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Moni Ovadia

Il legislatore balbuziente

Lo studio e l'ermeneutica dei grandi testi sacri si fa ritornando ripetutamente sugli stessi versetti nel corso degli anni, anno dopo anno. Studiando per alcuni lustri con un grande maestro di ebraismo, l'ho ascoltato ritornare più volte su un singolare midrash (racconto sapienziale che interpreta un versetto delle scritture) riferito alla balbuzie di Mosè. Quando Dio gli chiede di assumere la guida del progetto di liberazione dalla schiavitù del popolo ebraico e tramite esso della libertà dell'intero genere umano, Mosè si schermisce e si dichiara inadatto alla titanica impresa proprio a causa del suo handicap. Il midrash racconta che la balbuzie del grande profeta non era innata, bensì acquisita da piccino quando “il salvato dalle acque” veniva educato nel palazzo del faraone. Un giorno, giocando in sua presenza, il piccolo Mosè prese tra le manine la corona dell'augusto padre adottivo che questi, come sempre era solito fare nei momenti di intimità familiare, si era tolto dal capo ed aveva deposto sul pavimento. Mosè si mise in testa la corona. Il faraone vide in questo gesto un cattivo segno premonitore ed espresse la volontà di uccidere quel piccino così ambizioso. La regina che amava con tutto il cuore quel bimbo portatole in dono dalle acque del Nilo, intervenne per giustificare quel gesto come frutto di un gioco inconsapevole. Il faraone per nulla convinto, volle sottoporre il bimbo ad una prova: fece disporre davanti a Mosè due bacili: uno ricolmo di frutti maturi e sugosi, l'altro pieno di carboni ardenti. Naturalmente Mosè tese la piccola mano verso un frutto, ma il midrash ci dice che un angelo deviò la mano del futuro profeta verso il bacile di carboni ardenti così che Mosè, prendendone uno e portandoselo alla bocca, si ustionò. Il faraone si convinse che il principino era davvero inconsapevole, ma la balbuzie da ustione, rimase a Mosè come segno dei pericoli di una prematura tentazione per il potere. La scelta dell'Onnipotente cadde su Mosè proprio per la modestia che gli derivava dall'aver esperito i pericoli della brama di potere. Solo un uomo così speciale poteva edificare un rapporto fra legge ed etica basato sulla giustizia giusta.

Il codice giuridico scaturito dal cammino straordinario di un legislatore balbuziente, consiste di 613 precetti tra negativi e positivi. Questi sono come dei “grimaldelli” con cui scardinare le porte del cielo o meglio costruire un mondo di giustizia per tutti su questa terra così travagliata.

In questi giorni mi è caduto sotto gli occhi uno di questi preziosi grimaldelli il cui splendore mi pareva particolarmente intenso: non darete onore ad un potente sottoposto a giudizio.

Il monito è rivolto al giudice perché non abbia nessun riguardo verso il potente che sta giudicando e lo tratti con lo stesso rigore e la stessa umanità riservata al più umile degli uomini. Ci sono giudici che si attengono a questo principio. Essi rappresentano una benedizione per l'umanità intera. Attraverso il loro operato si realizza l'idea uguaglianza, di libertà, di democrazia. Penso al giudice spagnolo Bathasar Garzon che ha tenuto aperto il dossier sui crimini degli ufficiali assassini e torturatori della guerra voluta dalla dittatura argentina del generale Videla, costata migliaia di vite e dolori senza fine a tante famiglie che oggi, grazie ad un politico coraggioso, il presidente Kirchner e ad un giudice senza ossequio per i potenti, potranno avere giustizia. Penso ai nostri Ilda Boccassini e Gherardo Colombo che tengono testa ad ogni forma di calunnia ed intimidazione messa in atto dagli odierni autoproclamatisi “uniti” che ignorano il senso stesso dei valori fondanti dell'idea di essere umano il più luminoso dei quali è proprio: la giustizia è uguale per tutti.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 09/08/2003


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