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Lidia Ravera

Fratello Holden

L'ammirazione è un bel sentimento, la gratitudine è più forte. E' più facile datarlo, infatti, il primo momento in cui ha provato gratitudine per in libro. Per un libro, non per uno scrittore, come se il libro si fosse scritto da solo. Partenogenesi angelica, anima del mondo che si riproduce. Avevo pochissimo anni, anche se mi parevano molti, mi sono sempre sentita perseguitata dal tempo, fin dall'età pediatrica. Forse ero una dodicenne, forse addirittura una undicenne. Certo si era nella prima metà degli anni sessanta. Ero in montagna, a Crissolo, un luogo che non saprei neppure più ritrovare sulla carta geografica. Piemonte? Sì, credo. Milleduecento metri d'altitudine. Per la prima volta non si era andati per tutti i tre mesi delle vacanze scolastiche al mare, perché la mia sorella maggiore soffriva di un male misterioso che, all'epoca, aggrediva soprattutto le madri insoddisfatte e a cui lei aveva accesso per i meriti particolari del suo carattere indipendente e antagonista: l'esaurimento nervoso. E' risaputo che una sedicenne esaurita nervosa, cioè rompicoglioni, va portata al fresco (o galera o mezza montagna). Così eravamo lì, fra i prati oscenamente fioriti dall'alta valle e io, non avendo di che nuotare, pensavo. Pensai moltissimo, quell'estate. Fu l'estate in cui pretesi di discutere con mia madre dell'esistenza di Dio, e ne ebbi una risposta ferocemente scoraggiante: “Sono problemi più grandi te”. Da allora non smisi più di cercarli, i problemi più grandi di me, sono rimasti tuttora i miei preferiti, con grave danno per la vita pratica. Lì per lì, però, me lo ricordo bene, rimasi avvilita e rifugiai il mio io smisurato in un sottile libro di colore bianco, sobriamente privo di icone di copertina. Si chiamava con un nome e con un aggettivo: Il giovane Holden. L'aggettivo sostantivava il nome. Sostantivò anche me. Compresi, infatti, leggendo la storia di Holden Cauflied, d'essere diventata giovane. Finalmente. Non ero più una vecchia bambina, costretta a fare le domande giuste alle persone sbagliate (mia madre), bensì una giovane femmina di razza umana. Cioè: una che poteva essere protagonista della sua vita, per prima cosa uscendo con il massimo fracasso possibile dal limbo della dipendenza infantile. E poi, magari, uscendo anche dalla vita mia adulta, avesse dovuto venirmi a noia, inventandomene altre. Basta balzare nell'io di un altro e il gioco è fatto.

Holden Caulfield fu subito, per me, musa, fratello, specchio. Quella prima persona singolare di ragazzo penetrò come un farmaco dagli effetti dirompenti nella mia prima solitudine. La prima solitudine, si sa, è la più pregiata, è quando sgusci fuori dalla difesa degli affetti garantiti e ti guardi attorno per la prima volta, e ti senti unica e ti senti sulla luna. La prima solitudine è intensità pura, sensi all'erta, l'unico momento, nel tempo di un'esistenza umana, in cui l'egocentrismo non danneggia la percezione. Il signor Salinger, di cui sono ben lieta di non saper niente, mi arpionò con un flusso di parole che parevano una lunga inarrestabile telefonata a me, proprio a me, l'ansia che aveva di comunicare cambiava di posto alle virgole. La tenerezza per l'innocenza furba dei principianti assoluti faceva rullare la paratassi e metteva le ali al gergale parlato, quella koinè adolescente irta di iperboli e compiaciuta di imperfezioni. Fu proprio quel linguaggio convenzionale inventato da un traduttore, per rendere in italiano la parlata di un sedicenne newyorkese secondo uno scrittore di 40 anni fa a liberarmi da ogni residuale o scolastica paura della letteratura. L'Iliade mi era piaciuta d'istinto e avevo letto con passione, sull'onda di un benemerito sceneggiato televisivo, l'ottimo Fedor Dostoevskij de L'Idiota, ma si trattava sempre di lingue lontane, l'epica greca, l'ottocento russo. Il giovane Holden mi si accostò bisbigliando e ridacchiando, con l'intimità dei contemporanei. Se con il principe Myshkin avevo capito che “non si può guardare un albero e non essere felici di vederlo”, con il giovane Coufield compresi che si può dimenticare l'attrezzatura di tutta la squadra di hockey sulla metropolitana di New York, si può farsi cacciare da scuola per profitto insufficiente, mentire ai genitori, andarsene a zonzo per la città di nascosto, bevendo e spendendo soldi che non dovresti spendere, intrufolarsi in casa come ladri di notte al solo scopo di rivedere la propria sorellina prima di imboccare la china del degrado definitivo, restando puri e magnifici, idealisti e solitari, romantici e teneramente nichilisti, anarchici e pieni di rispetto per le regole che gli altri seguono con tanta goffa partecipazione, pronti a giudicare severamente chiunque si confermi al pensar comune e tuttavia capaci di invidiare proprio quella normalità, orgogliosi e tuttavia terrorizzati dalla nascente consapevolezza di essere dei diversi, di essere “i felici pochi”, quelli che da poco e per sempre (ma questo allora non lo sapevamo né io, né Holden) sanno di avere il compito di stare a disagio nel mondo, quel tanto o poco, necessario e insufficiente, ma comunque necessario, a guardarlo, questo mondo, compatirlo, e raccontarlo.

Quando chiusi il volumetto bianco sobriamente enaudiano, me lo ricordo bene, provai l'impulso di mettermi a scrivere, proprio di quel pomeriggio di tre giorni prima, della passeggiata con mia madre nel prato fiorito, della mia domanda, della sua risposta. Pensai che mi sarei chiamata Sally e lei l'avrei chiamata Mrs. Rose Paddington, o Pinkerton o Smitherson. Anche ascoltando Bob Dylan avevo avuto il sospetto che per essere giovani fosse meglio essere americani. L'alta valle sarebbe stata il Colorado, che non avevo mai visto, ma doveva pur avere da qualche parte un po' d'erba e di fiori. O avrei 16 anni, perché 12 sono davvero troppo pochi, o cerchi un tesoro nascosto in cantina o non ti crede nessuno. Mio padre sarebbe stato morto, perché un padre vivo o la fai migliore della madre o è del tutto inutile. Rilessi le prime pagine de Il giovane Holden, riempiendomi le orecchie de “la mia schifa infanzia” e roba del genere, lo trovai grandioso. Un blues. Un rock melodico. La storia di un giorno lungo come una vita, la storia di una notte che sfida il giorno. Sentii che anch'io potevo partecipare di quell'eroismo fatto di marachelle e utopie ma come? Certo essere in vacanza con sorelle e mamma non è proprio come farsi cacciare dal college prima di natale. Provai a spostare tutto in inverno, essendo, l'estate, una stagione priva di conflitti. Dunque eravamo tutti a Denver, e io/Sally ero al college. La professoressa di Lettere, l'orrenda Bianchini Ida, poteva essersi presa un'infreddatura e poteva avermi invitata a casa sua e poteva, forse, stagnare, nella sua camera da letto, quell'odore di Vicks Vaporub e pezze calde, di the zuccherato e sudore di vecchio che avevo percepito fra le pagine di Salinger nell'analogo episodio? Potevo incominciare con lei, con la Bianchini Ida, a parlare dell'esistenza di Dio? E se lo facevo, che cosa doveva rispondermi? Mi avrebbe detto la stessa cazzata che mi aveva detto mia madre, che erano problemi più grandi me, o magari mia madre poteva dirmi che sì, in effetti Dio non esiste, ma uno se ne accorge solo quando non è più bambino, quindi io dovevo aspettare un altro po', non avere sempre fretta. Anzi no, non avrebbe detto “crescere” bensì “bruciare le tappe” come diceva sempre lei, altra frase che mi faceva venire i vermi. Io non dovevo bruciare le tappe e dovevo tenermi l'idea di Dio fino s scadenza. Ma: se resti senza Dio prima del tempo, che cosa ti succede? E poi: dove dovevo sviluppare l'incontro con mia madre? All'uscita di una Chiesa? Non ricordo quale risposta diedi alle domande, né quale via scelsi. Del resto, non credo di aver riempito più delle consuete tre pagine del quaderno cui avevo pomposamente messo il titolo La giovane Sally. La riconoscenza, tuttavia, permane. Maestosa. Non si dimentica chi ti strappa da dentro il primo progetto espresso dalla tua vita. E poi: non è forse figlia della giovane Sally e quindi, alla fonte, del giovane Holden, la Antonia nata una decina di anni dopo, per parto gemellare, insieme a Rocco? Se il forastico Mr. Salinger sapesse quanti scrittori potenziali ha messo al mondo consentendo agli adolescenti di sentirsi degni d'un “io” narrante, forse lascerebbe il suo eremo e accetterebbe di riempire una immaginaria Woodstock della letteratura, acclamato sia da chi ce l'ha fatta che chi ha rinunciato, evitando le secche delle velleitarismo, e gli è grato comunque, perché il primo autore non si scorda mai. Soprattutto se ti ha tolto di dosso il senso di attesa di chi crede che bisogna finir di crescere per essere Grandi.

Lidia Ravera – L'UNITA' – 06/09/2002

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