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Moni Ovadia

Politica senza Cultura

Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi sta portando un attacco duro e pirotecnico contro l'assetto istituzionale del nostro paese sulla radicata convinzione che la vittoria elettorale gli conferisca il potere di governare senza i limiti che la nostra Costituzione pone al potere esecutivo. Anzi, manifesta un'insofferenza per la Carta Costituzionale definendola sovietica, la considera parto della malvagità “comunista”. Quella Carta per cinquant'anni ha rappresentato il quadro dei valori condivisi di oltre il 90% degli italiani i quali erano politicamente rappresentati dai partiti dell'Arco Costituzionale. Sola la formazione degli ex fascisti era fuori da quell'identità nella diversità. Ma l'impronta democratica della nostra Costituzione è talmente marcata da permettere anche a chi era estraneo e spesso antagonista ai suoi principi di vivere a pieno titolo la propria esistenza politica nel parlamento e nella società civile. Da che è in politica il cav. Berlusconi ha profuso ogni impegno per smantellare le fondamenta della condivisione: Antifascismo e Costituzione. Lo ha fatto con lo strumento di uno strapotente apparato mediatico predisposto per diffondere una sottocultura qualunquista ostile all'idea stessa di cosa pubblica già assai diffusa in Italia presso gli strati privi di una propria identità culturale strutturata. Lo schieramento di centro destra ha dato piena legittimità ad un cocktail di populismo, di iperliberismo di facciata, di mistica del capo e di revanchismo localista e criptofascista, il tutto incarnato in un leader dal carisma indiscusso.

L'operazione che ha spaccato il paese in due è stata condotta magistralmente sfruttando ogni possibilità offerta dalle crepe del sistema e dell'inconsistenza della controparte colpevolmente incapace di trovare un ubi consistam. Il cittadino democratico che vive con crescente preoccupazione questo allarmante degrado del tessuto civile si domanda come si sia potuti arrivare a questo stato di cose. Le cause sono molteplice e complesse e affondano le radici in alcuni vizi nazionali di natura endemica. Ma personalmente ritengo che la ragione più importante e profonda sia il cedimento culturale. Quella classe politica che non si impegna nella formazione culturale della società di cui le è affidato il governo abbandona i propri cittadini all'arbitrio del più forte e del più ricco. Da oltre vent'anni la televisione, la cattiva maestra diventata progressivamente indecente determinata sempre più pervasivamente le temperie culturale della nostra nazione e anche i governi di centro sinistra non hanno fatto nulla per impedire lo scempio. Al contrario, invece di stimolare il servizio pubblico a contrapporsi all'istupidimento dei telespettatori hanno lasciato che si omologasse alla legge della giungla della audience in una forsennata gara al ribasso, con la scusa che così vanno i tempi. Purtroppo anche gli uomini politici meno corrivi hanno una visione strumentale o da fiore all'occhiello del fatto culturale, fatte salve rarissime eccezioni. L'appiattimento all'infimo livello mediatico dei temi più delicati ha consentito la legittimazione delle peggiori storture e falsificazioni riguardo alle questioni culturali più salienti per il nostro paese e il suo futuro aprendo per esempio la strada ad un revisionismo becero ed aggressivo il cui scopo primario è lo sgretolamento delle basi della democrazia. E' quanto mai urgente chiedere che il programma di governo delle opposizioni alle prossime elezioni politiche contenga un forte investimento nel campo culturale in termini economici, ma soprattutto in termini di forte assunzione di responsabilità. Considerare la cultura questione secondaria o subordinata è segno di miopia che apre a successive sconfitte perché essa influenza i gangli vitali di una società civile: l'educazione e l'informazione. Il gerarca Goering lo sapeva bene, infatti era solito dire: “quando sento la parola cultura, metto mano alla pistola”.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 17/05/2003


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