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Ben
messa, volto angoloso, capelli lunghi impreziositi dalle meches
occulta-ricrescita tipiche delle state belle che non
vogliono ridurre la chioma neppure dopo i 40. Vestitissima, come
le ricche di provincia, che non vogliono rinunciare a esibire
lestratto conto perfino passeggiando sotto i portici. Un
tantino arrogante: a chi la accusa, incontrandola per caso al
supermercato, di aver partecipato o accettato in silenzio un
furto odioso ai danni di risparmiatori non risponde
giustificandosi, né prendendo le distanze da suo marito,
né vergognandosi, bensì aggredendo.
Un
tantino superba: manda al diavolo lamica che le offre
sostegno. Non ha mai avuto bisogno di nessuno, lei. Ha sempre
proceduto nella vita, camminando a testa alta.
Bel
tipo, la signora Tonna. Ma, in fondo, non certo un tipo
originale, direi, piuttosto, un prodotto di serie. Sono in molti,
e ahimé - molte, oggi, a vantare questa
sovrastimata andatura a testa alta. Peccato che la
formula non sempre stia a testimoniare lorgoglio di chi sa
daver fatto, costi quel che costi, il suo dovere, o la
fiducia di chi, credendo che lassù si premi lo sforzo di
tener pulita la coscienza, guarda ingenuo verso il cielo. Con
crescente frequenza a testa alta vuol dire: senza
guardare dove metto i piedi. Calpestando amabilmente chi capita
capita.
Senza
rendere conto a nessuno. Senza guardare in faccia nessuno. Senza
interesse per chiunque non appartenga alla mia ristretta cerchia
di eretti camminatori dal collo di cigno, dallocchio perso
nel vuoto, dalla miopia di chi vede soltanto vicino, di chi pensa
soltanto ai suoi affari. Alla signora Tonna, alla signora Tanzi
e, perché no, anche alla signora Cragnotti, verrebbe
voglia di rivolgersi con il titolo di un celebre spaghetti
western: giù la testa! Verrebbe naturale invitare tutti i
signori e le signore beccati, dopo anni di truffe, con le mani
nel fatidico sacco, ad abbassare, anche soltanto per un attimo,
lo sguardo. A tacere un secondo. A guardarsi dentro, invece di
berciare fuori. Dilaga la sindrome del politico: avete mai notato
che, dopo aver palesemente perso, in una consultazione
elettorale, nessun leader mai, neanche per fare loriginale,
ammette la sconfitta, riconosce un errore, lamenta una sfiga?
Sono sempre tutti molto sereni, sono sempre tutti
grati e soddisfatti, sono sempre tutti sulla
cresta dellonda anche quando londa è una
palata di fango, anche quando sono in ginocchio, anche quando
sono in manette.
Degli
uomini, da tempo, non mi stupisco più: è la loro
lingua, quella che si parla nel club maschile dei vari palazzi
(politica, economia), ancora mi stupisco delle donne. A loro (a
noi), in fondo, è sempre piaciuto fare un po pena,
non siamo sempre state atlete della debolezza, esegete del
dolore, corifee e maestre della confessione e del lamento? E, a
fronte di questa cattiva abitudine, non abbiamo sempre saputo
portare alto il vessillo della sincerità, quellassenza
di cautele un tantino isterica ma così più
interessante e rivoluzionaria dei codici rigidi e normativi
dellaltra metà del cielo? Evidentemente una cosa
è dire donne, una cosa è dire mogli.
Le mogli fanno razza a parte: come amabili creature
di complemento, si specializzano nellarte di spendere, ciò
che i loro partner si industriano, con qualsiasi mezzo, ad
accumulare. Sperano, forse, così facendo, di conferire
senso alle futili imprese dei mariti? Si domandava ieri su la
Repubblica Natalia Aspesi, con la consueta acutezza: Essere
una buona sposa comporta, causa vincolo matrimoniale, una fedeltà
pia e inflessibile allo sposo, dividendo con lui, oltre alla
buona sorte della spericolata ricchezza, anche quella cattiva del
trovarsi indagato-per o accusato-di corruzione, bancarotta
fraudolenta, truffa e altro poco elegante crimine legato al
denaro?. Forse sì. Forse le famiglie che compongono
quellItalia danarosa, spendacciona e amorale, egoriferita
al punto da non tener conto dei limiti che laltrui libertà
di non finire in miseria pone alla propria di arricchire a
dismisura, forse le famiglie di quellItalia dedita alla
compravendita di tutto interpretano il vincolo che unisce i vari
membri non come un patto di affetto e stima, da rinnovare finché
tutti lo meritano, bensì come unalleanza daffari,
una di quelle joint venture che sottraggono al giudizio tutti i
soci finché ciascuno riceve adeguati vantaggi e consente i
vantaggi degli altri. Siano, i soci, figli da piazzare in buoni
posti a non far niente con buoni stipendi, siano mogli da tener a
cuccia finché non tornano utili: Vado avanti io
finché il lardo è a portata, se ci lascio lo
zampino subentri tu, la gatta.
È
questo che fanno, in verità, le varie signore:
subentrano, cercano di far sparire il malloppo,
movimentano i conti segreti. Si limitassero, in
fondo, a dichiarare che il marito è sempre stato un bravo
ragazzo, che cè stato un malinteso o che il problema
sono gli invidiosi, la faccenda potrebbe anche essere rubricata
sotto la voce solidarietà, uno dei pochi
sentimenti che danno dignità al matrimonio. Si limitassero
a chiudere le tapparelle, fingersi alle Maldive o tornare dalla
mamma, potrebbero sembrare le ultime devote della soppressa
inferiorità femminile. Non è così: come
colonnelle fedeli ai loro deposti generali golpisti cercano di
salvare il salvabile, qualche miliardo, qualche villa, spiccioli
del maltolto. La faccia no, quella non la salvano. Si limitano a
metterla al riparo dagli occhi degli altri, tenendo la testa
alta. Molto alta.
Lidia
Ravera L'UNITA' 17/01/2004
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