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MONI OVADIA

IL SECOLO XIX – 16/01/2002

Ovadia e il denaro

Un prete, un pastore protestante e un rabbino spiegano con quale criterio abbiano deciso di amministrare le offerte dei fedeli. Quanto tenere per proprio mantenimento e quanto destinare ai poveri?

Il prete traccia una riga per terra, lancia in alto il cestino con i soldi delle offerte, prende per se quanto cade dalla sua parte. Il pastore, memore del rigore riformistico, si concede un campo molto più ristretto: soltanto un cerchio dal raggio cortissimo, intorno alla sua persona. “Io invece non traccio nessuna riga”, conclude il rabbino. Per lui infatti è chiaro che tutto ciò che cade in terra, dopo il lancio, è quello che Dio vuole lasciargli. Lo rispedisce o no al mittente?

Questa è una delle parabole di Moni Ovadia, nello spettacolo “Il banchiere errante”. Dopo l'urlo disperato di Yossl Rakovic dal ghetto di Varsavia, l'anno scorso, acme di stagioni sempre più ispirate alla tragedia, Ovadia ha deciso di recuperare la famosa autoironia ebraica che lo ha reso famoso (contraltare yiddish e mediterraneo di quella nata a New York e rimbalzata a Hollywood).

E, con un sorriso ritrovato, affronta l'ultimo tabù di questo terzo millennio che ha sostituito le ideologie con fondamentalismi di diverso colore: il denaro. Appena entrati in sala, la sera della prima, gli spettatori hanno ricevuto due dollari. Prima di verificare che erano falsissimi, con l'effigie dell'attore cantante al posto di quella giusta, si sono chiesti a quale gioco tra palco e platea sarebbero serviti. A niente. Hanno potuto tenerli in tasca come un cadeau puramente simbolico, ma non inutile. A questo punto, infatti, un'altra domanda: serviranno per demonizzare l'America o piuttosto per farci riflettere sul rapporto che tutti, non soltanto gli ebrei, abbiamo con il denaro.

Il banchiere errante” va a toccare i nervi ancora scoperti di un antisemitismo che è pure illusione confinare alla follia nazista, di un pregiudizio che affonda le sue radici anche nell'invidia per quel talento finanziario che gli ebrei furono sempre costretti a sviluppare fra i divieti e la diaspora.

Ed ecco, nello spettacolo, due persone che sono, in fondo, proiezioni di uno stesso uomo. C'è Ovadia, il banchiere che vive il continuo errare romanticamente, come una categoria dello spirito. E c'è l'omino che, tra mille cartelli (Vienna, Mosca, New York, Kiev, Odessa) se ne sta sempre al centro della scena, aggrappato alla sua “Kassa”.

Così come nel titolo, che ha carica allusiva molto più giusta e forte rispetto a quello pensato in un primo momento, “Finanzieri e mendicanti”, nella prima parte dello spettacolo c'è tutto il sale di Ovadia: le storie (applaudita quella del vitello d'oro capace di condensare in sé due peccati, l'idolatria e un'insensata concentrazione di capitali); il peso di una Storia che anche i bambini si sentono sulle spalle (il piccolo, di stanza nel ghetto, è costretto comunque ad emigrare: a scuola, dal primo all'ultimo banco); l'intensità dell'elemento musicale, con una TheatherOrchestra ormai inseparabile dal protagonista e con una Lee Colbert che in “Money money” sfida il ricordo di Liza Minnelli in “Cabaret”. Peccato che, strada facendo, lo spettacolo perda un po' di smalto e, qua e la, si sfilacci. Tutto intelligente, tutto “politicamente corretto”, compreso l'appello per Emergency ripetuto ogni sera. Ma per ripartire davvero alla grande, l'ironia, troppo a lungo archiviata, ha ancora bisogno di un po' di rodaggio.

Silvana Zanovello – IL SECOLO XIX – 16/01/2002

 


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