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Lidia Ravera

La cultura del divieto

Ci sono quelli grotteschi che, per fortuna, rimangono chiacchiere, come il divieto di manifestare per i minori d'una certa età. Ci sono quelli crudeli, come il divieto di accedere alla fecondazione assistita senza limitazioni capziose. Ci sono quelli “da padre scemo” come il divieto di fumarsi una canna.
Che avvicinano, pericolosamente, inevitabilmente, mettendo droghe leggere e pesanti sullo stesso piano, i giovani al mercato illegale dell'eroina. Ci sono quelli da zia fobica che vietano di passare una notte in discoteca come se guidare ubriachi all'una meno dieci fosse diverso che guidare ubriachi alle quattro del mattino. Ci sono quelli subdoli che vietano di interrompere la gravidanza accusando, chi decide di farlo, d'essere una assassina (non si tratta ancora di una legge, ma è evidente che si sta preparando il terreno). Ci sono quelli “amerikani” come il divieto di fumare, ovunque e comunque, perché Sirchia si sente responsabile dei nostri bronchi. Insomma, incominciano ad essercene troppi, di divieti, di limitazioni, di vincoli.

Da quando al governo siede una coalizione che “le libertà” se le è addirittura messe nel titolo e incise sullo stemma, l'Italia pare abitata da minorenni e minorati, gente poco in grado di intendere che cosa è bene e di perseguirlo, seguendo le vie che la sua coscienza e la sua intelligenza gli suggeriscono di seguire. La cultura della proibizione incombe, seguita a ruota da quella della monetizzazione: se abortisci sei un assassina, ma siccome le donne hanno ottenuto la legge 194 (sudando nelle piazze e in parlamento) il primo aborto te lo faccio gratis, se però ti ricapita paghi. Errare è umano, insistere è costoso. Vuoi andare all'inferno o pagare il ticket sul crimine commesso? Contenti, ragazzi dell'Udc di questa ennesima “sirchiata”? E il Vaticano? La Casa delle Libertà, fra un divieto e l'altro, due soldi conterebbe di farli, lucrando su eventuali disobbedienze. È la stessa cultura delle sanatorie. Sarà per questo che vietano tanto? O è soltanto pigrizia mentale?
Chiunque abbia allevato degli esseri umani sa bene che vietare è la via più semplice: il motorino, fare l'amore, fare tardi, la sigaretta, la birra, andare in giro coi no global che li menano sempre, frequentare quel cretino, il piercing sulla lingua, il tatuaggio, leggere porcherie, la droga, stare fuori di casa, portare troppa gente a casa, i rave… ce n'è da vietare! Il genitore di adolescenti, per vivere tranquillo, dovrebbe ibernare i figli, legarli, iniettare nelle loro giovani veni l'ormone dell'adultità, per i casi più gravi due decilitri di passività senile in una siringa d'acqua fresca. Ma naturalmente, anche nella faticosa missione dell'educare, vince chi spiega, chi lavora per far introiettare un principio e poi lascia andare. Vince chi sa amare: investire nel dialogo, informare sui pericoli, proporre scenari di probabili esiti negativi dell'impresa e quindi imporsi d'avere fiducia (costa notti d'ansia, lo so, ma ne vale la pena). I giovani, anche i giovanissimi, non sono dei pericolosi cretini da teleguidare sulle strade della vita (fuori dalle discoteche, ma anche altrove). Impedire ai giovani di farsi legalmente del male li spinge soltanto a infrangere le leggi e farselo lo stesso. Bisognerebbe convincerli che vale la pena di vivere, ma questo è molto più difficile, vero signora Moratti, vero dottor Sirchia? È difficile, maneggiare la libertà. Almeno quella che intendiamo noi, declinata al singolare. La libertà, l'unica: quella che si chiama anche libero arbitrio, quella che ci distingue dai salami. Nell'impercettibile duopolio dell'anima che percorre la nostra inquieta società, alla libertà si dà un peso diverso, la parola ha due significati. Per noi è, ancora, come diceva Marx, “coscienza della necessità”, per noi si ferma dove va a disturbare la libertà degli altri, per noi è poter nuocere e decidere di non farlo. Per loro è licenza: in materia di edilizia, in materia fiscale, in materia di giustizia (restare a piede libero, sempre e comunque, non importa che cosa hai combinato), in materia di interesse privato (non c'è conflitto, vince il più forte). Per loro la “famiglia Italia” è un padre autoritario che governa con un drappello di zii ossequiosi e rissosi, che talvolta mordono il freno, ma poi allentano la mandibola e eseguono il sorriso di rito, per non perdere le loro rendite di posizione. È 52 milioni di ingenui da illudere, da intrattenere con i telequiz, da controllare con leggi promulgate spesso in ragione di alleanze politiche (proibire la droga per far contento Fini, regalare un divieto di procreazione assistita per far contenti i democristiani di stretta osservanza papalina, non far manifestare i ragazzini piccoli contro la scuola perché la Moratti si offende e così via), da non ascoltare mai neanche quando gridano contro la guerra e sono tutti d'accordo, (una maggioranza, trasversale nelle appartenenze politiche e nelle età), da trattare come sudditi, non come cittadini. Ai cittadini non è consentito dare continuamente ordini. Gli ordini si davano ai servi, quando i servi esistevano ancora. Quando non c'era ancora la democrazia, che oggi c'è, anche se non a tutti piace. In democrazia soggetti e titolari di diritti e di doveri sono i cittadini.

I cittadini sono chiamati a rispettare la Costituzione. E la nostra è una buona Costituzione, una Carta che ci difende gli uni dagli altri e ci obbliga al rispetto nel rispetto della nostra individualità. Se ne è accorto qualcuno che la nostra Costituzione è in pericolo? Se non facciamo attenzione a settembre diventerà, come si dice, carta da cesso? Se proprio devo partecipare a quest'orgia proibizionista, vorrei proporre un divieto anch'io, e lo vorrei dedicare al nostro caro presidente e monarca: vietato toccare la Costituzione. Non si può. Keep out. Chi tocca viene deposto.
Se, invece, la si lascia com'è, non serve altro.

Lidia Ravera – L'UNITA' – 11/08/2004

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