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Moni Ovadia

Noi e Stalin

Questa settimana è caduto il cinquantesimo anniversario della morte di Iossip Vissarionovic Dzugazhvili detto Stalin, primo segretario del Pcus, ma di fatto per un trentennio padrone assoluto dei destini delle genti sovietiche e dopo lo gloriosa vittoria dell'armata rossa sul nazifascismo anche dei popoli della cosiddetta oltrecortina. Lo stesso giorno moriva, e la cosa è assai meno nota, il grande compositore Serghijei Prokofiev. Singolare coincidenza. Non esiste infatti una correlazione fra le due morti e la morte del grandissimo musicista fu naturale. Raro caso per quell'epoca in cui quasi tutte le morti dei protagonisti della vita politica e culturale sovietiche, volute, programmate ed ordinate dallo spietato dittatore degli occhi di tigre e dall'aspetto e dai modi paciosi. Rivedendo il volto di Stalin riprodotto mille volte su ogni testate giornalistica ed in decine di programmi televisivi la mia memoria emotiva è andata a frugare nella libreria di casa alla ricerca del programma di sala dell'ultimo “postumo” spettacolo di Tadeus Kantor a mio parere il più grande genio di tutta le scena teatrale del '900. Sfogliando quell'opuscolo ho trovato l'emozione che premeva contro la mia memoria associativa, una lettera inserita nel testo della rappresentazione: “Al Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo dell'Urss V.M. Molotov. Ecco la mia confessione, breve come conviene un istante prima di morire. Non sono mai stato una spia. Il Governo ha ritenuto che per le mie colpe, di cui si è parlato dalla tribuna della prima sessione del Soviet Supremo, non era sufficiente il castigo riservatomi (la chiusura del mio teatro, lo scioglimento del collettivo) e che dovevo subire un'altra punizione ancora, quella che gli organi del Nkvd mi infliggono adesso. “Vuol dire che così dev'essere”, ripetevo a me stesso. E il mio “io, si è scisso in due persone. La prima si mise a cercare i delitti della seconda e, non trovandoli, prese ad inventarli. Il giudice istruttore si dimostrò un buon aiuto esperto in materia e ci mettemmo a inventare insieme in stretta collaborazione. Continuava a ripetere minaccioso: “Se non scriverai, ti picchieremo di nuovo, lasceremo intatta la testa e la mano destra, e del resto faremo un pezzo di corpo informe, squarciato e sanguinolento”. (...) Ritiro le deposizioni estortemi in questo modo. (firmato) V.E. Mejerchol'd-Rajch”.

Ho per sentimento di grande pena omesso le torture più crude che il grande regista teatrale e fondatore del “teatro di ricerca” riferisce nella lettera che fu di fatto la sua sentenza di morte. Mejerchol'd condivise lo stesso destino di milioni di cittadini sovietici, semplici cittadini politicamente non attivi, membri del partito di ogni rango ed ogni orientamento, bolscevichi della prima ora, eroi della rivoluzione, anarchici, socialrivoluzionari, uomini di fede, appartenenti a etnie considerate moleste, cosmopoliti ovvero ebrei dissidenti ebrei tout court, ma anche ebrei che avevano servito zelantemente lo stesso Stalin come il capo dell'Nkvd Jagoda, leali stalinisti di stretta osservanza in generale, intellettuali ed artisti, generali e capi di stato maggiore. Ho scelto le parole di Mejerchol'd perché sono uno dei suoi modestissimi epigoni e so che allora avrei fatto la sua stessa identica fine, pur essendo sempre stato uomo di sinistra o forse proprio per quello. Eppure a distanza di tanti anni fare i conti con Stalin rimane difficile, il brutale dittatore è stato per decenni simbolo di riscatto per milioni e milioni di oppressi, mito della vittoria sul nazifascismo, promessa di un mondo altro rispetto alla tirannia del danaro. C'è qualcosa di tutto questo che resiste contro ogni evidenza della feroce menzogna staliniana. Qualche giorno fa l'organo di Rifondazione Comunista, Liberazione titolava a caratteri cubitali sullo sfondo di un ritratto dell'ultimo “zar” di tutte le Russie: “Mai più!”. Sì mai più. Ma fino a quando il riscatto degli oppressi non sarà compiuto in una società libera e giusta difficilmente i conti con quel sanguinario equivoco si potranno fare fino in fondo e lealmente.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 08/03/2003


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