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Roberto Rezzo
– L'UNITA' – 13/03/2002

Morto James Tobin, il Nobel che piaceva ai no-global

James Tobin, professore emerito dell’Università di Yale, premio Nobel per l’economia, è morto lunedì all’età di 84 anni; la notizia è stata data martedì mattina dall’edizione online del New York Times. Lascia uno straordinario numero di pubblicazioni, tra cui sedici libri e circa 400 articoli, ma il suo nome resta legato soprattutto alla Tobin tax, un’idea del 1972 per evitare gli effetti destabilizzanti delle speculazioni sui mercati valutari e che piace ai no-global.

Nato nel 1918 a Champaign nell’Illinois da una famiglia progressista, il padre è un giornalista, la madre lavora nei servizi sociali. «In una città dominata dal quotidiano ultraconservatore Chicago Tribune, in casa nostra giravano periodici come The Nation, New Republic e American Mercury. I miei genitori erano considerati degli eccentrici, ma politicamente ben preparati», ha scritto nella sua autobiografia. Proprio dai racconti della madre impara il significato della sofferenza che provocano povertà e disoccupazione, un elemento destinato a condizionare tutta la sua lunga carriera di studi e ricerca.

Frequenta le scuole superiori nella vicina cittadina di Urbana, un piccolo istituto che diploma poco più di 30 studenti all’anno, ma da cui escono altri due premi Nobel: Philip Anderson per la fisica e Hamilton Smith per la medicina. I suoi piani sono per frequentare la facoltà di legge dell’università locale, ma il padre lo spinge a puntare più in alto, alla prestigiosa università di Harvard: ha letto sul giornale che è stata appena istituita una borsa di studio per aprire le porte dell’ateneo agli studenti provenienti dalle aree più depresse degli Stati Uniti. James sostiene gli esami senza particolari aspettative e senza rompersi la schiena sui libri. Nell’agosto del 1935 arriva a sorpresa la notizia dell’ammissione e un mese dopo sale su un treno per Boston. È la prima volta che lascia il Midwest.

Nel grande laboratorio di eccellenza intellettuale che Harvard rappresenta, la facoltà di economia vive in quegli anni un periodo d’oro. Tobin segue i corsi di docenti del calibro di Seymour Harris, Edward Chamberlin e Wassily Leontief. Tra i compagni di studi ci sono Paul Samuelson, Lloyd Metzler e Richard Goodwin, tutti destinati a primeggiare nei rispettivi campi di specializzazione. Si laurea con lode nel 1939 e nel 1947 ottiene, sempre a Harvard, il dottorato di ricerca.
La cattedra a Yale arriva nel 1950 e cinque anni dopo ottiene la John Bates Clark Medal, un premio conferito dall’American Economic Association ai migliori giovani economisti. Le sue elaborazioni teoriche si basano sulla dottrina di John Maynard Keynes, che ha sviluppato e adeguato alla complessità del mercato azionario e delle transazioni finanziarie internazionali. Tobin è convinto che il libero mercato sia un sistema eccellente, a condizione che i governi facciano la guardia, pronti a intervenire con azioni correttive per ostacolarne la naturale tendenza agli eccessi.

A Tobin è riconosciuto il merito di aver introdotto la rivoluzione keynesiana in america e di aver spezzato la dualità imperante fra un libero mercato selvaggio e un’economia pesantemente controllata a livello statale. Negli anni ’60 è il principale oppositore di Milton Friedman e della sua teoria, nota con il nome di monetarismo. Friedman sostiene che le sole fluttuazioni nella quantità di capitali circolanti bastano a spiegare gli alti e bassi dell’economia, è il pensiero dei Chicago Boys, convinti sostenitori della capacità del mercato di autoregolarsi.

Il presidente Kennedy lo chiama a Washington nel 1961 a dirigere il Council of Economic Advisers, incarico che ricopre sino alla fine del 1962. Tobin è considerato l’intellettuale artefice del boom economico degli anni ’60, l’ispiratore della politica di riduzione fiscale lanciata in quegli anni dalla Casa Bianca. Nel 1972 propone ai governi l’istituzione di una piccola tassa su tutte le transazioni in valuta, un meccanismo per proteggere i paesi più poveri dalle speculazioni sulla moneta, un’idea che molti paesi europei hanno recentemente rilanciato.

Nel 1981 riceve il premio Nobel in Scienze Economiche per la sua analisi dei mercati finanziari e la loro relazione con la spesa dei consumatori, l’occupazione, la produzione e i prezzi. Tobin è stato un fiero oppositore della politica economica dell’amministrazione Reagan, altrimenti conosciuta come reaganomic: la politica di tagli fiscali accompagnata da una drastica riduzione della spesa sociale, secondo lui avrebbe provocato solo disastri. La storia gli ha dato ragione.

La popolarità ultimamente guadagnata presso il movimento No Global per la sua Tobin Tax lo faceva sentire a disagio: «Gli applausi piu’ forti arrivano dalla parte sbagliata», diceva. Era un democratico, un progressista, ma credeva nelle potenzialità del mercato globale. A condizione che fosse regolamentato.

“Piango la sua morte – ha scritto l’economista Paul Kruger, un amico di vecchia data – e la fine di un’ era in cui economisti di grande onesta’ intellettuale potevano affermarsi e persino condizionare le scelte politiche”.

Roberto Rezzo – L'UNITA' – 13/03/2002

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