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L'Unità
Lidia Ravera
31.01.2002

Figli d'Argentina



Oggi voglio farvi un regalo, dato che i tempi sono quello che sono e voi, voi di sinistra, vi state comportando proprio bene: riempite le piazze con i disobbedienti, le riempite di nuovo con i sindacati. E difendete il mondo dalla rapina organizzata del neoliberismo, e difendete il posto di lavoro, che il lavoro è un diritto e non solo una funzione dell’illimitato accumulo di profitti.
Il regalo è un lungometraggio, si chiama «Figli. Hjhos», è diretto da Marco Bechis, interpretato da due ragazzi argentini, Carlos Echevarria e Julia Sarano, con Fabio Cianchetti direttore della fotografia, cui si deve la luce sporca di una quotidianità piovosa, grigia. La verità di un film, naturalmente, non ha niente a che vedere con il realismo.
La verità è qualcosa di più profondo e difficile da comunicare, non è una fotografia, e non chiede il puntiglio del cronista, bensì l’ostinata sensibilità dell’artista. La sua ricerca e la sua sofferenza e il suo piacere. Questo è Marco Bechis, un artista, uno così generoso da accettare che «il tema» dei suoi film , il contenuto, finisca di essere discusso e commentato assai più del suo stile, dalla bellezza delle immagini al perfetto intreccio di silenzio e dialogo.
Uno che cerca la verità, sulla spinta di una sua necessità personale, uno che esprime sé stesso, comunica un mondo, e, nello stesso tempo, comunica col mondo. Uno che evoca, per noi, il suo viaggio nella banalità del male, senza umiliarci con happy ending catartici.
Il suo precedente film, «Garage Olimpo», raccontava con dettagliata coerenza uno dei tanti campi di concentramento dove i migliori fra quelli che avevano vent’anni nella seconda metà degli anni 70, sono stati torturati e uccisi. «Figli» racconta una delle più atroci conseguenze di quel genocidio generazionale: alle ragazze imprigionate sono stati strappati dal ventre i figli, con feroce calcolo sono stati immolati sull’altare della voglia di tenerezza degli assassini, dei loro complici, delle loro mogli. È passata una intera generazione: i figli dei ventenni di allora sono oggi, a loro volta, ventenni. Alcuni sono stati cresciuti da chi ha torturato la loro madre, da chi ha fatto sparire il suo corpo, magari da chi ha pilotato l’aereo che gettava i cadaveri nell’oceano, come il falso padre della storia raccontata nel film . Che ne sarà di loro se, ad un certo punto, verrano a sapere la verità? Che vita avranno se non lo sapranno mai? Non sono grandi numeri, perché le vittime erano giovani e non erano in molte a essere in stato, come si dice, «interessante» (l’aggettivo suona particolarmente sinistro, in spagnolo è «embarazada»), ma il fenomeno mette angoscia. Un bambino è un bene, per il fascista moderno. La dittatura in Argentina è durata dal 1976 al 1982. È storia recente. I nazisti ripulivano la razza uccidendo i neonati ebrei, i fascisti moderni valorizzano il bambino come merce e lo smistano fra gli aventi desiderio, come un gattino, come un premio. Chi, recentemente, ha osservato un minuto di silenzio nel giorno della memoria, chi ha ripensato alla Shoah, faccia ancora uno sforzo. Ancora qualche minuto di silenzio. Se gli aguzzini nazisti sono quasi tutti morti e affetti da decrepitezza, quelli argentini vivono ancora, sono signori di mezz’età, stanno a casa loro, tranquilli, liberi, alcuni hanno posizioni importanti, stanno nelle istituzioni, stanno al governo. Si può ancora chiedere giustizia. Essere di sinistra vuole dire anche questo: non essere disposti a sopportare, ad accettare, a lasciar perdere, a dimenticare, essere coinvolti intimamente, dolorosamente, essere oppressi da coscienze pesanti, che trattengono anche le immagini di un film, le covano, finchè maturano in veleno. E allora bisogna fare qualcosa. Mi sembra di vedervi, quando uscirete dal cinema, dopo aver visto «Figli», silenziosi, corrucciati, coinvolti. Felici come si è felici per un film bello. E allegri. E rabbiosi.


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