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Piero Sansonetti

– L'UNITA' – 20/02/2002

Sofri, Grazia e Giustizia

Provate a chiedere a qualcuno di cui vi fidate: «Secondo te Adriano Sofri è colpevole o innocente?». Probabilmente allargherà le braccia sconsolato e vi dirà che non se la sente di rispondere. Vuol dire che è una persona onesta. Del resto anche i giudici e i giurati popolari - decine e decine - che hanno esaminato le carte del processo, si sono arrovellati per anni su questo dilemma e hanno risposto in modo contraddittorio. Tre o quattro volte si son dichiarati convinti della colpevolezza, due volte sicuri dell'innocenza, altre quattro o cinque volte hanno tentennato. Il processo Sofri è il più ricco di sentenze di tutta la storia della Repubblica. Una sentenza di primo grado, quattro sentenze di appello, tre annullamenti della Cassazione, più sei o sette decisioni alternate di Cassazione e Corti d'Appello (di Milano e Brescia), alcune favorevoli e altre contrarie alla revisione del processo.

Moltissimi intellettuali italiani, anche assai prestigiosi, molti giuristi, storici, uomini di scienza, si sono dichiarati sicuri dell'innocenza di Sofri, e soprattutto certi che il processo è stato un processo indiziario, senza prove, senza riscontri alle accuse di un pentito (che comunque l'ha fatta franca, perché il suo reato è caduto in prescrizione). Tuttavia il problema che oggi si pone non è questo. Non è quello di stabilire se Sofri è innocente o colpevole e se ha avuto un giusto processo. Di tutto ciò si è discusso fino al 24 gennaio del 2000, quando è stata emessa l'ultima e definitiva sentenza. Da allora le porte della prigione si sono chiuse definitivamente dietro le spalle di Adriano Sofri, che già aveva trascorso in carcere svariati mesi, a più riprese, nei 12 anni precedenti, e da allora la Giustizia non ha più niente da dire. L'affare Sofri non riguarda i tribunali. Chiuso. E allora chi riguarda? Riguarda la politica e il buon senso.
Rinunciamo a stabilire se è colpevole o no. Cioè se è stato lui a dare l'ordine (al pentito che lo accusa, cioè a Leonardo Marino, e al suo compagno di prigionia Ovidio Bompressi) di andare armati, la mattina del 17 maggio del 1972, davanti all'abitazione milanese del commissario di polizia Luigi Calabresi e di sparargli due colpi di rivoltella alla nuca. Per la giustizia italiana è così, chi vuole avere dubbi ha diritto a mantenerli, così come ha diritto Sofri a dichiararsi ancora innocente, e soprattutto hanno diritto la moglie e i figlioli del commissario di credere alla giustizia e di conservare intatto il dolore che squarciò le loro vite, trent'anni fa, quando la signora Gemma era poco più di una ragazza, piena di idee e di speranze sulla sua vita familiare, e i figli del commissario erano bambini dell'asilo e delle elementari.

Una volta rinunciato a riaprire il caso, è possibile rivolgersi al Presidente della Repubblica e chiedergli di intervenire, sulla base della sua autorità e dei suoi poteri, per mettere la parola fine su una vicenda che comunque nasce negli anni più feroci della nostra storia recente, e che si è conclusa con la vittoria dello Stato Repubblicano e con la sconfitta dei disegni eversivi. L'uccisione del commissario Calabresi avvenne nell'anno chiave della vicenda terrorista italiana: mentre era in pieno svolgimento la strategia della tensione, stragista, di destra, iniziata tre anni prima con la bomba a piazza Fontana e che durò per altri 12 anni almeno (fino agli attentati ai treni del Natale '84), e mentre sul versante opposto iniziavano a lavorare le Brigate Rosse, che nel giro di due anni sarebbero diventate protagoniste della nostra vita politica e lo sarebbero rimaste quasi per un decennio, seminando morte. È una storia chiusa, no? È possibile trattarla senza più paure, senza ideologismi, senza anatemi, in modo laico, freddo? Adriano Sofri è stato, ed è ancora, una figura di spicco nell'intellettualità italiana. Sia nei lontani anni '60, quando fu tra i leader più prestigiosi del '68, sia negli anni successivi,e nel decennio '90, quando si è impegnato nelle battaglie per Sarajevo e per la Cecenia. È una figura originale, autonoma, indipendente: è difficile dire se sia di destra o di sinistra, se sia laico o cristiano, liberale o socialista. Non ha mai cercato simpatie a buon mercato, non è popolare, non è di successo. A suo favore però si è pronunciato un numero grandissimo di personalità della cultura e della politica, senza distinzioni di campo: da Montanelli a Giorgio Bocca, da Bobbio a Giuliano Vassalli, da Carlo Ginzburg a Vittorio Foa, a Giuliano Ferrara, perfino a un esponente di Alleanza nazionale come Gustavo Selva.
Sofri non ha mai ammesso di avere dato l'ordine di uccidere Calabresi, ma ha riconosciuto di avere sbagliato, negli anni '70, a spingere il suo gruppo, Lotta Continua, ed altri, sulla via della violenza, dell'odio, della demonizzazione dell'avversario. E soprattutto ha mantenuto un atteggiamento esemplare durante i processi, dopo i processi, durante la carcerazione. Si è costituito per tre volte, non ha fatto nulla per evitare il carcere, non ha insultato - secondo un costume corrente tra i politici - i giudici che lo condannavano. Sono passati 30 anni dal delitto e 14 da quando è iniziata la vicenda processuale. La signora Calabresi, che in tutti questi anni ha mantenuto un atteggiamento serissimo e ammirevole, non sembra si sia mai pronunciata contro la grazia. Cosa impedisce, oggi, un provvedimento di clemenza che metta la parola fine su questa triste vicenda? Perché lo Stato non si può dimostrare serio, comprensivo, gentile? Una volta si diceva: «magnanime».

Sofri non ha chiesto la grazia per motivi di orgoglio. In fondo gli fa onore. Ma la legge oggi prevede che non debba essere necessariamente l'imputato a chiederla. Può chiederla chiunque altro, in suo nome, e Ovidio Bompressi lo ha già fatto. Oltretutto lo stesso Capo dello Stato può concedere la grazia per sua iniziativa, non sollecitato. Anche saltando il parere del ministro della Giustizia.
Presidente, prenda l'iniziativa: grazi Adriano Sofri, Ovidio Bompressi (che sta molto male e rischia la vita) e grazi anche Giorgio Pietrostefani. Nessuno la criticherà e lei avrà mostrato di essere un uomo coraggioso, saggio e capace di rendere a questo paese, ogni tanto, almeno un po' di serenità politica e di umanità. Presidente, non è ragionevole lasciare Adriano Sofri e Ovidio Bompressi in prigione per altre 15 anni, cioè, forse, a vita.

Solo lei può evitarlo.

Piero Sansonetti – L'UNITA' – 20/02/2002




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