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Moni Ovadia

La peste del razzismo



La guerra di George W. Bush contro l'Iraq, con tutta la sua ricaduta mediatica, con molta probabilità mette in secondo piano la ricorrenza della giornata mondiale contro il razzismo. Proprio per questa ragione è importante soffermarsi a fare qualche riflessione sullo stato di questa peste che ha causato tanti lutti all'umanità quanti nessun altro morbo ha mai provocato. Oggi a parte i militanti dei partiti neonazisti, nessuno ha l'ardire di dichiararsi palesemente razzista, non ci sono partiti che fanno del razzismo un punto rilevante del proprio programma di governo o della propria agenda. Una manifestazione violenta di razzismo avrebbe la riprovazione, almeno formale, della stragrande maggioranza dell'opinione pubblica dei paesi civili e non solo di questi. Ciò non significa che gli uomini e i governi non pratichino forme di razzismo occulte o travestite da comportamenti legittimi perché sanciti da una legge che camuffa nella forma burocratica una sostanza nefasta. Il razzismo ha come sua prima gemmazione il pregiudizio nei confronti di un determinato gruppo di persone, appartenenti ad una etnia, ad un popolo, ad una religione, ad una identità sessuale e persino ad una classe politica e economica. Il razzismo non è stato sconfitto, esso esiste e vuole esistere, nella attuale temperie epocale ha solo bisogno di trovare forme “ragionevoli”.

La legge Bossi-Fini, a mio parere una vergogna per il nostro paese, è concepita legalmente in disprezzo e fastidio per gli stranieri tout court. Detta legge permette a certi stranieri di lavorare in Italia solo ed esclusivamente per evitare una rivolta degli italiani che di quel lavoro hanno spasmodicamente bisogno e dal quale traggono i maggiori benefici, ma nelle intenzioni infligge agli extracomunitari ogni sorta di vessazioni, la più grave delle quali è l'imposizione di farsi prendere le impronte digitali.

Questa pratica discriminatoria non conosce eccezioni ne deroghe, per i deboli naturalmente, perché per i potenti le leggi sono tutte una deroga. Qualche giorno fa mi ha telefonato Lise un'amica, cittadina statunitense che vive in una piccola città del centro Italia, aveva la voce molto angosciata e cercava conforto. Lise che è una grande cantante lirica da molti anni ha scelto il nostro paese per vivere e lavorare. Insieme alla sua partner Marianna un ex soprano lirico drammatico di straordinaria intensità ha fondato un centro per lo studio della voce basato su un geniale metodo mirato alla individuazione dell'identità vocale.

Negli ultimi anni Lise e Marianna hanno portato a vivere con loro i padri entrambi vedovi e molto anziani. L'angoscia di Lise era motivata dal fatto che la legge Bossi-Fini impone di farsi prendere le impronte digitali non solo a lei, ma anche al padre novantacinquenne Bill, ex violinista di grande carriera e oggi magnifico pittore. Bill è ebreo e l'ultima volta che ha sentito parlare di impronte digitali di questo tipo è stato in occasione delle leggi naziste di Norimberga nel 1935.

Lise ha chiesto all'ufficio stranieri di risparmiare al vecchio padre la pratica delle impronte in ragione della sua venerabile età e di ciò che ha patito a causa del razzismo, inoltre ha spiegato che ha fissa dimora, mezzi di sostentamento, è conosciuto da tutti nel quartiere i cui risiede e persino la Rai si è occupata delle sue mostre di pittura. Macché! Niente da fare.

I solerti funzionari sono spasmodicamente impegnati a far rispettare la legge. Chissà se George W. Bush fra una guerra santa e l'altra troverà il tempo di occuparsi anche di Bill, magari potrebbe fare una telefonata al suo amico Silvio e dirgli: “Come on Silvio, you consent me, questo non is fair!”.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 22/03/2003


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