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L'UNITA'
Piero Sansonetti
28.01.2002

In cinquantamila per disegnare un mondo diverso

Ci sono dei numeri che faremmo bene a imparare tutti a memoria, per avere un'idea un po' più precisa di come va il mondo. Per esempio questi: tredicimila mila morti ogni giorno.
Sono le persone che crepano per mancanza d'acqua.
Tredicimila. Diciamo uno ogni dieci secondi. Noi occidentali non siamo abituati a credere che trovare un buon bicchiere di acqua semplice possa essere un problema vitale e insormontabile. Basta aprire il rubinetto. E invece per milioni di uomini è così: è un problema insormontabile. Molti di loro, e cioè cinque milioni ogni anno, non riescono a superarlo e ci lasciano la pelle. La maggior parte sono bambini.
Pensate, tredicimila in un giorno solo: quattro volte le vittime dell'attentato di New York, quattro
volte i morti nel terremoto dell'Irpinia, o gli afgani uccisi durante i primi quindici o venti giorni di guerra.

Un altra cifra-simbolo che potremmo imparare è questa: seicento milioni. E cioè il numero dei cittadini che popolano le quarantatré nazioni più povere del mondo e il cui reddito complessivo non arriva a raggiungere il reddito di tre soli miliardari: Bill Gates, il signor Walton e il sultano del Brunei.

Se vogliamo allargare un po' più lo sguardo allora apprendiamo che i 200 uomini più ricchi della terra posseggono tanto denaro quanto ne producono in un intero anno i due miliardi e mezzo di uomini più poveri della terra, cioè quasi la metà dell'umanità.

Tutto questo per dire che cosa? Semplicemente per dire questo: la povertà è un problema che l'umanità non ha affatto risolto durante il glorioso novecento, anzi lo ha aggravato.
Visto che comunque la metà del mondo vive con meno di due euro a testa, al giorno, e la metà di questa metà vive con un solo euro, e cioè è largamente sotto il livello della dignità umana, della povertà, sotto la soglia dell'indigenza, e vive assetato, denutrito, disperato, impaurito, privo di assistenza.

E il rapporto tra paesi poveri e paesi ricchi, che era nell'ottocento non proprio paritario ma ragionevolmente stretto, ora è un rapporto che si è paurosamente allargato ed è regolato da cifre che segnalano distacchi abissali.
Pensate che nel 1820, quando il capitalismo muoveva i suoi primi passi e iniziava ad espandersi la rivoluzione industriale, i paesi più ricchi del mondo erano tre volte più ricchi dei paesi più poveri del mondo; cento anni dopo il rapporto era passato a 15 a uno - cioè si era quintuplicato - e subito dopo la seconda guerra mondiale aveva superato 30 a 1.
Oggi è aumentato ancora di quasi tre volte, siamo circa a 80 a uno. E non dà segni di voler rallentare.

E' vero che il capitalismo, grazie alla rivoluzione industriale e poi alla nuova rivoluzione informatica, è stato il sistema politico che ha portato l'umanità al massimo sviluppo delle ricchezze; però è anche vero che ha
portato al massimo sviluppo dell'iniquità sociale, e ha creato il sistema di distribuzione delle risorse più ingiusto e barbaro di tutta la storia dell’umanità.

E' possibile, in qualunque angolo della terra, fare politica prescindendo da questi dati?
Non sono forse i dati fondamentali dai quali partire per una analisi della società moderna, e per cercare le ricette e le strade da percorrere per migliorare le cose?

La povertà, l'accesso alle risorse, la loro distribuzione: non sono questi gli elementi essenziali - la vera e propria pietra filosofale - della politica moderna?

La gran parte dell'establishment politico occidentale dà l'idea di credere che le cose non stanno così.

E che il futuro del mondo va valutato, e calcolato, e modellato sul futuro dell'occidente. Cioè sembra credere che è dentro l'occidente che si gioca la partita del futuro.

Questo establishment è stato messo pesantemente in discussione da quello che è stato battezzato il movimento no-global, il quale si è fatto vedere forte e combattivo tre anni fa nel cuore dell'America produttiva e moderna, a Seattle, poi è tornato in piazza decine di volte, in molte altre città del mondo, fino alle grandiose e
drammatiche giornate di Genova, sei mesi fa, che hanno segnato profondamente il movimento, sia perché sono state testimoni di una sua enorme crescita - politica e di consensi - sia perché sono state segnate a sangue dalla feroce aggressione della polizia e dall'uccisione di un ragazzo di vent'anni.

Tra queste due date chiave, e queste due città simbolo - Seattle e Genova - c'è un' altra data e un'altra città: febbraio 2001, Porto Alegre, Brasile meridionale.
E' qui che giusto un anno fa si è tenuto in forma solenne il primo forum sociale mondiale, cioè,
potremmo dire, il solenne congresso dei no-global, ed è qui che ad un anno esatto di distanza, a partire da giovedì prossimo, si terrà il secondo forum sociale mondiale, che durerà cinque giorni e coinvolgerà, si pensa, più di cinquantamila persone.

E' una delle più importanti e grandi riunioni politiche di tutti tempi. Per ampiezza è paragonabile
solo alle gigantesche convenzioni del partito democratico americano, ma è ancora più grande di quelle.

Per intensità, grado di partecipazione di massa, complessità dei temi da discutere non è paragonabile a niente. Le Convention del partito democratico americano, come i congressi dei grandi partiti di massa europei, hanno una fortissima componente propagandistica; certo, c’è anche una componente di discussione vera, reale, ma non predominante.
A Porto Alegre invece la discussione sui grandi temi della politica mondiale e della lotta al neo-liberismo avrà una dimensione che è persino difficile immaginare.
Ogni giorno si terrà un numero di riunioni che andrà dalle 200 alle 300.
Potete pensare a 300 riunioni al giorno, ciascuna con centinaia di partecipanti, in grandissima parte giovani, provenienti più o meno da tutti i paesi del mondo, con decine e decine di interventi - tra i quali quelli di professori, studiosi, esperti, premi nobel - su temi come il mercato, la produzione alimentare nel mondo, i sistemi fiscali delle nazioni e della comunità internazionale, le relazioni internazionali e la guerra, l'accesso alla ricchezza, alla produzione e gli effetti di tutto ciò sull'ambiente, l'organizzazione sociale e civile, il rapporto tra potere politico, democrazia, economia, ambiente e diritto?

E' assai difficile da immaginare, perché è un avvenimento senza molti precedenti. C'è stato il forum di Porto Alegre di un anno fa, ma rispetto a quella data ci sono alcune differenze.
La prima è che nel corso di questi dodici mesi il movimento no-global è cresciuto moltissimo ed è cresciuta, nel mondo (persino nei sempre più lenti mass-media) la consapevolezza che il movimento esiste.
E la seconda differenza è rappresentata dalla situazione internazionale, resa incerta e pericolosissima dalloscontro aperto con gli attentati islamici a New York e Washington, e poi con l'attacco americano in Afganistan, ma anche sempre di più dominata da un unico centro di potere politico, e cioè Washington, che rende il mondo stabilmente e robustamente unipolare.

Il movimento no-global si presenta a questo appuntamento abbastanza consapevole della sua forza e delle sue debolezze.
La sua forza è rappresentata dalla lucidità dell'analisi generale e dalla capacità notevole di contatto e di influenza su strati sempre più grandi delle nuove generazioni.
La debolezza è data - per contrasto - dalla forza dell'avversario, dalla rapidità dei processi della globalizzazione neo-liberista, dalla militarizzazione della politica e del dibattito sul futuro.

Cosa possiamo aspettarci da Porto Alegre 2002? Diciamo due cose. Una complicata e una semplice.
La prima è che si saldi una "alleanza di generazione", le cui linee essenziali già si sono viste nel corso degli ultimi due anni, e che può essere un fatto sociale e culturale clamoroso e dirompente. E' un'alleanza che supera le ideologie del passato, le appartenenze e gli schieramenti. Perché tiene insieme i valori e le capacità
di analisi e di organizzazione di tre grandi correnti ideali: quella dell'ambientalismo, che è la più recente, quella vastissima e contraddittoria della sinistra tradizionale (che si esprime su tanti piani: da quello sindacale, a quello politico, a quello ideologico-culturale, a quello di genere e di sesso sul quale si sviluppa il movimento femminista) e infine la più antica di tutte, e cioè la componente cristiana e soprattutto quella cattolica.
La seconda cosa che possiamo aspettarci da Porto Alegre è molto più semplice della prima ma sarà più difficile ottenerla. Il superamento dei luoghi comuni e contemporaneamente del disinteresse (sono un po' la stessa cosa) nei confronti del movimento, da parte della politica ufficiale e di giornali e Tv.

Per esempio sarebbe bello se nessuno più dicesse stupidaggini tipo: "Altro che no-global, il mondo è sempre di più uno solo!". Sarebbe bello se non fosse più necessario ripetere continuamente che il movimento no-global non è un movimento antimodernista o autarchico, ma anzi è il movimento più internazionale e globale che mai sia esistito, che è contro l'autarchia e i provincialismi: contesta il "potere Unico" su un mondo plurale e diseguale; e vuole -viceversa - un potere plurale e diseguale su un mondo Unico.


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