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Pietro Greco
L'Unità
06/02/2002

Porto Alegre va a Johannesburg?


Il prossimo autunno a Johannesburg, in Sud Africa, i rappresentanti al massimo livello di tutti i paesi del mondo si ritroveranno per dar vita alla Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo sviluppo, dieci anni dopo Rio de Janeiro. Fu, la conferenza brasiliana del 1992, una sorta di assemblea costituente in cui le nazioni della Terra riconoscevano l'esistenza di problemi globali urgenti e indicavano le strade da battere per cercare di risolverli. Nacque allora a Rio l'idea - e sarebbe dovuta nascere la prassi - dello sviluppo sostenibile. Di uno sviluppo cioè che fosse nel medesimo tempo sostenibile per la società umana e per l'ecologia planetaria. Infatti i problemi globali urgenti, comuni a tutti i cittadini del pianeta, individuati a Rio de Janeiro erano riconducibili a due tipologie: i problemi della povertà e i problemi dell'ambiente. La conferenza riconobbe che quei due tipi di problemi non ammettevano soluzioni differenziate. Non si potevano risolvere i problemi della povertà senza affrontare, contestualmente, i problemi ambientali. E non si potevano risolvere i problemi ecologici senza aggredire, contestualmente, i problemi della diseguaglianza sociale. Per realizzare queste affermazioni di principio i rappresentanti di tutti i paesi del mondo si diedero vari strumenti giuridici (Convenzione sul Clima e sulla Biodiversità, Agenda 21) e precise scadenze.

A dieci anni da Rio, cosa ne è stato di quelle formali promesse? Cosa ne è stato dello sviluppo sostenibile? Nel suo annuale rapporto sullo stato del pianeta, il Worldwatch Institute di Washington ha provato a tirare un primo bilancio. E, ahimé, si tratta di un bilancio con pochissime luci e moltissime ombre. Una luce brillante, sul piano ambientale, è stata la messa al bando definitiva dei clorofluorocarburi, i responsabili del cosiddetto "buco dell'ozono". Una luce intensa, sul piano sociale, è stata la diminuzione in questo ultimo decennio delle morti causate dalle "malattie dei poveri": come diarrea, tubercolosi, polmoniti. Tuttavia le ombre sono molto più numerose. A dieci anni da Rio, per esempio, le emissioni globali di anidride carbonica sono aumentate del 9%, sebbene siano diminuite nelle economie in transizione dell'ex Unione Sovietica e siano diminuite (di oltre il 7% tra il 1995 e il 2000) nell'economia in rapido sviluppo della Cina. Insomma, le emissioni sono aumentate proprio nei paesi ricchi: nei paesi, cioè, che si erano riconosciuti come responsabili di gran lunga principali del cambiamento del clima globale e si erano, ufficialmente e persino legalmente, impegnati a diminuirle.

Altre ombre non mancano, sia a livello ambientale che a livello sociale. In questi dieci anni nei grandi oceani le barriere coralline danneggiate sono passate dal 10% al 27%. Le morti per aids sono aumentate di ben sei volte, concentrate soprattutto nell'Africa sub-sahariana. La spesa per gli armamenti ha raggiunto e superato i 2 miliardi di euro (2.000 miliardi delle vecchie lire) per giorno. Le differenze di reddito tra i paesi più ricchi e i paesi più poveri, invece di ridursi, si sono ulteriormente allargate. La qualità della vita è peggiorata in molti paesi: dalla Russia al Sud Africa, dalla Romania al Kenya. L'elenco delle ombre potrebbe continuare a lungo. Tuttavia due sono gli elementi che, forse, più di ogni altro caratterizzano questo decennio. Entrambi politici. Uno con più marcati connotati economici: in questi dieci anni che ci separano da Rio il prodotto interno lordo del mondo è aumentato del 30%, ma gli aiuti allo sviluppo sono diminuiti del 23%, passando da 69 a 53 miliardi di dollari. A Rio de Janeiro i paesi ricchi si erano formalmente impegnati a raddoppiare gli aiuti allo sviluppo, portandoli dall'allora 0,35% del prodotto interno lordo allo 0,70%. Nella realtà nei dieci anni dopo Rio questo tasso di solidarietà si è dimezzato, scendendo al di sotto dello 0,20%. Ancora: a Rio de Janeiro i paesi ricchi si erano impegnati a ridurre il debito che stritola le economie e le società dei paesi poveri. Al contrario, da allora il debito è cresciuto del 34% e ha raggiunto la cifra, astronomica, di 2.500 miliardi di dollari. Tanto che oggi gli interessi sul debito che il Terzo Mondo paga al Primo Mondo sono superiori, ormai, agli aiuti allo sviluppo. In pratica, c'è un flusso netto di risorse che ogni anno si trasferisce dalle tasche dei poveri alle tasche, già strapiene, dei ricchi. In definitiva, in questi dieci anni il mondo ha fatto registrare una marcata crescita economica e persino qualche progresso sia in campo ambientale che in campo sociale. Ma le disuguaglianze economiche sono aumentate, i grandi problemi ambientali si sono aggravati e la solidarietà internazionale è crollata.

Questa è la realtà. Ma l'altro elemento politico che ha caratterizzato il decennio del dopo Rio è la crisi sostanziale della cultura ambientale. Infatti, scrive il Worldwatch Institute, in questo decennio: «Le politiche ecologiche sono rimaste a bassa priorità. Mentre il numero crescente di trattati internazionali ambientali internazionali e altre iniziative continuano a soffrire per la scarsa attenzione e l'inadeguato finanziamento». In definitiva, l'idea dello sviluppo sostenibile nato con una fragorosa esplosione a Rio de Janeiro non è riuscita a diventare cultura egemone e incisiva. Non è riuscita a diventare prassi. Con il risultato, sostiene Christopher Flavin, che «malgrado la prosperità degli anni '90, la forbice tra ricchi e poveri si è andata allargando in molti paesi, minandone la stabilità sociale ed economica. E la pressione sui sistemi naturali del mondo, dal riscaldamento globale alla diminuzione e degradazione delle risorse, come il pescato e l'acqua, ha ulteriormente destabilizzato le società». In definitiva: «Dieci anni dopo Rio, siamo ancora molto lontani dall'aver posto fine a quella marginalità economica e ambientale che affligge miliardi di persone».

Duole dirlo. Ma questa crisi della cultura ambientale che non riesce a diventare pratica politica rischia di manifestarsi anche a Porto Alegre. Dove l'attenzione è, giustamente, posta sui problemi della guerra e della insostenibilità sociale del neoliberismo. Un po' meno - e un po' meno giustamente - sui problemi dell'economia ecologica. Certo, nella città brasiliana si parlerà anche dei problemi ambientali globali, a cominciare dal cambiamento del clima planetario. Tuttavia quello che stenta ad affermarsi anche tra i partecipanti al "Global social forum" è la consapevolezza che i problemi ambientali non sono solo problemi prioritari, pari per dignità ai problemi sociali. Ma formano con questi ultimi un tutt'uno che è impossibile districare. Che non c'è possibilità alcuna di perseguire l'equità sociale senza cercare e trovare la qualità ambientale. Insomma, sembra che anche il "popolo di Seattle" faccia fatica ad assimilare per davvero l'idea dello sviluppo sostenibile.

Se persino da Porto Alegre Rio de Janeiro e Johannesburg appaiono lontane, allora la possibilità che il prossimo "vertice della Terra" diventi una nuova occasione mancata è altissima. E altissima resta, purtroppo, la probabilità che, tra dieci anni "saremo ancora molto lontani dall'aver posto fine a quella marginalità economica e ambientale che affligge miliardi di persone".



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