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Moni Ovadia

La pace diplomatica

Lo scenario della stazione balneare di Sharm-el_Sheik con il mare color depliant turistico (la geniale definizione è di Vittorio Zucconi) non potrebbe essere più adatto all'esordio del progetto di pace fra israeliani e palestinesi che va sotto il nome di road map. Così come la “metastasi” del turismo trasfigura e altera i paesaggi della natura e quelli umani collocandoli in uno spazio iperreale, gli attori di questo summit sembrano sospesi su un ponte virtuale la cui essenza potrebbe rivelarsi all'improvviso e precipitarli nel baratro concreto della violenza terroristica e bellica. Non è tuttavia detto che questo avvenga necessariamente. Di questi tempi è meglio astenersi dal fare le Cassandre pena il rischio di apparire ancora più iperreali degli incontri di Sharm-el-Sheik e di Akaba anche perché l'avvio della road map ha avuto il non piccolo merito di avere interrotto la spirale di sangue. Protagonista assoluto di questa operazione diplomatica il Presidente degli stati Uniti George W. Bush. L'Onu, la Russia e la Ue appaiono, per ragioni diverse, pallidi comprimari di poco peso. Immaginiamoci quale ruolo potrà avere l'Italia che secondo le dichiarazioni del nostro ministro degli esteri sarebbe stata invitata a partecipare al tavolo delle trattative. Gli altri attori cioè gli arabi Hosni Mubarak, il principe saudita Abdallah e il re di Giordania Abdallah II hanno l'aria tesa e preoccupata di chi sta sospeso sulla punta di un palo e rischia, al primo errore, di essere “impalato” sia dai falchi dell'amministrazione americana che da quelli di casa propria, senza contare che a quel palo anche il grande assente Yasser Arafat aiutato dal giovane Assad di Siria darebbe volentieri una spinta. Sapranno Ariel Sharon, Mahmud abbas alias Abu Mazen avere il coraggio e la saggezza sufficienti per andare fino il fondo resistendo alle trappole che i nemici della pace, nell'uno e nell'altro campo dissemineranno lungo il cammino della road map? Il presidente George W. ha davvero la forza per tenere a bada tutti nella polveriera medio orientale? Difficile dare una risposta univoca a queste domande. Un fatto peraltro sembra difficilmente contestabile: l'amministrazione americana ha un bisogno spasmodico di questo successo diplomatico per dare legittimità alla guerra contro l'Iraq non solo a casa propria ma anche soprattutto presso quella opinione pubblica dei paesi arabi che può essere attratta dal campo moderato. E' bene non dimenticare che Bush ha demolito la legalità internazionale con la sua guerra preventiva, con le motivazioni addotte per scatenare il conflitto appaiono ogni giorno più false visto che le armi di distruzione di massa non sono state trovate e che i dossier sulla loro esistenza e consistenza sembrano essere stati costruiti ad arte. Un insuccesso come il mancato adempimento della promessa di uno Stato palestinese indipendente a territorio unito potrebbe diventare la falla che fa colare a picco la nave. Questo presidente ha un sacco di scheletri nell'armadio, a partire dalle sconcertanti modalità delle sua elezione per arrivare ai rapporti con le multinazionali del petrolio e delle armi passando per gli scandali modello Enron. Passata l'euforia nazionalista il cinema americano sarebbe ghiotto di un nuovo filone scandalistico. Se invece la sorte e la forza assisteranno il presidente egli conseguirà una pace diplomatica imposta. Certo non sarebbe poco in un contesto così incendiario e passionale ma è bene essere consapevoli che la pace vera arriverà solo col tempo tramite l'incontro delle genti e degli uomini se con un paziente e defatigante lavoro quotidiano sapranno trasformare il confine da luogo di divisione a spazio di accoglienza.

Moni Ovadia – l'UNITA' – 07/06/2003



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