo che il Pontefice propenda per la prima delle alternative, noi laici, agnostici, atei o dubitanti propendiamo per la seconda. Non pretendiamo di imporre la nostra interpretazione, né ci sogniamo di chiedere che sia accolta come interpretazione autentica anche dai cattolici dottrinari, ma chiediamo almeno che le riconoscano pari dignità e diritto. E se ciò vale per la vita, non può non valere per il matrimonio, per l’educazione dei figli o per altre questioni che contrappongono una parte del pensiero cattolico ad altri pensieri?


Moni Ovadia – L'UNITA' – 01/04/2006


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