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Lidia Ravera

Fuori dalla storia

C'era una volta l’Italietta democristiana, dove le soubrette, in televisione, celavano le gambe nella calzamaglia rosa, dove la porcheria prodotta dalle unioni infelici si nascondeva sotto il tappeto perché il matrimonio era indissolubile, dove le donne che non potevano (o volevano) diventare madri rischiavano la vita rivolgendosi alle mammane.

Dove le adultere finivano in prigione e la patria potestà poteva tutto e così via. Essere nate femmine era un handicap piuttosto rilevante. Lo sapevano le nostre madri che, quasi tutte, avrebbero voluto un figlio maschio, ce ne accorgemmo, prima dei vent’anni, anche noi e, forti d’un generale movimento verso la discussione dell’esistente, provammo a cambiare le regole. Nel giro di pochi anni, l’Italietta democristiana fu scossa da cortei, referendum, battaglie e contestazioni. C’erano le femministe e c’erano gli studenti, c’erano i lavoratori e c’erano i radicali. All’improvviso sembrava facile prendere in mano il proprio destino, riconoscere il valore delle donne, correggere le leggi che impedivano la felicità delle persone. Chi aveva sbagliato nello scegliere il compagno o la compagna della sua vita aveva un’altra chance, chi non ce la faceva ad allevare un figlio invece di tirare su un disgraziato poteva aspettare, chi voleva fare l’amore senza, per questo, mettere al mondo un essere umano (una responsabilità, vi assicuro, enorme) inghiottiva la pillola e poteva vivere una sessualità serena, scollegata dalla procreazione, senza l’incubo dell’aborto. Il nostro Paese, la percezione era nitida, progrediva e si allineava alle società più avanzate, dove chi è cattolico è libero di seguire la sua coscienza e la sua fede, ma chi è laico non è costretto, per forza e per legge, ad adeguarsi. Il partito di governo dell’epoca, pur combattendo, si vedeva costretto a concedere ciò che la maggioranza chiedeva. La lotta era dura, naturalmente, ma la volontà popolare, quando veniva chiamata ad esprimersi a mezzo referendum, nessuno osava mettersela in saccoccia. Se si chiedeva agli italiani «volete abrogare la legge che consente di divorziare» e quelli rispondevano “no”, la legge restava e chi voleva abrogarla incassava la sconfitta. Trent’anni dopo ci si aspetterebbe, in una storia ben scritta, un sommesso e magari monotono progredire verso un modello di società sempre più libera e giusta, grazie alla scolarizzazione di massa, al diffuso benessere, ma, soprattutto, alle conquiste della scienza. Ci si aspetterebbe, per esempio, che una donna sterile, trent’anni fa destinata a non diventare madre, oggi possa concedersi questa gioia, poiché la procreazione assistita, oggi, glielo consente. Ci si aspetterebbe che gli omosessuali, 70 anni fa perseguitati dai fascisti e internati dai nazisti, oggi possano vivere vite normali e godere dei diritti di tutti gli altri cittadini, ivi compreso quello di diventare padri e madri, all’interno di una coppia i cui ruoli sono sanciti dai comportamenti e non dai corpi. Invece no. Una legge fresca fresca, non prodotta né 30 né 70 anni fa, con la pretesa di regolare la fecondazione, ripropone quell’Italietta che già aveva cominciato a morire quando io ero ancora al liceo. Con l’aggravante di voler fermare il progresso, di voler impedire ai cittadini il godimento delle possibilità che la scienza offre di essere più sani e più felici, di non generare bambini malati. È ovvio, naturale e rassicurante, che ci sia stata, a questa legge, una reazione forte e compatta, di rifiuto. Questa reazione ha portato a raccogliere un numero di adesioni sufficiente a proporre un referendum abrogativo. Cinque quesiti, che sono stati promossi. Cinque “ammissibili” domande che il 10 febbraio prossimo venturo la Corte Costituzionale dovrà definire legittimi. L’Italietta democristiana, a questo punto, avrebbe piegato la testa, preso atto e preparato la sua campagna in difesa della legge contestata, rischiando di perdere come si rischia in democrazia. L’Italiona berlusconiana, così azienda, così pop, così innamorata della “ggente”, no, non ci pensa nemmeno ad abbozzare. E che cosa fa? Un rogo di tutte le nostre firme coi cattolici intergralisti che ci danzano attorno e il sogno di bruciare in cima la Emma Bonino come, nell’inquisizione, le streghe? No, sarebbe coraggiosamente folcloristico e sinceramente antidemocratico. L’Italiona berlusconiana, al contrario preferisce pasticciare con gli strumenti istituzionali, anche quelli che raramente si ha avuto la faccia tosta di usare, come quello di costituirsi, come dire, “parte civile” contro la volontà popolare, rea d’aver provato a difendersi da una legge crudele e cretina.

I quesiti sono inammissibili, tuonerà chi di dovere, che siano stati giudicati ammissibili dalla cassazione il 10 dicembre 2004, a noi non ce ne frega un accidente. La legge l’abbiamo fatta noi e come tutte le nostre leggi non si tocca, perché gli italiani ci hanno votato e adesso si beccano tutto quello che gli rifiliamo.

Vorrei fare sommessamente notare che non tutti gli italiani li hanno votati. Vorrei aggiungere che, in questo caso particolare, anche parecchi italiani che li hanno votati, non hanno apprezzato la legge 40. Per esempio la signora Prestigiacomo, che è, addirittura, Ministra, eletta da Silvio Berlsuconi all’inutile ma non dannoso (per ora) Ministero delle Pari Opportunità, speriamo non soltanto in virtù della sua avvenenza. Perché Silvio Berlusconi, che con le donne ha un rapporto da galletto anni 50, non la ascolta, la sua Ministra? Che cosa l’ha messa lì a fare? Quali sono queste “pari opportunità”, fra chi e chi vanno equamente ripartite? Perché ci sono così poche donne che contano nella compagine governativa? Se ce ne fossero un po’ di più, se invece di riciclare attempate soubrette, ci fosse qualche testa femminile pensante, forse il Capo del Governo, la smetterebbe di sbagliare tono, di provocare, di elargire disprezzo sotto forma di barzellettine sessiste, di difendere leggi persecutorie che mettono, come la legge 40, le donne in condizione di dover partire, curarsi all’estero, ancora una volta discriminando le meno fortunate, le meno forti.

Se fossi al posto dell’onorevole Prestigiacomo, e sono ben lieta di non esserci, credo che mi dimetterei dall’incarico. Scriverei due righe al capo del Governo, così concepite. “Caro Silvio, visto che sono l’unica ministro donna, siccome il mio ministero (senza portafoglio, per carità, nemmeno per gli spiccioli), è il solo luogo istituzionale dove le donne sono considerate titolari di diritti da salvaguardare e non “segretarie, pupe e fidanzate” , perché non mi hai consultata prima di decidere di ostacolare il referendum per l’abrogazione di una legge che riguarda, innanzitutto, le donne? Perché il fatto che anch’io abbia espresso qualche perplessità sulla legge non è stato preso nella minima considerazione? E che ci sto a fare io qui? Tappezzeria?”.

Naturalmente so che non lo farà e si guarderà bene dal valersi della mia collaborazione, per così dire, stilistica. La Prestigiacomo non si dimetterà, i laici del centrodestra se ne staranno ben zitti e buoni, l’invidiabile pace apparente della Cdl, basata sull’affezione allo stipendio e al potere, non sarà minacciata da questa ennesima forzatura istituzionale.
Se il referendum verrà giudicato inammissibile la nostra estiva fatica di firmare e far firmare e contare le firme, andrà a unirsi a tutte le altre gioiose militanze, che sono, è bene ripeterlo, premio a sé stesse.

Se, al contrario, la Corte Costituzionale darà torto al governo e il referendum si farà, la legge sarà abrogata. Vinceremo. Come faccio a esserne così sicura?

Credete che avrebbero armato tutto questo casino, quelli della casa delle libertà, se non fossero stati sicuri di perdere?

Lidia Ravera – L'UNITA' - 07/01/2005

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