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Lidia Ravera

Signori & signore azioniste

Ben messa, volto angoloso, capelli lunghi impreziositi dalle meches occulta-ricrescita tipiche delle “state belle” che non vogliono ridurre la chioma neppure dopo i 40. Vestitissima, come le ricche di provincia, che non vogliono rinunciare a esibire l’estratto conto perfino passeggiando sotto i portici. Un tantino arrogante: a chi la accusa, incontrandola per caso al supermercato, di aver partecipato o accettato in silenzio un furto odioso ai danni di risparmiatori non risponde giustificandosi, né prendendo le distanze da suo marito, né vergognandosi, bensì aggredendo.


Un tantino superba: manda al diavolo l’amica che le offre sostegno. Non ha mai avuto bisogno di nessuno, lei. Ha sempre proceduto nella vita, camminando “a testa alta”.


Bel tipo, la signora Tonna. Ma, in fondo, non certo un tipo originale, direi, piuttosto, un prodotto di serie. Sono in molti, e ­ ahimé - molte, oggi, a vantare questa sovrastimata andatura “a testa alta”. Peccato che la formula non sempre stia a testimoniare l’orgoglio di chi sa d’aver fatto, costi quel che costi, il suo dovere, o la fiducia di chi, credendo che lassù si premi lo sforzo di tener pulita la coscienza, guarda ingenuo verso il cielo. Con crescente frequenza “a testa alta” vuol dire: senza guardare dove metto i piedi. Calpestando amabilmente chi capita capita.


Senza rendere conto a nessuno. Senza guardare in faccia nessuno. Senza interesse per chiunque non appartenga alla mia ristretta cerchia di eretti camminatori dal collo di cigno, dall’occhio perso nel vuoto, dalla miopia di chi vede soltanto vicino, di chi pensa soltanto ai suoi affari. Alla signora Tonna, alla signora Tanzi e, perché no, anche alla signora Cragnotti, verrebbe voglia di rivolgersi con il titolo di un celebre spaghetti western: giù la testa! Verrebbe naturale invitare tutti i signori e le signore beccati, dopo anni di truffe, con le mani nel fatidico sacco, ad abbassare, anche soltanto per un attimo, lo sguardo. A tacere un secondo. A guardarsi dentro, invece di berciare fuori. Dilaga la sindrome del politico: avete mai notato che, dopo aver palesemente perso, in una consultazione elettorale, nessun leader mai, neanche per fare l’originale, ammette la sconfitta, riconosce un errore, lamenta una sfiga? Sono sempre tutti “molto sereni”, sono sempre tutti “grati e soddisfatti”, sono sempre tutti “sulla cresta dell’onda” anche quando l’onda è una palata di fango, anche quando sono in ginocchio, anche quando sono in manette.


Degli uomini, da tempo, non mi stupisco più: è la loro lingua, quella che si parla nel club maschile dei vari palazzi (politica, economia), ancora mi stupisco delle donne. A loro (a noi), in fondo, è sempre piaciuto fare un po’ pena, non siamo sempre state atlete della debolezza, esegete del dolore, corifee e maestre della confessione e del lamento? E, a fronte di questa cattiva abitudine, non abbiamo sempre saputo portare alto il vessillo della sincerità, quell’assenza di cautele un tantino isterica ma così più interessante e rivoluzionaria dei codici rigidi e normativi dell’altra metà del cielo?
Evidentemente una cosa è dire “donne”, una cosa è dire “mogli”. “Le mogli” fanno razza a parte: come amabili creature di complemento, si specializzano nell’arte di spendere, ciò che i loro partner si industriano, con qualsiasi mezzo, ad accumulare. Sperano, forse, così facendo, di conferire senso alle futili imprese dei mariti? Si domandava ieri su la Repubblica Natalia Aspesi, con la consueta acutezza: “Essere una buona sposa comporta, causa vincolo matrimoniale, una fedeltà pia e inflessibile allo sposo, dividendo con lui, oltre alla buona sorte della spericolata ricchezza, anche quella cattiva del trovarsi indagato-per o accusato-di corruzione, bancarotta fraudolenta, truffa e altro poco elegante crimine legato al denaro?”. Forse sì. Forse le famiglie che compongono quell’Italia danarosa, spendacciona e amorale, egoriferita al punto da non tener conto dei limiti che l’altrui libertà di non finire in miseria pone alla propria di arricchire a dismisura, forse le famiglie di quell’Italia dedita alla compravendita di tutto interpretano il vincolo che unisce i vari membri non come un patto di affetto e stima, da rinnovare finché tutti lo meritano, bensì come un’alleanza d’affari, una di quelle joint venture che sottraggono al giudizio tutti i soci finché ciascuno riceve adeguati vantaggi e consente i vantaggi degli altri. Siano, i soci, figli da piazzare in buoni posti a non far niente con buoni stipendi, siano mogli da tener a cuccia finché non tornano utili: “Vado avanti io finché il lardo è a portata, se ci lascio lo zampino subentri tu, la gatta”.


È questo che fanno, in verità, le varie “signore”: subentrano, cercano di far sparire “il malloppo”, “movimentano” i conti segreti. Si limitassero, in fondo, a dichiarare che il marito è sempre stato un bravo ragazzo, che c’è stato un malinteso o che il problema sono gli invidiosi, la faccenda potrebbe anche essere rubricata sotto la voce “solidarietà”, uno dei pochi sentimenti che danno dignità al matrimonio. Si limitassero a chiudere le tapparelle, fingersi alle Maldive o tornare dalla mamma, potrebbero sembrare le ultime devote della soppressa inferiorità femminile. Non è così: come colonnelle fedeli ai loro deposti generali golpisti cercano di salvare il salvabile, qualche miliardo, qualche villa, spiccioli del maltolto. La faccia no, quella non la salvano. Si limitano a metterla al riparo dagli occhi degli altri, tenendo la testa alta. Molto alta.


Lidia Ravera – L'UNITA' – 17/01/2004


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