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Il sospetto della farsa, la certezza della tragedia

Silvio Berlusconi non è un tipo molto affidabile, però è un personaggio che ha fiuto. Sente l'aria, intuisce, capisce quand'è che le cose vanno bene e quando invece si rischia di prendere legnate. Non è un fesso. Silvio Berlusconi ha capito, senza tanti ragionamenti, quello che sul nostro giornale ha scritto ieri, in prima pagina - e in modo assai più complesso - un intellettuale sofisticato come Walden Bello. E cioè che l'America in Iraq sta perdendo la guerra. E' così: è una verità semplice alla quale si può giungere per vie diverse, ma la verità è quella. Poi vanno benissimo le chiacchiere, è giusto dire che la democrazia in Iraq fa passi da gigante, che l'epoca fosca è conclusa, che il futuro è radioso, che l'invasione americana ha esportato la libertà e la prosperità. Ottimo: basta non crederci. Berlusconi non ci crede. E sa che al punto in cui sono arrivate le cose, o si trova una via d'uscita o si finisce impantanati nelle sabbie mobili e nessuno si salva. L'idea che il prolungarsi dell'occupazione militare possa aiutare la normalizzazione di un paese stremato economicamente e umanamente, che ha già contato più di 150 mila vittime tra i suoi abitanti, che non ha più una sua struttura sociale, né economia, né un'identità culturale, che è travolto dalle lotte di gruppi ed etnie, dal terrorismo, dalla prepotenza e dalla violenza degli occupanti, l'idea - dicevamo - che la pacificazione è vicina è un'idea così evidentemente insensata che Berlusconi neppure la prende in considerazione. Casomai il problema è un altro. E sta in questa domanda: spingersi fino alla rottura con gli americani e i britannici e decidere il ritiro unilaterale? Vorrebbe dire passare la spugna sulla politica estera italiana di questi quattro anni, tutta fondata su un solo concetto: con gli Usa "perinde ac cadaver" (antico motto latino dei gesuiti, che più o meno vuol dire: fino e oltre la morte...).


Il Presidente del consiglio spera di potersi chiamare fuori dall'Iraq senza rompere con gli alleati. Cioè di farlo con il loro consenso. Lo scambio di opinioni a distanza, abbastanza aspro, con Tony Blair, lascia sospettare che non ci riuscirà. E allora dovrà scegliere: far prevalere il suo sesto senso (che gli dice: "vattene"), oppure obbedire agli angloamericani e rinviare il ritiro? Non è che agli americani, sul piano militare, il ritiro degli italiani da Nassyria cambierebbe molto. Cambia però sul piano politico, perché sancirebbe l'isolamento totale di Bush dall'Europa continentale.

Per questo sarebbe interessante sapere se il premier si deciderà a portare le sue decisioni dalla sede ufficiale (gli studi televisivi di "Porta a porta") quella ufficiosa (la Camera dei Deputati o il Senato della Repubblica). E se in quel luogo vorrà assumere impegni più precisi, cioè fissare un calendario di ritiro, dire quando inizierà, quanti uomini riporterà in Italia, entro quale data concluderà l'operazione.

E' una farsa questa sequenza di dichiarazioni di Berlusconi? Ci può esser questo sospetto, ma se alle parole seguiranno i fatti bisognerà prenderne atto, e sarà una presa d'atto positiva e piacevole. Un successo dei pacifisti.

Non c'è invece solo il sospetto ma c'è la certezza di una tragedia parallela a tutto ciò. Quella dei morti ammazzati nelle carceri gestite dagli americani sia in Iraq che in Afghanistan. Il New York Times dice che almeno 26 persone sono state uccise dalle guardie. C'è il fondato timore che i morti siano molti di più. In queste carceri si viene portati senza nessuna garanzia, per semplici sospetti, non si è protetti da un avvocato, si subiscono maltrattamenti e torture, si resta alla completa mercé dei carcerieri e in qualche caso si viene uccisi. Il New York Times dice che le autorità militari degli Stati Uniti sostengono che solo alcuni di questi omicidi è giustificato, gli altri sono gratuiti. Non non sappiamo se dobbiamo essere più allarmati per gli omicidi gratuiti, frutto di puro sadismo, o per quelli giustificati. Forse per questi ultimi. Se le autorità dicono che alcuni omicidi sono giustificati significa che l'esercito americano, ai suoi massimi livelli, ritiene che in determinate situazioni la cosa migliore da fare sia quella di sparare alla tempia al prigioniero.

Cosa ci fanno i nostri soldati in Iraq, al seguito di un esercito di occupazione che si comporta in questo modo? Si dirà: ma anche ai tempi di Saddam uccidevano la gente in carcere, anzi ne uccidevano molta di più. E' vero. E infatti noi non abbiamo mai mandato nostri soldati a sostenere le guerre di invasione di Saddam.

Piero Sansonetti – LIBERAZIONE – 17/03/2005




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