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Ci sono quelli
grotteschi che, per fortuna, rimangono chiacchiere, come il
divieto di manifestare per i minori d'una certa età. Ci
sono quelli crudeli, come il divieto di accedere alla
fecondazione assistita senza limitazioni capziose. Ci sono quelli
“da padre scemo” come il divieto di fumarsi una
canna. Che avvicinano, pericolosamente, inevitabilmente,
mettendo droghe leggere e pesanti sullo stesso piano, i giovani
al mercato illegale dell'eroina. Ci sono quelli da zia fobica che
vietano di passare una notte in discoteca come se guidare
ubriachi all'una meno dieci fosse diverso che guidare ubriachi
alle quattro del mattino. Ci sono quelli subdoli che vietano di
interrompere la gravidanza accusando, chi decide di farlo,
d'essere una assassina (non si tratta ancora di una legge, ma è
evidente che si sta preparando il terreno). Ci sono quelli
“amerikani” come il divieto di fumare, ovunque e
comunque, perché Sirchia si sente responsabile dei nostri
bronchi. Insomma, incominciano ad essercene troppi, di divieti,
di limitazioni, di vincoli.
Da quando al governo
siede una coalizione che “le libertà” se le è
addirittura messe nel titolo e incise sullo stemma, l'Italia pare
abitata da minorenni e minorati, gente poco in grado di intendere
che cosa è bene e di perseguirlo, seguendo le vie che la
sua coscienza e la sua intelligenza gli suggeriscono di seguire.
La cultura della proibizione incombe, seguita a ruota da quella
della monetizzazione: se abortisci sei un assassina, ma siccome
le donne hanno ottenuto la legge 194 (sudando nelle piazze e in
parlamento) il primo aborto te lo faccio gratis, se però
ti ricapita paghi. Errare è umano, insistere è
costoso. Vuoi andare all'inferno o pagare il ticket sul crimine
commesso? Contenti, ragazzi dell'Udc di questa ennesima
“sirchiata”? E il Vaticano? La Casa delle Libertà,
fra un divieto e l'altro, due soldi conterebbe di farli, lucrando
su eventuali disobbedienze. È la stessa cultura delle
sanatorie. Sarà per questo che vietano tanto? O è
soltanto pigrizia mentale? Chiunque abbia allevato degli
esseri umani sa bene che vietare è la via più
semplice: il motorino, fare l'amore, fare tardi, la sigaretta, la
birra, andare in giro coi no global che li menano sempre,
frequentare quel cretino, il piercing sulla lingua, il tatuaggio,
leggere porcherie, la droga, stare fuori di casa, portare troppa
gente a casa, i rave… ce n'è da vietare! Il
genitore di adolescenti, per vivere tranquillo, dovrebbe ibernare
i figli, legarli, iniettare nelle loro giovani veni l'ormone
dell'adultità, per i casi più gravi due decilitri
di passività senile in una siringa d'acqua fresca. Ma
naturalmente, anche nella faticosa missione dell'educare, vince
chi spiega, chi lavora per far introiettare un principio e poi
lascia andare. Vince chi sa amare: investire nel dialogo,
informare sui pericoli, proporre scenari di probabili esiti
negativi dell'impresa e quindi imporsi d'avere fiducia (costa
notti d'ansia, lo so, ma ne vale la pena). I giovani, anche i
giovanissimi, non sono dei pericolosi cretini da teleguidare
sulle strade della vita (fuori dalle discoteche, ma anche
altrove). Impedire ai giovani di farsi legalmente del male li
spinge soltanto a infrangere le leggi e farselo lo stesso.
Bisognerebbe convincerli che vale la pena di vivere, ma questo è
molto più difficile, vero signora Moratti, vero dottor
Sirchia? È difficile, maneggiare la libertà. Almeno
quella che intendiamo noi, declinata al singolare. La libertà,
l'unica: quella che si chiama anche libero arbitrio, quella che
ci distingue dai salami. Nell'impercettibile duopolio dell'anima
che percorre la nostra inquieta società, alla libertà
si dà un peso diverso, la parola ha due significati. Per
noi è, ancora, come diceva Marx, “coscienza della
necessità”, per noi si ferma dove va a disturbare la
libertà degli altri, per noi è poter nuocere e
decidere di non farlo. Per loro è licenza: in materia di
edilizia, in materia fiscale, in materia di giustizia (restare a
piede libero, sempre e comunque, non importa che cosa hai
combinato), in materia di interesse privato (non c'è
conflitto, vince il più forte). Per loro la “famiglia
Italia” è un padre autoritario che governa con un
drappello di zii ossequiosi e rissosi, che talvolta mordono il
freno, ma poi allentano la mandibola e eseguono il sorriso di
rito, per non perdere le loro rendite di posizione. È 52
milioni di ingenui da illudere, da intrattenere con i telequiz,
da controllare con leggi promulgate spesso in ragione di alleanze
politiche (proibire la droga per far contento Fini, regalare un
divieto di procreazione assistita per far contenti i
democristiani di stretta osservanza papalina, non far manifestare
i ragazzini piccoli contro la scuola perché la Moratti si
offende e così via), da non ascoltare mai neanche quando
gridano contro la guerra e sono tutti d'accordo, (una
maggioranza, trasversale nelle appartenenze politiche e nelle
età), da trattare come sudditi, non come cittadini. Ai
cittadini non è consentito dare continuamente ordini. Gli
ordini si davano ai servi, quando i servi esistevano ancora.
Quando non c'era ancora la democrazia, che oggi c'è, anche
se non a tutti piace. In democrazia soggetti e titolari di
diritti e di doveri sono i cittadini.
I cittadini sono
chiamati a rispettare la Costituzione. E la nostra è una
buona Costituzione, una Carta che ci difende gli uni dagli altri
e ci obbliga al rispetto nel rispetto della nostra individualità.
Se ne è accorto qualcuno che la nostra Costituzione è
in pericolo? Se non facciamo attenzione a settembre diventerà,
come si dice, carta da cesso? Se proprio devo partecipare a
quest'orgia proibizionista, vorrei proporre un divieto anch'io, e
lo vorrei dedicare al nostro caro presidente e monarca: vietato
toccare la Costituzione. Non si può. Keep out. Chi tocca
viene deposto. Se, invece, la si lascia com'è, non
serve altro.
Lidia Ravera –
L'UNITA' – 11/08/2004
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