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L'Unità
Piero Sansonetti
03.02.2002

Porto Alegre accusa la sinistra riformista: sta con Bush



Quante sono le sinistre nel mondo? E quanto distano l'una dall'altra? Quello che colpisce, guardando la sinistra mondiale dalla torrida laguna di Porto Alegre, è l'abissale lontananza tra i linguaggi: cioè tra quelli della sinistra tradizionale europea, riformista, o dei liberal americani, e quelli di questo mondo no-global, che sta vivendo un momento di travolgente crescita nelle sue dimensioni di massa e soprattutto nella sua struttura politica e intellettuale. Eppure, è inevitabile, questi due consistenti eredi-separati del socialismo del secolo scorso, prima o poi dovranno incontrarsi, e dovranno scambiarsi qualche opinione. Se parli con Samir Amin, o con Naomi Klein, o con Martin Kohr, solo per citare alcuni dei più famosi tra i «maestri» di questo movimento, ti accorgi che loro usano categorie e danno per scontati (come assiomi) giudizi che a Roma, o a Londra, o a Berlino farebbero inorridire i partiti che esprimono - almeno per quel che riguarda la democrazia rappresentativa - la parte più grande della sinistra ufficiale dei vari paesi. Amin per esempio non considera i partiti socialdemocratici europei come sinistra. Dice che son più vicini a Bush che a Porto Alegre. Ma non perché non sanno vincere - cioè, per capirci non c'entra nulla la critica morettiana - ma perché non sanno pensare, non sanno capire, giudicare, scegliere. E restano subalterni al modello liberale, cioè al capitalismo.
Samir Amin è un signore di 70 anni, giovanile, coi capelli bianchi, economista molto conosciuto, potremmo dire il maggior economista di sinistra del sud del mondo. Egiziano di nascita, parigino di studi, e oggi africano, diciamo senegalese perché insegna, lavora e «combatte» a Dakhar.
Ieri ha tenuto una conferenza sul capitalismo in un'aula affollatissima, soprattutto di ragazzi, quelli del campeggio (che si riconoscono perché portano un cinturino arancione fosforescente legato al polso o alla caviglia). Amir ha parlato per un'ora in un silenzio totale, i ragazzini ascoltavano e prendevano appunti con una diligenza che credo non abbiano mai avuto in nessuna aula scolastica. Amin ha detto che il capitalismo sta vivendo una fase di grande difficoltà: tremano i pilastri sui quali si fonda, perché non riesce più a estendere con facilità e senza conflitti il suo dominio su tutta la società, e perché vede sgretolarsi quello che Amin chiama il «compromesso storico» tra la borghesia e la «working class». Alla fine della conferenza ho chiesto ad Amin se crede che questo significhi che è alle porte un grande rivolgimento politico sociale. Mi ha detto di no. Lui - che si dichiara un marxista tradizionale - dice che il mondo sta entrando in una lunga fase di transizione. In che direzione non si sa, dipende dalla politica. Però è possibile fare in modo che sia una transizione tra capitalismo globale e socialismo globale. Gli ho chiesto se la parola socialismo è ancora attuale. Quasi si è stupito, forse un po' indignato: «Come no! - mi ha risposto- attualissima». La transizione però può durare anche un periodo molto lungo, forse cinquant'anni, forse un secolo. Ma è dentro questa transizione che si svolge e ha un senso la battaglia politica moderna. Se non la si pensa in questa dimensione non è più politica. La vecchia contrapposizione tra Kautsky e Lenin su riforme o rivoluzione è superata. La via è quella del riformismo radicale. Cosa significa? Samir mi spiega che si tratta di compiere progressive trasformazioni, che non servano a migliorare il modello neoliberale, ma a ribaltarlo e a prepararne la sostituzione. Il riformismo radicale può svolgersi solo nel moltiplicarsi dei conflitti, anche perché la destra oppone al riformismo radicale (che comporta un rischio mortale per il liberalismo) la sua linea odierna, che è quella della dittatura del capitale transnazionale. In politica questa sua linea si traduce nel dominio della destra. Chiedo ad Amin se quando dice «destra» intende Bush; lui si accalora, mi dice: «Sì, Bush, ma anche Blair, anche Shröder....». Poi si ferma un attimo, mi guarda negli occhi sorridendo, e aggiunge: «Anche i Ds, sai?, anche i Ds italiani...». Però poi mi assicura che lui crede che l'associazione della socialdemocrazia alla destra non sia irreversibile. La sinistra europea potrà ritrovare la strada, e uscire dalla morsa neoliberista. E buttare a mare l'egemonia della borghesia che oggi è al comando. Amin dice che questa borghesia è molto peggiore di quella di una volta. «Una volta la borghesia era legalitaria, era elegante, raffinata. Ora è fatta di gangster, di gente senza stile. Guarda al comportamento di Bush, oppure guarda in casa tua: non ti sembra molto volgare Silvio Berlusconi?».

A NOVEMBRE FORUM IN ITALIA
Oggi sarà l'ultimo giorno di discussione al forum mondiale. Domani solo manifestazioni e festeggiamenti. Intanto però si discute dei prossimi appuntamenti, e sono molti. I più importanti sono il forum mondiale straordinario che i no-global vogliono tenere in Palestina, e poi i vari forum continentali che si terranno dopo l'estate. Quello europeo probabilmente tornerà in Italia, un anno dopo Genova. Gli italiani hanno posto la propria candidatura, e quasi certamente la spunteranno perché l'unica candidatura alternativa è Parigi. Gran città, ma i francesi qui a Porto Alegre si sono dimostrati un po' in difficoltà. Sia perché sono parecchio divisi tra loro (mentre la delegazione italiana è decisamente compatta), sia perché la loro posizione sul pacifismo è considerata da molti un po' traballante. Come mai? La spiegazione sta nell'influenza che i partiti comunisti hanno sui movimenti, e nel fatto che il partito comunista francese è al governo e non si è opposto alla guerra in Afganistan.

SINDACALISTI
La presenza dei sindacati a Porto Alegre è decisamente più forte degli anni precedenti. Sia in America Latina che in Europa i movimenti sindacali sono sempre più attratti dalle analisi contro il liberismo. L'altr'anno i delegati sindacali al Forum erano una cinquantina, quest'anno sono più di trecento. Un'altra statistica sui sindacalisti, assai più drammatica, l'ha fornita ieri Giorgio Cremaschi, segretario dei metalmeccanici italiani. Nel 2001 in America Latina sono stati uccisi 2.500 sindacalisti. Uno sterminio, una mattanza fascista della quale noi europei non sappiamo niente.

MONTALBAN CONTRO LA STAMPA
A questo proposito, l'altra sera lo scrittore spagnolo Manuel Vasquez Montalban ha tenuto una lezione sull'informazione. Più che una lezione è stata una critica feroce all'informazione nei paesi liberisti. Montalban dice che giornali e televisioni occidentali sono strumenti per distorcere la realtà, e infatti il controllo sull'informazione è tutto nelle mani di circoli ristretti della borghesia. I mezzi di informazione sono mezzi per difendere e consolidare l'ideologia liberista e i programmi dei conservatori. Dai media noi non riceviamo le notizie su quel che succede nel mondo, né gli strumenti per conoscere e giudicare la realtà. Montalban ha citato anche la Cnn, dichiarandosi contento perché finalmente questa grande tv americana ha deciso di coprire un avvenimento come il Forum di Porto Alegre. Ma come lo sta coprendo? Mostrando feste, cortei, gente che danza: niente però sui contenuti di questa gigantesca discussione di massa.
Come difendersi? Montalban dice che dobbiamo tornare al modello anni-70 costruendo reti di stampa e informazione alternativa.

NAOMI KLEIN PER LA DISOBBEDIENZA
Tra le altre 200 riunioni di ieri una era con Naomi Klein, la giovane giornalista canadese famosa in Italia per il suo libro «No logo», critica spietata della moderna società commerciale. Naomi Klein ha parlato contro la guerra e soprattutto si è indignata per il modo illegale con il quale gli americani stanno trattando i prigionieri di guerra nel «lagherino» di Guantanamo, a Cuba. La Klein ha detto che si vede da Guantanamo quanto sia forte e incorruttibile la democrazia americana. Molto poco. Poi, parlando dei movimenti, ha detto che la categoria di «società civile» non è più valida, non serve né a capire i movimenti né a farli crescere. Il futuro dei movimenti -ha detto - è nella disobbedienza civile e sociale. Interrogata sul problema della violenza, Naomi Klein ha risposto che tutti vedono come i movimenti che sono a Porto Alegre riescono a restare uniti sebbene al loro interno ci siano idee e punti di vista anche molto lontani tra loro. Come mai riescono a restare uniti? Perché decidono da soli su cosa discutere e come confrontarsi. Hanno conquistato autonomia. Non si fanno imporre i temi da fuori. Il tema della violenza è un tema che interessa solo il mondo esterno ai movimenti.


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