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EDICOLA
Moni Ovadia
L'UNITA' –
22/06/2002

Psicopatologia dei popoli


La fine della guerra fredda e soprattutto il crollo dell'Atlantide sovietica liberano nuove energie culturali, l'evento della Shoah diviene polo di un interesse spasmodico che si manifesta attraverso lo sviluppo impressionante di ogni sorta di attività editoriale con migliaia di volumi di tutti i generi, dalla memorialistica al fumetto, dal romanzo al saggio, dalla lirica alla saggistica. Vengono prodotti decine di film sulla Shoà, centinaia di spettacoli teatrali, dischi. Non si contano i seminari, gli incontri, le commemorazioni e celebrazioni. Si fondono istituzioni, musei, si finanziano progetti di molteplici orientamenti, si introducono corsi di specialità in scuole ed università, si organizzano viaggi e pellegrinaggi sui luoghi dell'infinito dolore. Ma oggi dopo una decennale e frenetica necessità di sapere e confrontarsi, dopo l'emersione dell'indotto “galantuomo” della barbarie nazifascista, vedi il disgustoso comportamento delle banche svizzere e delle compagnie assicurative italiane, e malgrado l'inquietante ramificazione del verminaio, cominciano a levarsi da diverse parti voci che criticano l'eccessiva ridondanza di attività intorno al tema dello sterminio degli ebrei. Non si tratta di revisionisti, né di patetici mascalzoni del negazionismo, ma di persone che non esprimono riserve sulle dimensioni dell'annientamento o sull'unicità dei lager nazisti, ma sull'eccesso e sulla pletora dei discorsi al riguardo.

Il giornalista Giuliano Zincone scrive nella propria rubrica sul Magazine del Corsera: “Non sempre parlare della Shoà fa bene”, lo storico della Resistenza Cavalion, ebreo, lamenta il proliferare degli specialisti della Shoa che saturano e “intasano” l'argomento non contribuendo alla chiarezza dell'indagine storica. E da ultimo comincia a confondersi da più parti la questione mediorientale con quella ebraica tout court, sterminio compreso. L'ultimo a lanciare il sasso è il celebre scrittore Yehoshua. Non nuovo a questo tipo di provocazioni, l'intellettuale pacifista gettando il ponte ardito fra la persecuzione degli ebrei avvenuta nella Germania hitleriana e l'attuale livello di odio e di violenza del terrorismo palestinese s'interroga su quale tratto degli ebrei faccia “impazzire” gli altri popoli e richiama dal campo dell'indicibile l'idea di una responsabilità ebraica nello scatenamento della psicopatologia violenta contro i figli d'Israele. Credo che Yehoshua voglia andare a parare in quello che è il suo tema preferito: l'elogio della normalità. E' l'ubiquità ebraica, la doppia realtà di Stato di Israele e diaspora che contribuisce ad attivare la psicopatologia dell'odio. E' la mancanza di confini precisi e riconosciuti che impedisce di costruire rapporti chiari con i vicini arabi. Insomma gli ebrei tutti dovrebbero vivere entro un Israele limitata e normalizzarsi. Personalmente non condivido questa posizione, è l'ubiquità ebraica che ha permesso l'attivazione di un progetto di redenzione universale all'interno di un'identità specifica, è la condizione simultanea di cittadino e straniero che permette di costruire una pace basata sulla fratellanza universale nel rispetto delle diversità e non basata su una lealtà rigida a confini territoriali. Non a caso coloro che odiano gli ebrei in quanto tali sono sempre portatori di ideologie tiranniche liberticide e sostanzialmente fasciste anche se surrettiziamente ispirate all'Islam.

Il centro di una pace autentica è a mio parere l'essere umano non la nazione. Ma su una cosa concordo con Yehoshua è molto pericolo confondere la Medinat Israel (lo Stato di Israele) con Eretz Israel (le Israele Biblica). Il primo Israele è uno Stato laico nato su una risoluzione dell'Onu che prevedeva contestualmente nella stessa area uno Stato Palestinese con pari dignità e diritto, questo è la sua verità costitutiva. Confondere i due Israele significa a mio parere imboccare una china pericolosa. La Torah è una legge etica e un modello di vita sublime di cui gli ebrei hanno portato la piena responsabilità per farne dono all'umanità intera, il suo valore non può essere mortificato mettendolo al servizio di un'asfittica deriva nazionalistica.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 22/06/2002


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