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Moni Ovadia

L'antiamericano

Il grande giornalista e scrittore Giorgio Bocca da anni tiene su un importante settimanale nazionale una propria rubrica intitolata. L'antitaliano. Il titolo è evidentemente provocatorio. L'intento è quello di fustigare i vizi e la viltà della politica nazionale e di quella parte della società che li avalla e li condivide. Chi ha vissuto sotto una dittatura non può dimenticare che il potere assoluto non tollera le critiche e non si sogna di confrontarsi sul piano della dignità degli argomenti, preferisce difendersi da esse infamando i critici, imputando loro le peggiori nefandezze per delegittimarli. In tempi di democrazia questo meccanismo si manifesta con modalità meno perentorie e aggressive, tuttavia si ripropone con lo stesso intento di tappare la bocca a chi vuole esprimere il proprio pensiero su temi scomodi e scabrosi. Un esempio palmare di questa attitudine è la pronta e facile accusa di antiamericano nei confronti di chiunque si azzardi a criticare le politiche del governo statunitense, in particolare se proviene dalle fila dei partiti e dei movimenti della sinistra. Il sentimento pregiudiziale verso tutto ciò che proviene dal Nord America esiste ed è coltivato da singoli e da gruppi dal comportamento estremista e dall'identità confusa. Si potrebbe definire come una forma di patologia ideologica che consente a chi ne è affetto di individuare negli Usa il Satana responsabile di ogni crimine e di sottrarsi così a contraddizioni e complessità eludendo comodamente una qualsivoglia assunzione di responsabilità nell'azione e nel pensiero. Ma in realtà oggi siamo maggiormente vessati da una patologia politica di segno esattamente opposto: il filoamericanismo estremo.

Conservatori di ogni tendenza ed anche taluni democratici moderati ci vogliono gabellare per incontrovertibile la loro convinzione che i governi e gli apparati burocratico-militari degli Stati Uniti d'America siano democratici, giusti e buoni per definizione e che ogni dubbio avanzato da chicchessia contro questa visione sia infondato, fazioso e malevolo. La legittimazione fondante del “in America we trust” è il generoso ruolo svolto dal Grande Paese nella lotta contro il nazifascismo e nella ricostruzione post-bellica. Ovviamente nessuno nega l'importanza di questo ruolo, ma esso dovrebbe forse assicurare ad aeternum la patente di innocenza, di bontà oltre che l'immunità ad ogni suo gruppo dirigente? I Dipartimenti di Stato e i responsabili per la Sicurezza Nazionale succedutisi alla guida della politica statunitense per quasi un sessantennio hanno sostenuto l'alleanza organica con le più brutali dittature fasciste del dopoguerra, le hanno finanziate, ne hanno organizzato gli eserciti e i servizi segreti. I paladini dei diritti umani e della democrazia a stelle e strisce non hanno chiesto credenziali a quei regimi liberticidi. Non si sono curati dei massacri di centinaia di migliaia di innocenti, delle torture contro gli oppositori di ogni fede politica, né del destino dei milioni di oppressi ridotti alla fame e alla disperazione. Tuttora gli Stati Uniti chiudono gli occhi di fronte ad ogni sorta di sopruso purché sia garantita la centralità del cosiddetto libero mercato. Ora, il presidente George W. Bush vuole trascinare il mondo intero in una guerra preventiva contro l'Iraq il cui popolo è prostrato da lunghe sofferenze dovute ad un embargo indiscriminato. Proclama di farlo in nome della democrazia, della libertà e dei valori dell'occidente e pretende che gli si creda. Qualunque persona dotata di un minimo barlume di intelligenza capisce che questo proclama è ridicolmente falso. Quanto a questo governo repubblicano e al suo Presidente petroliere gliene freghi dei valori della vita e della sicurezza del pianeta e del parere del resto del mondo lo si è visto a Johannesburg. E tutto questo non è velenoso veterocomunismo, è solo banale buonsenso.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 28/09/2002


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