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Lidia Ravera
L'UNITA' – 28/03/2002

Quel che ci chiede la società incivile

Ci ha chiesto, la società incivile, quella per cui tre milioni di democratici in piazza sono gitanti affamati alla ricerca della merenda a sbafo, se non siamo stanchi di “fare gli indignati” a tempo pieno, se non ci vergogniamo di avere allarmato gli italiani con quella storiellina buffa sul pericolo per la democrazia, se non ci rendiamo conto di essere “apocalittici”, “conservatori” (di che cosa? Boh, roba vecchia chennesò la libertà, il pluralismo nell'informazione, il diritto al lavoro, ciarpame, roba che chi è moderno la sa buttare via), bugiardi e puzzoni.

Ci chiedono, i portavoce della società incivile, più volte al giorno, di piantarla, perché tanto loro sono stati eletti dalla maggioranza degli italiani e nessuno li può condizionare, nessuno li può criticare (se no fa la figura del terrorista), nessuno li può mandare a casa. Il voto degli italiani che li amano li inchioda alle loro poltrone, qualsiasi cazzata esca dalle loro auguste bocche. Se è troppo grossa, eventualmente ci chiedono di far finta di aver capito male. Non vogliamo? Ah, bè, allora è chiaro che non vogliamo collaborare, alla pace sociale, al silenzio mortale che circonda di consenso chi sbaglia, ma ha il potere di non doversi scusare. Ci chiede, chi sostiene il governo, di tornare a tacere, a maggior ragione se siamo “gli intellettuali”, che erano così carini quando si facevano i fatti loro, puliti, educati, tutti in fila a giustificare il trash, a rivitalizzare la cultura con qualche iniezione di tetteculi, di quiz e televendite, di cult Vanzina e cult Carrà e via sdoganando il peggio con le benedizioni di chi tanto la tivvù mica la guarda, quella è per i polli. Ci chiedono se non siamo diventati “troppo loquaci” (Gad Lerner, ma forse voleva soltanto far contento il suo ruvido partner, Ferrara), ci chiedono se non firmiamo troppi appelli, se il problema è che eravamo un po' annoiati, se il problema è che eravamo un po' nostalgici degli anni in cui si pensava che pensare fosse un dovere di chi ha la capacità di farlo e non una forma di onanismo per tagliati fuori (finché si è giovani si può anche chiacchierare delle sorti del mondo, ma dopo via, su, è infantile dopo, da grandi, ciascuno per sé e il premier per tutti).

Ci chiedono di non ostacolare il corso dell'ingiustizia, di non sparare la piazza perché loro preferiscono le pistole (certo è più facile usare un uomo ammutolito dalla morte che tre milioni di esseri viventi), ci chiedono di rispettare il ministro Bossi anche se ogni volta che esterna una delle sue squisite opinioni, il capo della coalizione chiarisce che non intendeva dire quello che ha detto.

Ci chiedono di non collaborare al trionfo di Sergio Cofferati, che è un pischello vanitoso, capace di mobilitare mezza Italia soltanto per festeggiare il suo carisma. Ci chiedono di non approvare la sua intransigente difesa del diritto dei lavoratori e della dignità di tutti, di non applaudire, di non essere felici e orgogliosi di tutte quelle bandiere rosse, di quel clima festoso e determinato, di quella dimostrazione di forza e civiltà (non un incidente, non un atto di vandalismo, neanche le cartacce per terra),. Di quell'eccezionale giornata di gioia.

Ci chiedono di scendere sul campo della rozzezza, di rispondere alle illazioni grossolane, di abbassare il livello delle nostre parole, delle nostre speranze, delle nostre manifestazioni. Bene, la risposta che si leva, unanime, da tutti quei cittadini democratici e quindi, in questo momento, di sinistra, è quella di Bartleby lo scrivano (ve lo ricordate il racconto di Melville?): “No, avrei preferenza di no”.

Lidia Ravera – L'UNITA' – 28/03/2002

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