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Moni Ovadia

Sia polvere nell'acqua

Il conflitto mediorientale fra israeliani e palestinesi sembra essere diventato una faida su vasta scala. La road map appare ogni giorno di più come dei chiffons de papier per dirla con una rude espressione della diplomazia dei cannoni. La reazione delle grandi istanze internazionali è di routine. L'unica cosa che rimane drammaticamente concreta è l'inesorabile spargimento di sangue, come in una faida appunto. Tu ammazzi uno dei miei, io ne ammazzo tre dei tuoi e non solo quello che ha ammazzato i miei ma qualcuno della tua famiglia.

Nell'alternanza apparentemente inesorabile ed inarrestabile delle morti appare flebilmente qualche piccolo segno di crisi. Non sono più solo i “perfidi” fogli della sinistra a porsi delle domande inquietanti. Alex Fishman scrive su Yedioth Aharonot: “non si discute che si debbano inseguire i terroristi ed i loro gruppi. Ma abbiamo l'impressione che la violenza sia divenuta un fine in sé (...) E' concepibile che qualcuno fra noi abbia deciso di considerare che tutta la società palestinese sia un obiettivo? Se si tratta di questo allora non ci sono più limiti, e noi ci troviamo di fronte ad una “guerra per la guerra” e il popolare e diffusissimo Maariv scrive: 2Il messaggio impresso sui razzi israeliani e inviato a Hamas e alla popolazione palestinese è che il padrone di casa (ossia il governo di Israele) è impazzito”. No, il primo ministro Ariel Sharon non è impazzito, ha solo una fiducia assoluta nell'uso della forza militare. La sua è una cultura profonda che verosimilmente nasce da una risposta istintiva e primaria alla tragica storia degli ebrei: perché non accada mai più ciò che è accaduto bisogna essere i più forti, picchiare duro, possibilmente per primi. Quello che cerca è la resa senza condizioni dei terroristi e di tutti coloro che secondo le informazioni della sua intelligence sono collusi con i kamikaze e i loro capi. La sua è un'ossessione e come tale occupa tutto il territorio della sua mente, pertanto non vi è più spazio e men che meno per la complessità. Tutto ciò che non rientra nello schema è inaccettabile e pericoloso. Per questo gli uomini del suo governo definiscono traditori Yossi Sarid leader storico del Meretz, più volte ministro nei governi a guida laburista e gli altri artefici dell'accordo di Ginevra che sta per essere siglato il 4 novembre con la delegazione palestinese guidata da Sari Nesseibeh rettore dell'università “Al-Quds” di Gerusalemme. L'accordo di Ginevra si propone di riprendere seriamente il cammino della pace con una road map alternativa a quella del quartetto rivelatasi a tutt'oggi fallimentare.

Nel mio piccolo, faccio anch'io orgogliosamente parte della schiera dei “traditori” e pur no avendo le mie parole alcuna influenza sulle decisioni prese nello scacchiere mediorientale, vengo accusato dai sostenitori più accesi del governo Sharon qui a casa nostra di voler svendere la sicurezza di Israele o peggio di essere un nemico del popolo ebraico. Altri più moderati e ragionevoli che pur dissentendo dalle mie opinioni mi rispettano, non resistono però alla tentazione di inviarmi materiali che secondo loro testimoniano dell'odio dei palestinesi (sempre considerati genericamente) contro gli israeliani. Lo fanno per convincermi o forse per convincere loro stessi che l'occupazione e la colonizzazione delle terre palestinesi è una dura necessità. Trentasette anni fa, il grande pensatore israeliano Yeshayau Leibowitz aveva severamente ammonito il governo di Israele a lasciare immediatamente quei territori, lo aveva fatto con parole incandescenti denunciando quell'occupazione come ingiusta e preconizzando che essa avrebbe corrotto i più alti valori su cui era stato fondato lo Stato ebraico. Oggi vediamo che quella profezia era gravida di senso. La pace, per l'ebraismo, è un valore supremo, Ce lo ricordano molti sublimi pensieri nel Talmud e nei Pirqey Avot (le Massime dei Padri). Ne vorrei citare uno non per strumentalizzarlo ma per ricordarlo. Dice il Santo Benedetto: “Per la pace fra un marito e sua moglie Io sono disposto a che sia polvere nell'acqua (venga cancellato) il Mio Nome scritto in santità. A più forte ragione, Io sono disposto a che sia polvere nell'acqua il Mio Nome scritto in santità per la pace su tutto il mondo”.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 25/10/2003


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