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Moni Ovadia

Ridere e Saper far Ridere

Il saggista e critico Beniamino Placido, nella sua bella e sapida introduzione alla celebre opera di Henri Bergson sul significato del comico, Le rire (Il riso), racconta dell'abbaglio di un costituzionalista siciliano il quale studiando la costituzione di Weimar sosteneva che quella Carta prevedesse fra i suoi enunciati anche il caso di un autoaffondamento della Costituzione stessa. Si trattava evidentemente di un errore di traduzione dal tedesco. L'episodio è comico e non può in questi giorni non farci venire alla mente il nostro presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Un lapsus di questa portata sarebbe da suo pari. Egli di fatto sogna che un articolo di questo tono possa essere previsto in ogni statuto nazionale, sociale, legale, nazionale o sovranazionale probabilmente in questa forma: l'autoaffondamento è previsto nei casi di conflitto di interessi o di desideri con quelli del Capo per volontà del popolo e grazia divina, cioè lui. Il devastante esordio da presidente europeo è nel segno di chi si crede sempre a casa propria o nel contesto di una convention della propria azienda e quindi deve farla da padrone senza contraddittorio. Silvio Berlusconi ha la ferma convinzione di essere il meglio in ogni campo. Come l'ebreo polacco di questa storiella: “Che differenza c'è tra Dio e un ebreo polacco? Dio sa tutto, un ebreo polacco sa tutto...meglio!”. E come se fosse uno di quei titanici piccoli ebrei della diaspora che hanno attraversato l'Acheronte nazista e sono ritornati ha pensato di avere i talenti per poter “scherzare” sull'Olocausto. Ora, il Cavaliere è dotato di un notevole numero di talenti, è un mirabile imbonitore, un impareggiabile manipolatore mediatico, un formidabile venditore di promesse e di se stesso, ha un fiuto da segugio della migliore razza per sollecitare gli aspetti peggiori di certa parte del nostro paese, ma non sa far ridere! Magari fa ridere, tanto che fargli la parodia è come sparare sulla croce rossa, ma questa è un'altra cosa. Berlusconi non possiede nessuno strumento psicologico né artistico per praticare ironia, sarcasmo, umorismo o altro. Egli ricorda tutti quei potenti che alle feste celebrative si improvvisano entertainer e per narcisismo cercano di fare gli spiritosi senza riuscirvi, creano solo imbarazzo, ma non sono disposti a rinunciare perché vogliono essere brillanti per ambizione sociale e rincarano la dose col solo risultato di suscitare le risate false e forzate che devono compiacerli perché tengono famiglia, o ambizioni politiche. Come può un uomo che vive per accumulare denaro e potere, protervo, arrogante, pieno di sé, sprovvisto del minimo èsprit de finesse e di pratica del dubbio cimentarsi con la vertigine umoristica di chi sa ridere di sé anche sull'orlo dell'abisso.

L'umorismo autodelatorio degli ebrei è un patrimonio conquistato da un popolo di schiavi, nomadi, assillati dall'etica e dalla libertà, un popolo che ha glorificato l'esilio e la precarietà,i cui eroi erano eroi del pensiero, perseguitati per avere osato pensare l'impensabile. Quel ridere è prerogativa di una lancinante cognizione del dolore che il presidente del Consiglio non immagina neppure dove possa albergare. Il patriarca della vertigine umoristica degli ebrei Abrahamo è un ribelle, un sovversivo che per inaugurare un radicale umanesimo frantuma gli idoli del padre e va nel deserto a farsi viandante. Forse se un giorno uno dei suoi figli imbraccerà una mazza politica e manderà in frantumi Mediaset anche il Cavaliere comincerà a capire la differenza fra far ridere e sapere far ridere.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 05/07/2003


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