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Lidia Ravera

Il desiderio di vivere in pace

Oggi voglio fare davvero una cosa “di sinistra”, voglio farmi da parte e far parlare un'altra donna, Simone Bitton, regista, nata in Marocco da una famiglia ebrea tradizionale, scolarizzata in Francia, trasferita a Gerusalemme nel 1966, soldatessa per servizio militare durante la guerra del 1973 (ha detto: “Ho visto la morte e questo mi ha resa una pacifista per sempre”), una che parla ebraico, legge in francese e canta in arabo. Una che ha girato l'Europa in autostop con gli hippy, si è diplomata alla prestigiosa Idhec (la scuola francese di cinema), vive fra Parigi e Gerusalemme, va tutte le volte che può in Marocco. Una che si definisce “esperta nell'arte di attraversare i posti di blocco in entrambe le direzioni” poiché abita certe volte la parte israeliana e certe volte la parte palestinese della città. Voglio lasciare la parola a Simone Bitton perché ho visto il suo film documentario “Il Muro”, che sarà distribuito dalla Lucky Red (nei cinema da domani), e l'ho trovato straordinario. Racconta la costruzione del Muro che, nato come idea di frontiera nella testa di Itzak Rabin, quando spiravano venti di pace (1994), è diventato, col governo Sharon, “barriera di protezione”, nel persistere dei venti di guerra. Si tratta di una parete (tre metri di cemento più cinque metri di sovrastruttura di rete respingente), di un lunghezza prevista, e non ancora ultimata, di 640 chilometri. A partire da ognuno dei lati del muro quattro metri di terreno sono stati, o saranno, coperti da rotoli di filo spinato e da sensori elettronici e ci saranno strumenti in grado di rilevare qualsiasi impronta umana. Il costo della costruzione è di due milioni di dollari a chilometro. I lavori sono iniziati nel 2002, per ora è stato coperto un terzo del percorso. Sono stati confiscati centinaia di ettari di territorio palestinese, distrutti terreni coltivati, abbattuti ulivi. A fine lavori, dicono, il muro avrà inglobato il 7% della Cisgiordania e quindi 300 mila palestinesi. Saranno in molti a trovarsi praticamente senza cittadinanza né possibilità di lavoro. La commissione per i diritti umani dell'Onu ha messo in guardia la comunità internazionale, le organizzazioni israeliane per i diritti civili hanno protestato insieme ai palestinesi, la corte Internazionale di Giustizia nel luglio 2004 è arrivata a chiederne lo smantellamento (chiedere, non imporre)… eppure il muro è ancora lì. Tutti lo sappiamo che quel muro è contro la pace, ma lo mettiamo nel conto della piaga del conflitto in medioriente e ce ne dimentichiamo. Il film di Simone Bitton, poiché è un piccolo capolavoro, impedisce l'oblio, evoca con la forza della semplicità, scenari di sofferenza quotidiana, sorrisi coraggiosi, fatica e nostalgia, ma soprattutto la crudele normalizzazione del male, quando arrampicarsi fra i fili spinati, infilarsi in un fenditura, con le borse, coi pacchi, coi bambini, per passare “di là” diventa, nella ripetizione, vita, destino. Il ritmo del film è bressoniano: lento quanto deve essere lento il camminare d'un uomo, il braccio della gru che deve alzare una lastra di pietra, per rendere l'idea del reale. Il timbro è silenzioso, senza eccessi musicali, perché l'emozione non sia artificiale. Le aperture sul paesaggio (verde, dolce, ruvido, sassoso), come in un film di John Ford, raccontano la vastità della terra e del cielo e ti fanno sentire l'offesa di chiuderlo, di recintarne la grandezza, di impedire lo sguardo panoramico, con le esclusioni della barriera “protettiva”. I volti degli attori del dramma dicono senza dire tutta l'assurdità della loro condizione: sono facce segnate dalla pazienza, occhi intensi, sorrisi aperti al desiderio di comunicare. Le voci sono sempre fuori campo. A cominciare dall'inizio (bellissimo) in cui, mentre la macchina da presa inquadra il muro, in un punto in cui è ornato di disegni, bambini invisibili, cioè fuori scena, con la loro vocetta allegra, parlano di odio e di guerra, con la naturalezza sdrammatizzante e spaventosa di chi conosce soltanto quello. Da che parte del muro sta la camera è una domanda che, guardando, ci si pone costantemente. Il muro è sempre in campo, inteso in senso cinematografico, ma il campo di battaglia qual è? L'impasto linguistico (il film è in lingua originale coi sottotitoli in italiano) non consente, a chi non conosce né l'arabo né l'ebraico, di distinguere. L'effetto è rivoluzionario e, come spiega Simone Bitton, non casuale: “Non c'è nulla che mi colpisca di più, nella vita come nei miei film, del confondere un ebreo con un arabo o viceversa. Israeliani e palestinesi si assomigliano, come prigionieri e guardiani. Per me questa nazione è un'unica nazione, molto piccola, abitata sia da Ebrei sia da Arabi. Io mi identifico con essa perché anch'io mi sento ebrea e araba allo stesso tempo. L'ebraismo è parte della storia di questo paese, ma un giorno Israele dovrà accettare di diventare anche un po' arabo. Quel giorno tutti i muri saranno finalmente abbattuti”.

E così incominciano le sue “ote di regia”: “Gli spettatori non sono pagine bianche: sanno molte cose su questi muro, su questa guerra. Hanno delle opinioni, a volte troppo nette, a volte opinioni che non condivido. Non ho fatto questo film per convincerli. Ho fatto questo film per condividere quello che provo. Ho fatto questo film per comunicare loro quello che vedo e anche mostrarmi io stessa ai loro occhi. Il muro che ho filmato è parte di me quanto gli orizzonti fisici e mentali dei miei personaggi. Questo muro è, in un certo senso, il testamento del nostro fallimento”. Proprio oggi, nel giorno della Memoria, mi pare importante questo messaggio semplice: la sensazione dell'affinità, il desiderio di vivere in pace. Gli ebrei hanno diritto di non soffrire più, di non essere più minacciati. Né dai terroristi, né dal muro costruito per difenderli e destinato a tenere aperta la ferita che infetta la loro esistenza quotidiana.

Lidia Ravera – L'UNITA' – 27/01/2005

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