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Moni Ovadia

Rito del passaggio

La visita del ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri, esponente di spicco di Alleanza Nazionale in Israele, segna la tappa definitiva per la conquista della piena legittimazione democratica dei post-fascisti dell'ex-Msi. L'onorevole Gasparri come oramai prevede l'etichetta per ogni new entry fra i visitatori e soprattutto fra gli amici di Israele, si è recato in pellegrinaggio a Yad Vashem, il museo dell'Olocausto che si trova a Gerusalemme. Lì, come ogni pellegrino che si rispetti, ha vergato sul registro degli ospiti una solenne frase per la ripulsa dell'orrore voluto e programmato dai nazifascisti. Tutto impeccabile. A noi incontentabili, una vocina bisbiglia che questa è stata fondamentalmente un'operazione di natura politico-diplomatica senza che la stessa abbia corrisposto ad un autentico e sentito travaglio interiore ma nessuno è legittimato ad essere lo sbirro dell'anima e delle intenzioni altrui, contano i fatti. A questo punto il viaggio di Gianfranco Fini con tutte le prerogative che spettano ad un uomo politico e statista del suo livello, è una pura formalità. Quando il segretario di Alleanza Nazionale si recherà in Israele e verrà ricevuto, come prevedibile con tutti gli onori, sarà sanzionata anche a livello internazionale la sua piena credibilità e rispettabilità e le riserve di alcuni esponenti eccessivamente democratici delle comunità ebraiche d'Italia e d'Europa peseranno come la puntura estiva di una zanzara, nulla più che un piccolo fastidio..

La relazione intrattenuta dagli uomini pubblici e politici con la memoria dello sterminio, negli ultimi lustri è diventata un fondamentale indicatore di pubblica decenza e contemporaneamente, in misura crescente, questo indicatore è stato tarato sul rapporto con lo Stato d'Israele e con i suoi problemi. Questa situazione è il risultato di un processo culturale che ha modificato i rapporti fra la percezione di sé della società israeliana e l'evento della Shoah. Il giovane stato ebraico ha conosciuto un primo periodo improntato al silenzio e rifiuto di confrontarsi con lo sterminio dovuto alla necessità di sancire la fine dell'equazione ebreo=diaspora a favore di un'identità nazionale incarnata in un nuovo tipo di ebreo ritornato dopo duemila anni di “latitanza” forzata nella sua terra storica, un ebreo orgoglioso, capace di combattere, di difendersi, di eccellere in ogni tipo di professione, prima fra tutte quella dell'agricoltore. Questa attitudine sostenuta da una martellante propaganda, comportava spesso un'accusa aspra verso coloro “che si erano lasciati condurre al macello come pecore” e il contestuale sentimento di vergogna fra la maggioranza dei sopravvissuti i quali preferivano tacere. Dopo il processo ad Eichmann, l'efferato burocrate della Soluzione Finale, la grande paura della guerra del '67, il cui risultato vittorioso era tutt'altro che scontato come si tende a ritenere oggi, e l'avvio della disgregazione del mito sionista dopo la guerra del kippur nel '73, progressivamente gli israeliani hanno cominciato ad identificarsi con la memoria della Shoah compresi gli ebrei dei paesi arabi che non vi furono coinvolti. Oggi la visita ai lager nazisti fa parte della building di ciascuno studente israeliano, il pellegrinaggio a Yad Vashem è il passaggio obbligato per ogni militare. Israele, in un contesto storico particolarmente drammatico, si avvia ad eleggersi come il depositario ufficiale del rapporto fra tutti gli ebrei e la memoria della Shoah. Un simile processo crea evidentemente numerosi problemi. Fra questi ve n'è uno di particolare urgenza che riteniamo giusto sottolineare qui: la Shoah ebbe uno specifico ebraico ma riguardò anche altri popoli, in particolare gli zingari, ma anche gli slavi (i sovietici ebbero 25 milioni di morti di cui il 90% civili). Colpì crudelmente molti esseri umani: oppositori politici di ogni schieramento democratico, omosessuali, menomati, testimoni di Geova, semplici cittadini che difesero le vittime. Lo stato di Israele non può e non deve pretendere di essere anche il loro garante.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 09/11/2002


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