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Figli d'Argentina |
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Oggi
voglio farvi un regalo, dato che i tempi sono quello che sono e voi,
voi di sinistra, vi state comportando proprio bene: riempite le
piazze con i disobbedienti, le riempite di nuovo con i sindacati. E
difendete il mondo dalla rapina organizzata del neoliberismo, e
difendete il posto di lavoro, che il lavoro è un diritto e non
solo una funzione dellillimitato accumulo di profitti.
Il
regalo è un lungometraggio, si chiama «Figli. Hjhos»,
è diretto da Marco Bechis, interpretato da due ragazzi
argentini, Carlos Echevarria e Julia Sarano, con Fabio Cianchetti
direttore della fotografia, cui si deve la luce sporca di una
quotidianità piovosa, grigia. La verità di un film,
naturalmente, non ha niente a che vedere con il realismo.
La
verità è qualcosa di più profondo e difficile da
comunicare, non è una fotografia, e non chiede il puntiglio
del cronista, bensì lostinata sensibilità
dellartista. La sua ricerca e la sua sofferenza e il suo
piacere. Questo è Marco Bechis, un artista, uno così
generoso da accettare che «il tema» dei suoi film , il
contenuto, finisca di essere discusso e commentato assai più
del suo stile, dalla bellezza delle immagini al perfetto intreccio di
silenzio e dialogo.
Uno che cerca la verità, sulla spinta
di una sua necessità personale, uno che esprime sé
stesso, comunica un mondo, e, nello stesso tempo, comunica col mondo.
Uno che evoca, per noi, il suo viaggio nella banalità del
male, senza umiliarci con happy ending catartici.
Il suo
precedente film, «Garage Olimpo», raccontava con
dettagliata coerenza uno dei tanti campi di concentramento dove i
migliori fra quelli che avevano ventanni nella seconda metà
degli anni 70, sono stati torturati e uccisi. «Figli»
racconta una delle più atroci conseguenze di quel genocidio
generazionale: alle ragazze imprigionate sono stati strappati dal
ventre i figli, con feroce calcolo sono stati immolati sullaltare
della voglia di tenerezza degli assassini, dei loro complici, delle
loro mogli. È passata una intera generazione: i figli dei
ventenni di allora sono oggi, a loro volta, ventenni. Alcuni sono
stati cresciuti da chi ha torturato la loro madre, da chi ha fatto
sparire il suo corpo, magari da chi ha pilotato laereo che
gettava i cadaveri nelloceano, come il falso padre della storia
raccontata nel film . Che ne sarà di loro se, ad un certo
punto, verrano a sapere la verità? Che vita avranno se non lo
sapranno mai? Non sono grandi numeri, perché le vittime erano
giovani e non erano in molte a essere in stato, come si dice,
«interessante» (laggettivo suona particolarmente
sinistro, in spagnolo è «embarazada»), ma il
fenomeno mette angoscia. Un bambino è un bene, per il fascista
moderno. La dittatura in Argentina è durata dal 1976 al 1982.
È storia recente. I nazisti ripulivano la razza uccidendo i
neonati ebrei, i fascisti moderni valorizzano il bambino come merce e
lo smistano fra gli aventi desiderio, come un gattino, come un
premio. Chi, recentemente, ha osservato un minuto di silenzio nel
giorno della memoria, chi ha ripensato alla Shoah, faccia ancora uno
sforzo. Ancora qualche minuto di silenzio. Se gli aguzzini nazisti
sono quasi tutti morti e affetti da decrepitezza, quelli argentini
vivono ancora, sono signori di mezzetà, stanno a casa
loro, tranquilli, liberi, alcuni hanno posizioni importanti, stanno
nelle istituzioni, stanno al governo. Si può ancora chiedere
giustizia. Essere di sinistra vuole dire anche questo: non essere
disposti a sopportare, ad accettare, a lasciar perdere, a
dimenticare, essere coinvolti intimamente, dolorosamente, essere
oppressi da coscienze pesanti, che trattengono anche le immagini di
un film, le covano, finchè maturano in veleno. E allora
bisogna fare qualcosa. Mi sembra di vedervi, quando uscirete dal
cinema, dopo aver visto «Figli», silenziosi, corrucciati,
coinvolti. Felici come si è felici per un film bello. E
allegri. E rabbiosi.
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