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Moni Ovadia

La raccolta delle olive

La terra talora è stata molto generosa e fra le migliaia di doni che ha messo a disposizione dell'uomo, c'è la stupefacente pianta dell'ulivo dotata di un frutto ancor più sorprendente. Dall'oliva viene nutrimento, santità, calore, luce e benessere. Essa dispensa bontà quando è rigonfia di polpa al punto da cadere da sola di rami ma dà ancora di più quanto sta sui rami minuscola e apparentemente povera. E' raccogliendola allora che si ottiene per spremitura a freddo con le macine di pietra l'olio più prezioso e quando la raccolta è prematura, l'olio è ancora più prodigo di sé perché regala effluvi che spandono l'anima delle foglie e della corteccia. Per questo le grandi spiritualità hanno scelto l'essenza dell'oliva per benedire e santificare i momenti più salienti della vita, i cristiani anche la morte che è per essi il passaggio ad una vita più degna e significativa. Ma quell'estrema unzione può essere intesa anche dal non credente come atto simbolico del recedere dalla vita biologica per affidare finalmente se stessi ai sentimenti, alla “responsabilità” e alla memoria degli altri.

Il geniale scrittore Franz Kafka, in uno dei suoi frammenti faceva questa riflessione sulla condizione ebraica che cito a braccio: “Intorno a noi cresce la marea montante dell'antisemitismo ma è un bene. Dice il Talmud che noi ebrei siamo come l'oliva. Diamo il meglio di noi stessi quando siamo schiacciati”. La luciferina intelligenza del grande praghese coglieva con acume il paradosso espresso dai Maestri. Ritengo che non intendessero affermare che fosse preferibile vivere nell'oppressione, quanto che essere ebreo significava rispondere all'oppressione con il calore dell'interiorità e la luce protettiva di un'identità etica che nei duemila anni del tragico esilio aveva saputo produrre il capolavoro di un popolo senza confini.

L'altro giorno i giornali pubblicavano una fotografia di raccolta di olive: gli scrittori israeliani David Grossman, Amos Oz e Abraham Yehoshua raccolgono olive con i palestinesi. Finalmente, dopo la tragica bascula di violenze reciproche con l'orrore degli attentati terroristici e quello delle rappresaglie, un gesto concreto e simbolico di pace e di solidarietà. Lo stesso giorno la componente laburista abbandona il governo Sharon perché rifiuta il capitolo della finanziaria che reitera un importante contributo economico alle colonie che, secondo gli osservatori più lucidi, sono uno dei punti nodali ed incandescenti del conflitto nonché l'atto politico dei governi israeliani che più ha vessato la popolazione palestinese. Sharon si allea con gli oltranzisti di destra e nomina alla difesa di un “falco”, il generale Mofaz, mentre nello schieramento laburista sale all'orizzonte la stella del generale Ammon Mitzna un pacifista della scuola di Rabin. Per il momento sono solo segnali ma sono importanti perché marcano il ritorno delle differenze: Sharon con una pace imposta dal più forte attraverso la via militare e a laburisti, speriamo, con una pace della trattativa. Sharon con la sua idea nazionalistico-religiosa di Gerusalemme capitale indivisa di Israele da 3000 anni e i laburisti, forse, con l'idea più modesta di una Gerusalemme laica, che non vuol dire senza Torah, ma dove la Torah non sia un idolo nazionale bensì quella inesauribile fonte di luce, sapienza e giustizia che si rinnova una generazione dopo l'altra in ogni minimo grafema di ciascuna delle lettere che la compongono.

E speriamo che quest'anno la racconta delle olive sia ricca perché l'olio della Terra di Santità sia saporito e profumato come mai prima.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 02/11/2002


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