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Piero Sansonetti
L'Unità
06/02/2002

Il Wsf chiude con un grande ballo


Alla fine si sono messi a giocare, a ridere. E l'università di Porto Alegre si è trasformata nella più grande balera mai vista al mondo. Nella notte tra lunedì e martedì, gli operai avevano smontato i pannelli che abitualmente dividono le sale, e avevano unificato le quattro grandi aule (da tremila posti a sedere ciascuna) collegandole tra loro e anche con l'atrio e il corridoio. Così si è creato uno spazio immenso, unico, architettonicamente molto bello, dove qualcosa come trentamila persone hanno iniziato a cantare e a ballare. Un po' samba, un po' rock, un po' danze gauche. Un happening in contrasto con la serietà dei cinque giorni precedenti - giorni pensosi di studio e di strategie politiche - ma perfettamente nello spirito giovanile e ottimista del popolo di Porto Alegre. Sul palco ballavano anche i leader del movimento, i rappresentanti di tutte le nazioni. Ballava persino Vittorio Agnoletto - per la prima volta, forse nella sua vita, abbandonando la faccia seria e l'aspetto da Arrigo Sacchi - e mentre ballava, tra passi leziosi e giravolte, sventolava forsennatamente (ne avrà piacere Ciampi ) una bandiera italiana sulla quale aveva scritto a pennarello uno slogan contro la guerra.
Il Forum si è chiuso così, tra risa e lacrime, all'una di ieri mattina. Naturalmente è difficile farne un bilancio oggettivo, perché è difficile vivere per una settimana nella bolgia dell'Università Pontificia di Porto Alegre senza farsi contagiare dallo spirito di questo nuovo «popolo ribelle». La suggestione delle loro idee è molto forte, come è forte la carica di passione politica - che da anni non si rintracciava più, in giro per il mondo - ma soprattutto mi sembra molto forte, coerente, argomentata, l'analisi dei mali che affliggono l'umanità, e delle cause di questi mali. Cioè l'indicazione di quali sono le vittime e di quali sono i carnefici, e la richiesta , a tutte le persone per bene - ai partiti per bene, ai governi per bene, ai sindacati per bene, alle Chiese - di non restare con le mani in mano a guardare i carnefici in azione, sussurrando: «almeno in parte è inevitabile». Il popolo di Porto Allegre dice che non è inevitabile, dice che è impossibile non evitarlo, altrimenti è un suicidio. E questa suggestione - se è solo una suggestione - è la forza più grande del movimento. È quello che gli consente di rivolgersi a un numero enorme di persone in giro per il pianeta, e di farsi capire dalla parte più consistente e lucida della nuova generazione.

I punti di forza
Quali sono i punti di forza emersi da Porto Alegre? Sono tre.
Il primo è la compattezza di un movimento che è giovane, ma non più giovanissimo, e sembra immune dal morbo «divisionista» che ha ucciso tante volte la sinistra negli ultimi due secoli. Questi di Porto Alegre sanno discutere e dissentire in un modo nuovo. Cioè concepiscono il dissenso come atto di libertà, non di rottura. Il secondo punto di forza è la dimensione internazionale del movimento. Possiamo anche dire «globale», perché è così: è il più globale tra i movimenti politici dell'ultimo mezzo secolo. Questo non vuol dire solo che è vasto, che è forte. Vuol dire che è vario: riesce a ragionare con molti punti di vista, cioè non ha addosso quel terrificante provincialismo che, in forme diverse, travolge ormai tutta la politica moderna, dall'America, alla Russia, ai paesi europei. Il terzo punto di forza è la «macchina di pensiero» che ha messo in moto. È veramente notevole. Su un campo vastissimo di temi. L'economia e l'ecologia, in primo luogo, in tutti i loro aspetti moderni. Ma anche la politica, la scienza, la sociologia, l'urbanistica, la pedagogia, lo studio delle questioni sindacali, delle relazioni tra donne e uomini, tra razze, e altro ancora. Questo movimento schiera un numero considerevole di intellettuali di grande prestigio, e soprattutto dimostra un amore raro per la conoscenza e l'approfondimento dei problemi. È un movimento politicamente molto colto, una specie di intellettuale di massa che in passato si era visto raramente. Il sessantotto - per esempio - fu un grande fenomeno culturale, di rottura, ma la fase dell'elaborazione e la fase della lotta di massa - e i protagonisti di queste due fasi - restarono sempre distinti. Non ho mai visto nel '68 un'aula da tremila posti, piena per metà di maturi intellettuali e per metà - mescolati - di ragazzini con le treccine rasta e l'aspetto molto alternativo, ma col taccuino in mano, la penna, e la capacità di prendere vorticosamente appunti, per di più - spesso - ascoltando discorsi in lingue straniere. Sta di fatto che su temi come il rapporto tra uomo e natura, la questione dell'approvvigionamento e della distribuzione delle risorse essenziali (cibo, acqua, aria...), il rapporto tra concentrazione dei capitali e concentrazione del potere e del sapere - per fare qualche esempio - è da questo movimento che si ottengono gli studi e le idee più rigorosi ed avanzati.
Che fare
C'è un punto debole. E cioè la mancata risposta alla domanda: «che fare?». Lenin una novantina d'anni fa rispose alla domanda proponendo la rivoluzione. Poi la fece anche, la rivoluzione, e le cose non andarono benissimo. Questo movimento invece non ha una teoria del domani e soprattutto non ha una teoria del potere. Concepisce il suo futuro politico come un lungo cammino su due rotaie: una di contestazione pura, che serva a impedire lo sviluppo di quello che loro chiamano il disegno neo-liberale, e cioè l'ulteriore concentrazione della ricchezza in Occidente. Hanno avuto già dei risultati, mettendo in difficoltà un organismo super-potente come il G8, e tanti altri istituti - prima mai discussi - come la Banca mondiale, il Fondo monetario, l'organizzazione del commercio. L'altra rotaia è quella lungo la quale si costruiscono gradualmente politiche alternative. Per esempio, riduzione e poi cancellazione del debito dei paesi poveri, cosa che muterebbe profondamente il rapporto tra Nord e Sud del mondo. Per esempio la lotta contro i brevetti troppo esosi sulle medicine. Per esempio la Tobin Tax. Per esempio l'obbligo per i paesi occidentali di destinare lo 0,7 del proprio prodotto lordo al finanziamento dello sviluppo dei paesi poveri. Per esempio la richiesta di cancellare trattati internazionali (commerciali) come l'Alca o il Mai, che sono troppo vantaggiosi per l'occidente e costosissimi per l'Africa e per l'America Latina. Cose piccole? Già, però con il pregio di non essere utopiche, di essere concrete, e anche di non essere poi così piccole e generiche se confrontate con i programmi politici di tanti partiti occidentali.
Dopo Porto Alegre la sinistra tradizionale dovrà decidere più concretamente che nel passato come confrontarsi con questa forza che sta crescendo. È un problema che prima ancora dei partiti nazionali riguarda l'Internazionale socialista. Ci vorrebbe un po' di coraggio. Almeno quanto ne ha mostrato il segretario dell'Onu, Kofi Annan, che ieri ha parlato da New York, in collegamento con Porto Alegre, e ha detto di essere d'accordo con molte cose dette al Forum, e soprattutto che bisogna fare qualcosa con molta urgenza, perché questo pianeta è come una barca nella tempesta, guidata da pochi e con una folla enorme di passeggeri in pericolo di vita. [...]



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