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Moni Ovadia
L'UNITA' – 25/05/2002

Attacco alle rane

Il teatro negli ultimi due decenni ha progressivamente perso d'interesse per i media. Sui grandi organi di stampa lo spazio dedicato a Thalia, la musa della scena, è progressivamente diminuito da cadenza quotidiana, a cadenza di giorni alterni e talora persino a cadenza settimanale. L'unica delle arti che per statuto si collochi fra arte e vita, ha perso gran parte delle proprie attrattive. Questa decadenza è provocata in qualche misura dall'attacco portato contro di essa ad armi impari dalla televisione. Il piccolo palcoscenico vitreo e virtuale oltre ad essere sleale sul piano della concorrenza economica, ha imposto una fisiologia della fruizione nefasta per i tempi umani della grande scena. Questa non è tuttavia l'unica causa della crisi che è anche dovuta ad una certa rigidità autoreferenziale e pigrizia stilistica. Il teatro troppo spesso non libera energie che sappiano mordere una realtà in complessa e contraddittoria evoluzione per esprimerne il pathos o il ridicolo.

Eppure, malgrado questo stato di cose, proprio il teatro negli ultimissimi tempi, ha conquistato nel nostro paese la ribalta delle prime pagine grazie al talento di alcuni nostri uomini di governo particolarmente intemperanti. Un regista italiano è riuscito a fare scandalo in un'epoca tanto avara di scandali autentici quanto priva della sincera capacità di scandalizzarsi. Il grande Luca Ronconi, nella sua messa in scena delle “Rane” di Aristofane, ha scelto di rappresentare tiranni ed affaristi deformati del presidente del consiglio Silvio Berlusconi e di alcuni ministri del suo governo. Altri ministri e sottosegretari (non quelli effigiati) sono partiti lancia in resta con dure reprimende, richieste di censure, minacce di ritorsioni per turbativa dell'ordine pubblico. Il regista a quel punto, per non compromettere il debutto, ha ritirato i ritratti incriminati lasciando nelle cornici vuote, i buchi neri di significative assenze. Il giorno successivo con grande àplomb, con lungimiranza e con sottile astuzia, il Cavaliere ha chiuso elegantemente la querelle riconoscendo all'arte la libertà di fare ed eventualmente sbagliare. I nuovi censori della liceità artistica avevano informato i diretti interessati prima di creare il caso, o hanno agito per proprio conto in preda ad autentica indignazione per la difesa del bene nazionale.

Difficile saperlo. Ma possiamo trarre da questo episodio alcuni ammaestramenti. Esiste nelle forze di centro-destra – che sono oggi soverchia maggioranza parlamentare – una forte componente autoritaria di matrice qualunquista e fascistoide estranea alla tradizione liberale europea. I suoi esponenti manifestano un'ostilità violenta per ogni espressione della sinistra. Il massimo che sono disposti a concedere ai loro avversari, è pura tolleranza a patto che se ne stiano buoni con le braccia conserte e scattino in piedi plaudenti quando entra il direttore. La loro cultura considera i tratti istituzionali della democrazia insopportabili pastoie burocratiche da gettare alle ortiche. Resta da capire perché perdano tempo con il teatro così poco influente nella società mediatica. Ritengo che la vera ragione sia simbolica della cultura di sinistra per esorcizzarne l'influenza sul reale. La parte cristiano liberale della Casa della Libertà dovrebbe tenere a bada questa nefasta attitudine per ricondurre nell'alveo della civiltà democratica la dialettica maggioranza-opposizione. Per ciò che concerne i teatranti, farebbero bene ad riappropriarsi della coscienza di quanto sia importante la loro funzione e di quale ruolo cruciale abbia l'agire scenico del passaggio fra il simbolico ed il reale e viceversa, fra il reale ed il simbolico.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 25/05/2002


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