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Moni Ovadia

Il merito della questione

Un celebre witz del repertorio della storiella yiddish racconta di un anziano ebreo il quale aveva dato disposizione che venisse incisa sulla lastra tombale della propria sepoltura la seguente iscrizione: ve l'avevo detto che mi sentivo poco bene. Quell'anziano ebreo intendeva segnalare a titolo di monito postumo che la ridondanza delle sue lamentele sul proprio stato di salute non era infondata e che nella fattispecie, il problema non era la ridondanza delle sue proteste, ma la gravità dei suoi malanni. Anche Catone il censore doveva essere insopportabilmente noioso quando ripeteva ad ogni piè sospinto il suo tormentone preferito: “delenda Cartago!” bisogna distruggere Cartagine, ma il grande romano non temeva di annoiare e non si stancava di ripetere che il vero punto di svolta della potenza di Roma era la sconfitta definitiva del temibile antagonista cartaginese.

Ora, individuare il merito delle questioni dovrebbe essere sempre e comunque il punto di partenza per affrontarle, discuterle e tentare di giungere a soluzioni logiche e possibilmente eque nel quadro di regole condivise da una società in una data epoca. Ma nei nostri tempi bizzarri sembra che chiedere una qualche logica nell'ordine del discorso sia insensato. Il tema caldo dell'agenda politica italiana: l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori è la prova di questa perversione del senso. Si devia in ogni momento dal vero merito della questione e si eludono le domande fondamentali che consentano e sollecitino una vera assunzione di responsabilità. I diritti sono inalienabili? I diritti dei lavoratori sono tali nella pienezza dei dettati costituzionali? Il diritto a non essere licenziati senza giusta causa rientra in quella fattispecie? La ratio economica o per meglio dire gli interessi” aziendali” possono subordinare a sé la valutazione dell'applicabilità di un diritto? Queste domande che richiederebbero risposte chiare ed univoche vengono sistematicamente eluse a favore di reticenze, tentennamenti, argomentazioni ambigue, aggressioni gratuite e presunte convenienze elettorali. Ma si sa, da noi l'importante è essere “moderati”, simpatici, telegenici e tenere a portata di mano tarallucci e vino. Il fenomeno della corruzione del senso non riguarda tuttavia solo il nostro paese, è diffuso in tutto l'Occidente e fa sentire i propri effetti in molti ambiti. Il Medioriente oltre al luttuoso bagaglio di violenze che trascina con sé da decenni è divenuto anche il terreno di una nuova diplomazia che si vorrebbe “politically correct” contro le regole del gioco democratico.

George W. Bush il presidente degli stati Uniti, la più importante democrazia del pianeta, ha fatto sapere con una dichiarazione rivolta al mondo, in guisa di dire a nuora perché suocera intenda, che il presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese Yasser Arafat, democraticamente eletto dal suo popolo, è un interlocutore inaccettabile. Come dire che i palestinesi si devono trovare un altro presidente altrimenti l'America non intende svolgere la sua mediazione su quello scacchiere. Ora, a parte l'insensibilità nei confronti del diritto di un popolo a scegliersi come proprio rappresentante chi gli pare e a vedere rispettato quel diritto, le conseguenze di tale protervia potrebbero essere grottesche. Facciamo un'ipotesi. Il presidente Arafat indice, come si è impegnato a fare, nuove elezioni, il suo popolo lo riconferma plebiscitariamente proprio leader, magari solo per il gusto, dopo tante sofferenze e frustrazioni, di dire no al padrone del pianeta. A questo punto G.W. Bush può fare due cose: rimangiarsi la dichiarazione contro Arafat, oppure sciogliere il popolo palestinese e chiedere che se ne elegga un altro. E dopo la sua approvazione, confortata dal parere del consigliere per la sicurezza nazionale Condoleeza Rice, il nuovo popolo potrà finalmente esercitare la piana potestà.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 13/07/2002


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