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In cinquantamila per disegnare un mondo diverso |
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Ci sono dei numeri che faremmo bene a imparare tutti a memoria, per
avere un'idea un po' più precisa di come va il mondo. Per
esempio questi: tredicimila mila morti ogni giorno.
Sono le
persone che crepano per mancanza d'acqua.
Tredicimila. Diciamo uno
ogni dieci secondi. Noi occidentali non siamo abituati a credere che
trovare un buon bicchiere di acqua semplice possa essere un problema
vitale e insormontabile. Basta aprire il rubinetto. E invece per
milioni di uomini è così: è un problema
insormontabile. Molti di loro, e cioè cinque milioni ogni
anno, non riescono a superarlo e ci lasciano la pelle. La maggior
parte sono bambini.
Pensate, tredicimila in un giorno solo:
quattro volte le vittime dell'attentato di New York, quattro
volte
i morti nel terremoto dell'Irpinia, o gli afgani uccisi durante i
primi quindici o venti giorni di guerra.
Un altra
cifra-simbolo che potremmo imparare è questa: seicento
milioni. E cioè il numero dei cittadini che popolano le
quarantatré nazioni più povere del mondo e il cui
reddito complessivo non arriva a raggiungere il reddito di tre soli
miliardari: Bill Gates, il signor Walton e il sultano del Brunei.
Se vogliamo allargare un po' più lo sguardo allora
apprendiamo che i 200 uomini più ricchi della terra posseggono
tanto denaro quanto ne producono in un intero anno i due miliardi e
mezzo di uomini più poveri della terra, cioè quasi la
metà dell'umanità.
Tutto questo per dire che
cosa? Semplicemente per dire questo: la povertà è un
problema che l'umanità non ha affatto risolto durante il
glorioso novecento, anzi lo ha aggravato.
Visto che comunque la
metà del mondo vive con meno di due euro a testa, al giorno, e
la metà di questa metà vive con un solo euro, e cioè
è largamente sotto il livello della dignità umana,
della povertà, sotto la soglia dell'indigenza, e vive
assetato, denutrito, disperato, impaurito, privo di assistenza.
E
il rapporto tra paesi poveri e paesi ricchi, che era nell'ottocento
non proprio paritario ma ragionevolmente stretto, ora è un
rapporto che si è paurosamente allargato ed è regolato
da cifre che segnalano distacchi abissali.
Pensate che nel 1820,
quando il capitalismo muoveva i suoi primi passi e iniziava ad
espandersi la rivoluzione industriale, i paesi più ricchi del
mondo erano tre volte più ricchi dei paesi più poveri
del mondo; cento anni dopo il rapporto era passato a 15 a uno - cioè
si era quintuplicato - e subito dopo la seconda guerra mondiale aveva
superato 30 a 1.
Oggi è aumentato ancora di quasi tre
volte, siamo circa a 80 a uno. E non dà segni di voler
rallentare.
E' vero che il capitalismo, grazie alla
rivoluzione industriale e poi alla nuova rivoluzione informatica, è
stato il sistema politico che ha portato l'umanità al massimo
sviluppo delle ricchezze; però è anche vero che
ha
portato al massimo sviluppo dell'iniquità sociale, e ha
creato il sistema di distribuzione delle risorse più ingiusto
e barbaro di tutta la storia dellumanità.
E'
possibile, in qualunque angolo della terra, fare politica
prescindendo da questi dati?
Non sono forse i dati fondamentali
dai quali partire per una analisi della società moderna, e per
cercare le ricette e le strade da percorrere per migliorare le cose?
La povertà, l'accesso alle risorse, la loro
distribuzione: non sono questi gli elementi essenziali - la vera e
propria pietra filosofale - della politica moderna?
La gran
parte dell'establishment politico occidentale dà l'idea di
credere che le cose non stanno così.
E che il futuro
del mondo va valutato, e calcolato, e modellato sul futuro
dell'occidente. Cioè sembra credere che è dentro
l'occidente che si gioca la partita del futuro.
Questo
establishment è stato messo pesantemente in discussione da
quello che è stato battezzato il movimento no-global, il quale
si è fatto vedere forte e combattivo tre anni fa nel cuore
dell'America produttiva e moderna, a Seattle, poi è tornato
in piazza decine di volte, in molte altre città del mondo,
fino alle grandiose e
drammatiche giornate di Genova, sei mesi fa,
che hanno segnato profondamente il movimento, sia perché sono
state testimoni di una sua enorme crescita - politica e di consensi -
sia perché sono state segnate a sangue dalla feroce
aggressione della polizia e dall'uccisione di un ragazzo di
vent'anni.
Tra
queste due date chiave, e queste due città simbolo - Seattle e
Genova - c'è un' altra data e un'altra città: febbraio
2001, Porto Alegre, Brasile meridionale.
E' qui che giusto un
anno fa si è tenuto in forma solenne il primo forum sociale
mondiale, cioè,
potremmo dire, il solenne congresso dei
no-global, ed è qui che ad un anno esatto di distanza, a
partire da giovedì prossimo, si terrà il secondo forum
sociale mondiale, che durerà cinque giorni e coinvolgerà,
si pensa, più di cinquantamila persone.
E' una delle
più importanti e grandi riunioni politiche di tutti tempi. Per
ampiezza è paragonabile
solo alle gigantesche convenzioni
del partito democratico americano, ma è ancora più
grande di quelle.
Per intensità, grado di
partecipazione di massa, complessità dei temi
da discutere non è paragonabile a niente. Le Convention
del partito democratico americano, come i congressi dei grandi
partiti di massa europei, hanno una fortissima componente
propagandistica; certo, cè anche una componente di
discussione vera, reale, ma non predominante.
A Porto Alegre
invece la discussione sui grandi temi della politica mondiale e della
lotta al neo-liberismo avrà una dimensione che è
persino difficile immaginare.
Ogni giorno si terrà un
numero di riunioni che andrà dalle 200 alle 300.
Potete
pensare a 300 riunioni al giorno, ciascuna con centinaia di
partecipanti, in grandissima parte giovani, provenienti più o
meno da tutti i paesi del mondo, con decine e decine di interventi -
tra i quali quelli di professori, studiosi, esperti, premi nobel - su
temi come il mercato, la produzione alimentare nel mondo, i sistemi
fiscali delle nazioni e della comunità internazionale, le
relazioni internazionali e la guerra, l'accesso alla ricchezza, alla
produzione e gli effetti di tutto ciò sull'ambiente,
l'organizzazione sociale e civile, il rapporto tra potere politico,
democrazia, economia, ambiente e diritto?
E'
assai difficile da immaginare, perché è un avvenimento
senza molti precedenti. C'è stato il forum di Porto Alegre di
un anno fa, ma rispetto a quella data ci sono alcune differenze.
La
prima è che nel corso di questi dodici mesi il movimento
no-global è cresciuto moltissimo ed è cresciuta, nel
mondo (persino nei sempre più lenti mass-media) la
consapevolezza che il movimento esiste.
E la seconda differenza è
rappresentata dalla situazione internazionale, resa incerta e
pericolosissima dalloscontro aperto con gli attentati islamici a New
York e Washington, e poi con l'attacco americano in Afganistan, ma
anche sempre di più dominata da un unico centro di potere
politico, e cioè Washington, che rende il mondo stabilmente e
robustamente unipolare.
Il movimento no-global si presenta a
questo appuntamento abbastanza consapevole della sua forza e delle
sue debolezze.
La sua forza è rappresentata dalla lucidità
dell'analisi generale e dalla capacità notevole di contatto e
di influenza su strati sempre più grandi delle nuove
generazioni.
La debolezza è data - per contrasto - dalla
forza dell'avversario, dalla rapidità dei processi della
globalizzazione neo-liberista, dalla militarizzazione della politica
e del dibattito sul futuro.
Cosa possiamo aspettarci da Porto
Alegre 2002? Diciamo due cose. Una complicata e una semplice.
La
prima è che si saldi una "alleanza di generazione",
le cui linee essenziali già si sono viste nel corso degli
ultimi due anni, e che può essere un fatto sociale e culturale
clamoroso e dirompente. E' un'alleanza che supera le ideologie del
passato, le appartenenze e gli schieramenti. Perché tiene
insieme i valori e le capacità
di analisi e di
organizzazione di tre grandi correnti ideali: quella
dell'ambientalismo, che è la più recente, quella
vastissima e contraddittoria della sinistra tradizionale (che si
esprime su tanti piani: da quello sindacale, a quello politico, a
quello ideologico-culturale, a quello di genere e di sesso sul quale
si sviluppa il movimento femminista) e infine la più antica di
tutte, e cioè la componente cristiana e soprattutto quella
cattolica.
La seconda cosa che possiamo aspettarci da Porto
Alegre è molto più semplice della prima ma sarà
più difficile ottenerla. Il superamento dei luoghi comuni e
contemporaneamente del disinteresse (sono un po' la stessa cosa) nei
confronti del movimento, da parte della politica ufficiale e di
giornali e Tv.
Per esempio sarebbe bello se nessuno più
dicesse stupidaggini tipo: "Altro che no-global, il mondo è
sempre di più uno solo!". Sarebbe bello se non fosse più
necessario ripetere continuamente che il movimento no-global non è
un movimento antimodernista o autarchico, ma anzi è il
movimento più internazionale e globale che mai sia esistito,
che è contro l'autarchia e i provincialismi: contesta il
"potere Unico" su un mondo plurale e diseguale; e vuole
-viceversa - un potere plurale e diseguale su un mondo Unico.
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