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Moni Ovadia

Capaci di Sognare

La guerra preventiva dell'Iraq a due settimane dal proprio avvio mostra come era prevedibile tutta la sua brutalità fatta di morti innocenti, di distruzioni e di catastrofe umanitaria. La promesse di una guerra lampo e leggera sono annegate nel mare della retorica e della propaganda. Non c'è nessuna seria prospettiva che questa guerra si arresti prima che chi l'ha voluta, decisa a tavolino e poi scatenata ottenga una totale vittoria. Quale sarà il prezzo umano e politico di una simile modalità di conflitto è impossibile prevedere, ma è lecito supporre che i guasti saranno molti e perduranti. Noi che siamo risparmiati dall'orrore e volenti o nolenti siamo spettatori dell'oscenità televisiva che ci arriva dal campo di battaglia, combattiamo un'altra “guerra”, quella dei favorevoli e dei contrari. Personalmente faccio parte del campo dei recisamente contrari, contrari ad ogni guerra di aggressione, contrari ad un mondo dominato da una qualsivoglia superpotenza. Tuttavia ho impegnato me stesso a compiere ogni sforzo per non essere fazioso e quindi ad ascoltare con attenzione le argomentazioni di coloro che esprimono opinioni diverse dalla mia perché la posta in gioco è troppo alta per assumere attitudini schematiche. Sono stato molto colpito dalla posizione espressa da Giampaolo Pansa nella sua rubrica “Bestiario” apparsa sull'Espresso del 3 aprile. Pansa si dichiara contrario a questa guerra e a tutte le guerre, ma dice di non avere partecipato a nessuna manifestazione per la pace per il carattere intollerabilmente antiamericano che marcherebbe il movimento pacifista. Quindi da uomo di sinistra qual è ricorda i meriti storici dell'America e della sua democrazia, importantissimi per chi come lui ha vissuto il secondo conflitto mondiale. La sola idea di una potenza Europea indipendente che si costruisca sull'asse franco-tedesco del no alla guerra preventiva gli appare come un disastro in sé. Quindi allo stato attuale delle cose auspica una vittoria delle forze anglo-americane più rapida possibile come la migliore delle prospettive e prevede per la sinistra pacifista una nuova disfatta davanti ad un Berlusconi che sa barcamenarsi. Pensa è un giornalista acuto, lucido, talora spietato e confesso che il suo articolo mi ha dato da pensare. Poi mi sono prepotentemente tornate al cuore ed alla mente alcune domande: noi europei siamo dunque destinati ad essere dei minus habens ad aeternum che devono subire grati la tutela degli Stati Uniti ed essere vassalli dell'idea imperiale del mondo di questo governo del nostro potente alleato d'oltreoceano? Noi abbiamo diritto ad esprimere punti di vista autenticamente indipendenti e a costruire una grande entità di democrazia? E' insensato chiedere l'immediata cessazione della guerra pur senza auspicare una vittoria per Saddam? E' davvero assurdo pensare che la prosecuzione del progetto Bush-Rumsfeld-Rice significhi l'apertura di altri conflitti con conseguenze devastanti per il futuro dell'intera umanità. E' illecito esprimere riserve sui sentimenti democratici dell'attuale presidente americano visto il modo disinvolto con cui ha conseguito la vittoria elettorale, anche senza ricorrere alle sparate Bush uguale a Hitler? Le nuove generazioni hanno il diritto di progettare un mondo basato sulla pace, su valori diversi da quelli di un iperliberismo osceno che calpesta dignità e diritti in nome della gozzoviglia dei pochi senza essere tacciati di ingratitudine? E' proprio impossibile essere contro Bush e contro Saddam? Gli Americani che sono contro questa guerra e che auspicano un'America autenticamente democratica e rispettosa delle istanze internazionali sono anch'essi antiamericani? E' irrealistico pensare che gli italiani proprio in occasione di questa guerra abbiamo capito chi sia Berlusconi? Queste domande naturalmente sono retoriche e contengono in sé la risposta. E' la risposta di chi pur nel necessario disincanto crede alle utopie e ai sogni. Nelson Mandela ha detto: “la pace non è un sogno, può diventare realtà...Ma per costruirla bisogna essere capaci di sognare”.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 05/04/2203


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