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L'UNITA' – 10/02/2002

Mi ricordo, mi ricordo: Io e il “Che”

Sono due signori coi capelli bianchi, l'aria innocua. Sono qui a Porto Alegre per il Forum. Il primo ha compiuto proprio oggi 61 anni, è boliviano, fa il medico. E' un tipo tarchiato ma abbastanza atletico. L'altro è più anziano, ha 72 anni, alto, ma di fisico è più fragile. E' uruguaiano (se dovrebbe dire uruguayo), ha fatto tanti mestieri nella vita, ora fa politica a tempo pieno.

Il boliviano si chiama Osvaldo Peredo, l'uruguaiano Martin Almeda.

Il nome di Almeda dice poco in Italia, in Uruguay però è noto: è stato uno dei capi dei Tupamaros, ha fatto la lotta armata contro la dittatura militare e poi ha vissuto appartato per 16 anni filati in un carcere speciale. I primi tre anni in isolamento assoluto. Gli altri tredici in isolamento semplice.

Il nome Peredo, a chi ha più di 50 anni ricorda qualcosa. E' l'ultimo di tre fratelli: Inti, Coco e Osvaldo Peredo.

Erano tutti e tre nella guerriglia con Che Guevara. Quando uccisero il Che, Inti sfuggì all'imboscata e fu lui che prese il comando. Due anni dopo però uccisero anche Inti e anche Coco, allora toccò a Osvaldo riorganizzare la guerriglia. Restò sui monti, a capo dei suoi cento combattenti, quasi per altri dieci anni. Poi sciolse la banda, però restò in clandestinità finché non lo arrestarono e si fece un paio d'anni di galera. Ora vive a Santa Cruz e fa il medico condotto. Ma non ha mai smesso di far politica e ha lo stesso piglio aggressivo e guevarista che doveva avere quando invece del cellulare portava il mitra.

Peredo dice che la situazione politica boliviana è ancora pessima. Basta dire che 30 famiglie hanno in mano una quantità di terra superiore a quella posseduta da milioni di campesinos. E il rapporto tra latifondisti e campesinos è uguale a quello di due secolo fa, quello che abbiamo visto in tanti film western, in Messico o in Texas, come nella storia di Billy the Kid. Prepotenze, ricatti, sparatorie. Qualche giorno fa le squadracce dei latifondisti hanno attaccato un gruppo di contadini che occupavano un pezzetto di terra incolta, ne hanno uccisi sette: sei adulti e un bambinetto. Peredo dice che erano protetti dalla polizia.

Chiedo a Peredo come fu ucciso Che Guevara. Mi dice che lo sorpresero l'otto ottobre, in montagna. 2Ci fu uno scontro a fuoco. Lo ferirono a un braccio e a una gamba, e al Che cadde il mitra. Così lo catturarono e lo portarono in un villaggetto lontano tre chilometri dal posto dove era caduto. Un villaggetto di venti case. Lo interrogarono per ore. C'era anche un americano, agente della Cia. Non ottennero niente. Non seppero nulla da lui. Allora incaricarono un sergente, un certo Teran, di sparargli a bruciapelo. Teran non se la sentiva, non aveva cuore. Lo portarono all'osteria e gli fecero bere una bottiglia di rum o qualcosa del genere. Lo fecero ubriacare. All'una e dieci dopo mezzogiorno Teran rientrò nella casupola che faceva da prigione, puntò il mitra e sparò la raffica. Due anni dopo, in dicembre, in un imboscata caddero anche i miei due fratelli. Fu allora che presi il comando. Eravamo rimasti solo in dodici, ma non ci scoraggiavamo. E dopo un anno eravamo già in 57, un numero sufficiente per dare pensieri al regime. Poi, col tempo, riuscimmo a organizzare anche una rete di guerriglia nelle città. A Orruru, a la Paz e nei paesi con le miniere. Arrivammo ad avere 400 militanti armati. Andammo avanti per dieci anni.”.

Racconto a Peredo che nei giornali europei, da circa un anno escono articoli che avanzano l'ipotesi che fu il giornalista francese Regis Debray, e cioè l'amico fraterno del Che (che lo aveva seguito sui monti e poi però era stato arrestato nella primavera del '67) che fu lui a “cedere” – diciamo così – e a dare ai militari le indicazioni necessarie per l'imboscata contro Guevara. Chiedo: “Ci credi?”. Peredo abbassa il mento, tace per un attimo, si accarezza il mento. Poi rialza lo sguardo e annuisce: “Sì, io ci credo”. Perché? Peredo dice di ricordare uno scambio di lettere con Debray, dopo l'uccisione di Guevara, nelle quali il giornalista francese gli chiedeva di sospendere la lotta armata, gli diceva che non c'era più spazio, non c'era più motivo né possibilità di vittoria. E ricorda di avergli risposto in molto duro. Peredo dice che forse Debray fu torturato, e che era difficile, in quelle condizioni, resistere alle pressioni dei carcerieri boliviani. Non mi pare che ce l'abbia con Debray, che lo consideri un traditore. Però certamente non ha neppure affetto per l'amico del Che, e non credo che abbia voglia di rivederlo.

Peredo, quanta gente è rimasta viva tra quelli che fecero la guerriglia con il Che?. “Ci sono cinque superstiti”. Peredo, com'era il Che? Non ti sa rispondere, ride. Dice: “Com'era? Lo sapete tutti: era bellissimo”. Poi cerca di riassumere. Dice che era uno dei pochi uomini al mondo ad essere diventato una figura mitica quando era ancora vivo. Aveva un carisma incredibile. Perché lui aveva grandi intuizioni e un'enorme capacità di comunicazione, anche se parlava poco, non era facondo come Castro. Però la sua analisi e le sue indicazioni erano essenziali, nette, e scavalcavano i partiti, le ideologie, le grandi organizzazioni. Andavano al cuore del problema. Aveva lasciato Cuba per scelta politica. Non credeva all'economia per l'economia, al potere per il potere. Lui vedeva chiaro che il socialismo è possibile solo se si mettono l'economia e il potere al servizio dell'uomo. Per questo lasciò tutto e andò in Bolivia. In America latina ci sono altre figure come lui, cioè personaggi che hanno tagliato a metà la storia, ne hanno deviato il corso. José Artigas, Simon Bolivar.

Martin Almeda, l'uruguayo, annuisce, è d'accordo con l'amico Peredo. Poi mi racconta la sua storia. Nella vita ha fatto tutto: l'insegnante, il falegname, il vigile urbano. Ora fa ancora politica. Milita nei due movimenti che hanno preso l'eredità dei Tupamaros e oggi sono perfettamente legati e hanno anche alcuni rappresentanti in Parlamento. L'Mln, che è un gruppo ristretto, di quadri, e il Movimento di partecipazione popolare, che invece è di massa ed è la sigla che si presenta alle elezioni. Martin mi spiega che quando decise di dedicarsi alla lotta armata mise in conto tutto. La prigione, le torture, la morte. Lo arrestarono per la prima volta nel '64. Nei paesi dell'America latina era iniziata la famosa “operazione Condor” che partì dal Brasile e prevedeva la collaborazione di tutte le polizie per reprimere i movimenti di lotta clandestini. Il primo arresto durò poco, solo otto mesi. In Uruguay non c'era ancora stato il golpe militare. Il secondo arresto fu nel '68. restò in carcere tre anni, dopodiché organizzò una delle più spettacolari evasioni di tutti i tempi.

Scavarono un tunnel, lavorarono mesi. Cinque metri di profondità e trecento metri in senso orizzontale. Poi risalirono. Avevano calcolato tutto. Sarebbero emersi nel salotto di una casetta vicino al carcere. La proprietaria era parente di uno dei fuggitivi, ma non sapeva niente. Era il 12 settembre del '71 quando fecero saltare il pavimento, Martin uscì per primo. Era pomeriggio, la signora stava bevendo cioccolata calda coi biscotti. Quasi svenne. Poi vide suo cugino e lui la tranquillizzò. Se la svignarono in 114.

La libertà durò poco, giusto un anno. Lo ripresero nel luglio del '72 e rimase dentro fino all'88. Quando lo arrestarono la prima volta aveva 34 anni, e il figlio ne aveva nove. E' uscito dal carcere quasi sessantenne. La sua vita è stata tutta lì, dietro le sbarre. I primi tre anni vissuti sempre solo, in una cella di due metri e mezzo per due, col letto ribaltabile e bugliolo che veniva vuotato una volta a settimana. Senza leggere, senza scrivere, senza ascoltare nulla, senza vedere il sole o il cielo, senza parlare, mangiando poco. Poi lo trasferirono in un carcere più confortevole, che si chiamava “carcere Libertad”, e lì aveva un'ora d'aria ogni settimana, ma poi restava in isolamento. Gli chiedo come ha potuto sopravvivere, e come ha potuto non impazzire. Mi dice che passeggiava su e giù per la cella, e che cacciava le mosche e le dava in pasto ai regni.

Al carcere Libertad, poco prima che lo rilasciassero, lo visitò uno psichiatra. Gli chiese: “Come sta?”. Lui rispose: “Stavo per chiederglielo io a lei: come sto? Sa, i matti in genere credono sempre di stare benissimo, ma non è vero”. Lo psichiatra si offese e se ne andò. Così Martin non ha mai saputo se in carcere è diventato matto.

Piero Sansonetti – L'UNITA' – 10/02/2002


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