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Una lingua per l'Europa |
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Gli scenari politici internazionali che si presentano in questo fine anno di esordio del terzo millennio sono allarmanti, soffiano sinistri venti di guerra e di terrore. La situazione del nostro paese è francamente desolante e non prevede nel breve periodo cambiamenti significativi se non qualche frettolosa retromarcia per rendere meno devastante l'azione riformista del nostro governo. L'unica questione geopolitica annunciatrice di nuove prospettive è il prossimo allargamento dell'Europa verso est e verso la controversa Turchia che porterebbe in dote all'Unione anche un lembo d'Asia. L'idea di una federazione europea forte, ricca di culture diverse, aperta in un futuro appena un po' più lontano ad un allargamento verso la Russia, la Bielorussia, l'Ucraina e ad altri paesi che si affacciano sul mediterraneo mi pare cruciale per il futuro dell'intero pianeta. La monopolarità statunitense lungi dal risolvere i problemi di un governo globale sottrae elementi di equilibrio e paralizza importanti processi di trasformazione socio politica in direzione della giustizia sociale e della consapevolezza ecologica delegittimando le istituzioni internazionali create per quegli scopi. Un' Europa grande e dinamica con la ricchezza della sua storia, delle sue migliori tradizioni e di quelle delle sue minoranze può rilanciare nel mondo un progetto di democrazia basata sullo sviluppo dello stato sociale e non sul furioso iperliberismo delle strapotenti corporations. Ma quale lingua potrà avere una simile Europa? Mi interessa particolarmente questo problema perché attraverso l'esperimento della mia piccola monade teatrale mi sono impegnato con tutte le forze a introdurre nel mio paese un assillo cosmopolita. Nei miei molteplici allestimenti scenici ho utilizzato diverse lingue straniere e in particolare una lingua anarchica e apatrida come lo yiddish risultato di un'eccentrica libertà che solo la condizione dell'esilio poteva favorire. Nel corso di un decennio il mio lavoro che sulla carta sembrava destinato ad una ristretta élite di curiosi è diventato familiare ad un impressionante numero di spettatori e fa parte della cultura nazionale. Ma malgrado i risultati continuo a ricevere critiche per questa scelta che proseguo con radicalità. Spesso i dissensi sono appassionati, molto rispettosi e mi imputano il torto di negare al pubblico elementi di comprensione e quindi di emozione. Le motivazioni sono chiare e pongono un problema reale, ma a mio parere fanno in modo schematico e secondo le coordinate di una tradizione scolastica. Non mi stancherò di ripetere che una lingua è anche un sistema di suoni e che sul piano di una comunicazione più ampia che quella di uno schema logico-formale primario, quella tavolozza sonora ha molteplici significati interiori non traducibili e pur tuttavia fruibili sia sul piano cognitivo che emozionale. L'italiano europeo il cui etere risuona già di molteplici lingue portate dalle immigrazioni farà bene ad entrare in una relazione attiva con queste nuove ricchezze. Il cittadino di un continente che si aggrega come un paese dovrà idealmente parlare molte lingue e non una sola lingua egemone, al fine di creare un'unità nella molteplicità e perché no anche inventare dal basso molte lingue anarchiche alla maniera dello yiddish come ha proposto nella sua brillante intuizione il geniale commissario italiano della Comunità Europea Diego Marani con la fondazione dell'europanto lingua aperta, miscela di lingue europee modificate dai locutori sulla base delle rispettive culture e sensibilità. Questa lingua a differenza dell'esperanto creato a tavolino come utopia universalista dal linguista Zamehof (la cui lingua madre ero lo yiddish) per il momento è solo una proposta intelligente e provocatoria. Ma stimola il futuro cittadino europeo a ricordare con il filosofo Emil Cioran che si abitano più le lingue che i paesi. Moni Ovadia L'UNITA' 28/12/2002 |
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