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Giancarlo Summa
L'UNITA'
04.02.2002

Susan George: «L’obiettivo non è questo. Pensiamo alla Tobin Tax»



«Non siamo contro la globalizzazione, ma vogliamo che le regole siano le nostre e non quelle dell’establishment mondiale». Susan George replica così al «caro amico» Walden Bello. Nata negli Stati Uniti, da molti anni residente a Parigi, George è vicepresidente della sezione francese di Attac, l’organizzazione che si batte per l’adozione della Tobin Tax, e direttrice associata del Transnational Institute di Amsterdam. I suoi libri sul debito estero e sulle storture del sistema finanziario internazionale sono tradotti in tutto il mondo.

La moltiplicazione dei blocchi regionali può essere la giusta risposta alla globalizzazione?
«Su questo non sono d’accordo con Walden. Lui difende le istituzioni regionali contro lo strapotere delle organizzazioni globali, ma vorrei ricordargli che le condizioni del Nafta (l’accordo di libero commercio tra Stati Uniti, Canada e Messico, ndr) sono peggiori di quelle della Wto. Non ha senso definirsi contro la globalizzazione: noi, mi riferisco alle migliaia di organizzazioni che sono qui al Forum, siamo internazionalisti, a favore della democrazia e della solidarietà. L’Fmi e le altre istituzioni possono avere un ruolo da svolgere. Delle regole devono esserci, ma devono essere utili a tutti, e non solo alle imprese transnazionali, al capitale finanziario, e ai governi che lavorano per quegli interessi. Loro stanno cercando di portarci via le conquiste degli ultimi cento anni, affidando al mercato l’educazione, la salute, i servizi pubblici. Dobbiamo resistere o ci faranno tornare al XIX secolo».

Molte parti del Sud del mondo sono ancora ferme al Medioevo.
«Purtroppo si, e la situazione si sta aggravando. L’establishment mondiale non sta facendo nulla: sono frivoli, se non criminali, e le imprese si preoccupano solo dei loro utili immediati. L’ossessione dell’Fmi e degli economisti neoliberali è appena quella di tener bassa l’inflazione. Questo da solo non serve a nulla: l’Argentina era in deflazione, e il costo del denaro era arrivato al 30% l’anno a causa dell’elevatissimo rischio-paese, e abbiamo visto come è finita. Ma si illudono quelli che pensano che ci siano limiti all’avidità dei signori della terra, o che la visione delle sofferenze di milioni di persone sia, di per sé, capace di cambiare qualcosa. Invece, bisogna organizzarsi e porsi degli obbiettivi concreti. Innanzi tutto la cancellazione del debito estero e l’adozione di tassazioni internazionali, come la Tobin Tax o un imposta sulle fusioni delle imprese transnazionali, con cui finanziare i programmi di sradicamento della miseria, dell’analfabetismo, e così via».

L’Onu calcola che con 80 miliardi di dollari l’anno sarebbe possibile eliminare la miseria assoluta nel pianeta in dieci anni.
«È così, ma le priorità oggi sono altre. Dal 1980 al 2000, per fare un esempio, il Brasile ha pagato 587 miliardi di dollari di interessi e ammortamento del suo debito estero, che alla fine di quel periodo si era moltiplicato per quattro. I paesi del Terzo Mondo sono esportatori di capitali verso i paesi ricchi: qualcosa tra i 250 e i 300 miliardi di dollari l’anno. L’unica soluzione, ripeto, è la cancellazione del debito, e non solo quello di piccoli paesi africani in situazione disperata».

Il Forum può aiutare a raggiungere questi obbiettivi?
«È stato un grande successo. É importante ritrovarsi in tanti, scambiarsi idee, progetti, entusiasmo: la maggior parte dell’anno non è affatto così eccitante, spesso ci si sente soli. La destra neoliberista, per usare l’espressione di Gramsci, negli ultimi vent’anni ha saputo costruire un’egemonia culturale intorno alle sue idee. Per sconfiggerli dobbiamo ripartire da qui».


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