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Il sogno e l'incubo americano

L' America ha scelto Bush. Non solo l'uomo, ma le sue idee. Essenzialmente l'America ha scelto l'idea imperiale di Bush: quella che assegna agli Stati Uniti il compito di governare il mondo, di piegarlo alle proprie abitudini, ai propri interessi, alla propria cultura, e soprattutto al proprio mercato. L'idea che vede nella guerra lo strumento principale di questa politica. La guerra come mezzo per dare ordine agli Stati, ai popoli, alle gerarchie degli interessi, a una ragionevole distribuzione delle risorse. L'America ha scelto l'idea bushista secondo la quale è bene che le risorse siano concentrate nei paesi ricchi, perchè i paesi ricchi sono il motore dello sviluppo, e lo sviluppo dei paesi ricchi è la salvezza per tutti. Le elezioni di ieri hanno tre vincitori e uno sconfitto: ha vinto il liberismo, ha vinto il mercato, ha vinto Bush. In quest'ordine. E ha perso John Kerry. Se non vogliamo trovarci a vagare senza meta e senza bussola nella notte della politica, dovremo ragionare bene, riflettere, discutere, sia sul perché della vittoria di Bush sia sui motivi per i quali ha perso Kerry.

Bush non è quel fesso che molti di noi hanno pensato che fosse in tutti questi anni. E' un uomo di modesta cultura, è un personaggio abbastanza rozzo, ma ha dimostrato delle grandi capacità politiche, molto intuito e anche un disegno. Semplicissimo, quasi infantile, ma un disegno che è stato capito da milioni di americani, poveri e ricchi, e che li ha mobilitati e fatti diventare protagonisti del successo della nuova destra.

Il disegno di Bush può essere un po' approssimativamente riassunto in tre punti. Il primo - molto politico - è la riunificazione della destra americana. Dopo Reagan e dopo la caduta del muro di Berlino, la destra americana si era sempre divisa. Nessuno aveva avuto la forza di metterla insieme. Ci aveva provato - battendosi contro Clinton - alla fine degli anni '90, Newt Gingrich, però non ci era riuscito ed era stato sconfitto. Bush ci è riuscito: ha messo insieme l'anima superliberista dei neo-con, l'anima bigotta e autoritaria dei religiosi (cioè del fondamentalismo ma anche del conservatorismo cristiano) e l'anima liberal dei Giuliani e dei McCain. E ha trovato il punto di equilibrio in se stesso. In questo modo Bush si è guadagnato una leadership personale che nei primi anni della presidenza non aveva avuto. Oggi il padrone è lui, non sono le anime rissose del partito.

Il secondo punto del disegno di Bush è quellio ideale. Bush ha lavorato molto bene sull'immaginario. Cosa ha promesso al suo popolo? Due cose orribili: la guerra e maggiori disparità sociali (meno tasse, meno stato, più iniziativa privata, più impresa), ma ha saputo proporle dentro un progetto di dominio del popolo americano sul mondo che è un'idea tutt'altro che trascurabile e irrealista. E' il sogno, il sogno americano. L'idea di sicurezza che Bush ha proposto (guerra senza quartiere ai nemici) che a noi sembra dissennata e immorale, contiene invece - dobbiamo capirlo - una carica ideale che non può essere solo maledetta, va combattuta. Sennò vince.

Il terzo punto del disegno di Bush è quello economico. Mano libera al capitalismo. Senza accettare i compromessi, le legiferazioni, i burocratismi del partito democratico. E quindi una spartizione dei compiti: alle corporation il potere di organizzare il mondo, alla politica il potere di raccogliere e organizzare il consenso.

John Kerry non ha saputo opporsi in nessun modo a questa ogettiva forza della nuova destra americana. Ha presentato agli elettori un semplice programma di moderazione del bushismo, privo di indicazioni per il futuro, privo di alternativa, e dove non c'era neppure l'ombra di un progetto, di un sogno, di una speranza di riscatto. Ha detto: un po' meno guerra, un po' meno disuguaglianze, un po' meno strapotere delle corporation. Perchè avrebbe dovuto vincere? La ricetta offerta da Kerry agli americani è stata la brutta copia del programma di Clinton del '92. Clinton si presentò con una proposta. Disse: "se lasciate alla destra il governo dei mercati avremo un capitalismo selvaggio che travolgerà i deboli; io invece posso garantirvi un governo del liberismo che darà lunga vita al capitalismo ma ne smusserà la ferocia e la sua carica disegualitaria". Gli americani gli credettero, lui però non riuscì a mantenere la promessa. Le diseguaglianze crebbero, il divario tra ricchi e poveri si allargò. Il clintonismo - e tutte le sue estensioni europee, dalla Gran Bretagna all'Italia - fu travolto dalla globalizzazione e seppellito a Seattle, alla fine del '99. La sua brutta copia kerrista non è durata nemmeno un mattino.

Dobbiamo ripartire da qui, credo. Da questa certezza: o la sinistra, innanzitutto in Europa, è capace di costruire un progetto di società, realistico, serio, ma che sia davvero alternativo a quello bushista (liberista, occidentalista, sviluppista), e cioè riesce a selezionare e a rendere concreto un sistema di valori diverso da quello che ha vinto ieri in America, oppure è destinata alla sconfitta. Da almeno 15 anni la sinistra, nel mondo, non riesce a proporre un progetto di questa altezza. Ha perso il suo "universalismo". Dobbiamo ragionare tutti su questo: devono pensarci i riformisti, che ieri hanno visto annegare definitivamente la loro speranza americana e la vecchia "terza via" clintoniana, e ora si trovano a un bivio: o piegano al centro o vanno a sinistra. Dobbiamo pensarci anche noi, perchè non possiamo sperare di trarre profitto dalle sconfitte degli altri: siamo chiamati a dare tutto quello che abbiamo, a metterci in gioco, a prendere la guida di un cammino di ricostruzione del pensiero e della politica della sinistra. A prenderne la guida.

Piero Sansonetti – LIBERAZIONE – 04/11/2004




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