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L'Unità |
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Porto Alegre accusa la sinistra riformista: sta con Bush
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Quante sono le sinistre nel
mondo? E quanto distano l'una dall'altra? Quello che colpisce,
guardando la sinistra mondiale dalla torrida laguna di Porto Alegre,
è l'abissale lontananza tra i linguaggi: cioè tra
quelli della sinistra tradizionale europea, riformista, o dei liberal
americani, e quelli di questo mondo no-global, che sta vivendo un
momento di travolgente crescita nelle sue dimensioni di massa e
soprattutto nella sua struttura politica e intellettuale. Eppure, è
inevitabile, questi due consistenti eredi-separati del socialismo del
secolo scorso, prima o poi dovranno incontrarsi, e dovranno
scambiarsi qualche opinione. Se parli con Samir Amin, o con Naomi
Klein, o con Martin Kohr, solo per citare alcuni dei più
famosi tra i «maestri» di questo movimento, ti accorgi
che loro usano categorie e danno per scontati (come assiomi) giudizi
che a Roma, o a Londra, o a Berlino farebbero inorridire i partiti
che esprimono - almeno per quel che riguarda la democrazia
rappresentativa - la parte più grande della sinistra ufficiale
dei vari paesi. Amin per esempio non considera i partiti
socialdemocratici europei come sinistra. Dice che son più
vicini a Bush che a Porto Alegre. Ma non perché non sanno
vincere - cioè, per capirci non c'entra nulla la critica
morettiana - ma perché non sanno pensare, non sanno capire,
giudicare, scegliere. E restano subalterni al modello liberale, cioè
al capitalismo.
Samir Amin è un signore di 70 anni,
giovanile, coi capelli bianchi, economista molto conosciuto, potremmo
dire il maggior economista di sinistra del sud del mondo. Egiziano di
nascita, parigino di studi, e oggi africano, diciamo senegalese
perché insegna, lavora e «combatte» a Dakhar.
Ieri ha tenuto una conferenza sul capitalismo in un'aula
affollatissima, soprattutto di ragazzi, quelli del campeggio (che si
riconoscono perché portano un cinturino arancione
fosforescente legato al polso o alla caviglia). Amir ha parlato per
un'ora in un silenzio totale, i ragazzini ascoltavano e prendevano
appunti con una diligenza che credo non abbiano mai avuto in nessuna
aula scolastica. Amin ha detto che il capitalismo sta vivendo una
fase di grande difficoltà: tremano i pilastri sui quali si
fonda, perché non riesce più a estendere con facilità
e senza conflitti il suo dominio su tutta la società, e perché
vede sgretolarsi quello che Amin chiama il «compromesso
storico» tra la borghesia e la «working class».
Alla fine della conferenza ho chiesto ad Amin se crede che questo
significhi che è alle porte un grande rivolgimento politico
sociale. Mi ha detto di no. Lui - che si dichiara un marxista
tradizionale - dice che il mondo sta entrando in una lunga fase di
transizione. In che direzione non si sa, dipende dalla politica. Però
è possibile fare in modo che sia una transizione tra
capitalismo globale e socialismo globale. Gli ho chiesto se la parola
socialismo è ancora attuale. Quasi si è stupito, forse
un po' indignato: «Come no! - mi ha risposto- attualissima».
La transizione però può durare anche un periodo molto
lungo, forse cinquant'anni, forse un secolo. Ma è dentro
questa transizione che si svolge e ha un senso la battaglia politica
moderna. Se non la si pensa in questa dimensione non è più
politica. La vecchia contrapposizione tra Kautsky e Lenin su riforme
o rivoluzione è superata. La via è quella del
riformismo radicale. Cosa significa? Samir mi spiega che si tratta di
compiere progressive trasformazioni, che non servano a migliorare il
modello neoliberale, ma a ribaltarlo e a prepararne la sostituzione.
Il riformismo radicale può svolgersi solo nel moltiplicarsi
dei conflitti, anche perché la destra oppone al riformismo
radicale (che comporta un rischio mortale per il liberalismo) la sua
linea odierna, che è quella della dittatura del capitale
transnazionale. In politica questa sua linea si traduce nel dominio
della destra. Chiedo ad Amin se quando dice «destra»
intende Bush; lui si accalora, mi dice: «Sì, Bush, ma
anche Blair, anche Shröder....». Poi si ferma un attimo,
mi guarda negli occhi sorridendo, e aggiunge: «Anche i Ds,
sai?, anche i Ds italiani...». Però poi mi assicura che
lui crede che l'associazione della socialdemocrazia alla destra non
sia irreversibile. La sinistra europea potrà ritrovare la
strada, e uscire dalla morsa neoliberista. E buttare a mare
l'egemonia della borghesia che oggi è al comando. Amin dice
che questa borghesia è molto peggiore di quella di una volta.
«Una volta la borghesia era legalitaria, era elegante,
raffinata. Ora è fatta di gangster, di gente senza stile.
Guarda al comportamento di Bush, oppure guarda in casa tua: non ti
sembra molto volgare Silvio Berlusconi?».
A NOVEMBRE FORUM IN ITALIA
Oggi
sarà l'ultimo giorno di discussione al forum mondiale. Domani
solo manifestazioni e festeggiamenti. Intanto però si discute
dei prossimi appuntamenti, e sono molti. I più importanti sono
il forum mondiale straordinario che i no-global vogliono tenere in
Palestina, e poi i vari forum continentali che si terranno dopo
l'estate. Quello europeo probabilmente tornerà in Italia, un
anno dopo Genova. Gli italiani hanno posto la propria candidatura, e
quasi certamente la spunteranno perché l'unica candidatura
alternativa è Parigi. Gran città, ma i francesi qui a
Porto Alegre si sono dimostrati un po' in difficoltà. Sia
perché sono parecchio divisi tra loro (mentre la delegazione
italiana è decisamente compatta), sia perché la loro
posizione sul pacifismo è considerata da molti un po'
traballante. Come mai? La spiegazione sta nell'influenza che i
partiti comunisti hanno sui movimenti, e nel fatto che il partito
comunista francese è al governo e non si è opposto alla
guerra in Afganistan.
SINDACALISTI
La presenza
dei sindacati a Porto Alegre è decisamente più forte
degli anni precedenti. Sia in America Latina che in Europa i
movimenti sindacali sono sempre più attratti dalle analisi
contro il liberismo. L'altr'anno i delegati sindacali al Forum erano
una cinquantina, quest'anno sono più di trecento. Un'altra
statistica sui sindacalisti, assai più drammatica, l'ha
fornita ieri Giorgio Cremaschi, segretario dei metalmeccanici
italiani. Nel 2001 in America Latina sono stati uccisi 2.500
sindacalisti. Uno sterminio, una mattanza fascista della quale noi
europei non sappiamo niente.
MONTALBAN CONTRO LA STAMPA
A
questo proposito, l'altra sera lo scrittore spagnolo Manuel Vasquez
Montalban ha tenuto una lezione sull'informazione. Più che una
lezione è stata una critica feroce all'informazione nei paesi
liberisti. Montalban dice che giornali e televisioni occidentali sono
strumenti per distorcere la realtà, e infatti il controllo
sull'informazione è tutto nelle mani di circoli ristretti
della borghesia. I mezzi di informazione sono mezzi per difendere e
consolidare l'ideologia liberista e i programmi dei conservatori. Dai
media noi non riceviamo le notizie su quel che succede nel mondo, né
gli strumenti per conoscere e giudicare la realtà. Montalban
ha citato anche la Cnn, dichiarandosi contento perché
finalmente questa grande tv americana ha deciso di coprire un
avvenimento come il Forum di Porto Alegre. Ma come lo sta coprendo?
Mostrando feste, cortei, gente che danza: niente però sui
contenuti di questa gigantesca discussione di massa.
Come
difendersi? Montalban dice che dobbiamo tornare al modello anni-70
costruendo reti di stampa e informazione alternativa.
NAOMI KLEIN PER LA
DISOBBEDIENZA
Tra le altre 200 riunioni di ieri una era con
Naomi Klein, la giovane giornalista canadese famosa in Italia per il
suo libro «No logo», critica spietata della moderna
società commerciale. Naomi Klein ha parlato contro la guerra e
soprattutto si è indignata per il modo illegale con il quale
gli americani stanno trattando i prigionieri di guerra nel
«lagherino» di Guantanamo, a Cuba. La Klein ha detto che
si vede da Guantanamo quanto sia forte e incorruttibile la democrazia
americana. Molto poco. Poi, parlando dei movimenti, ha detto che la
categoria di «società civile» non è più
valida, non serve né a capire i movimenti né a farli
crescere. Il futuro dei movimenti -ha detto - è nella
disobbedienza civile e sociale. Interrogata sul problema della
violenza, Naomi Klein ha risposto che tutti vedono come i movimenti
che sono a Porto Alegre riescono a restare uniti sebbene al loro
interno ci siano idee e punti di vista anche molto lontani tra loro.
Come mai riescono a restare uniti? Perché decidono da soli su
cosa discutere e come confrontarsi. Hanno conquistato autonomia. Non
si fanno imporre i temi da fuori. Il tema della violenza è un
tema che interessa solo il mondo esterno ai movimenti.
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