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Storia di "Pepe", che ha messo fine all'impunità

La Corte suprema argentina la settimana scorsa ha dichiarato l'incostituzionalità delle Leggi di Punto Final e Obbedienza dovuta. Sono state annullate le leggi dell'impunità che, per vent'anni hanno lasciato in libertà tutti i militari che hanno ucciso, torturato e fatto scomparire migliaia di persone durante la dittatura (1976-83). La sentenza del tribunale supremo riaprirà i processi che erano rimasti bloccati da queste norme. La Corte ha esaminato un caso, e uno ne bastava, per segnalare l'incongruenza di quelle norme con l'ordine giuridico internazionale e nazionale e dichiararne l'incostituzionalità. Ha preso in esame quello che riguarda la scomparsa di José Poblete, uno qualsiasi, un numero tra i 30.000 desaparecidos.

Lo chiamavamo Pepe, aveva 19 anni quando l'ho conosciuto nella Villa del Bajo Belgrano, una "villa miseria", così si chiamano quel gruppo di abitazioni precarie, di casucce di lamiera, senza fogne, né acqua corrente che negli anni '70 sorgevano a Buenos Aires. Era nato in Cile e aveva avuto un incidente, era caduto da un treno che gli aveva sezionato tutte due le gambe.

Pepe non si lamentava, con la sua carrozzella correva da una parte all'altra della borgata, riusciva a fare di tutto o quasi. Era venuto alla scuola, che era il centro del nostro gruppo di militanti, perché ad un centinaio di metri della Villa del Bajo Belgrano c'era un istituto di riabilitazione dove stava cercando di migliorare la sua condizione.

Ricordo perfettamente la sua voce, con quell'inconfondibile accento cileno, il suo sorriso e la sua contagiosa voglia di vivere, di cambiare, di fare la rivoluzione. Nel Cile era riuscito a fuggire alla repressione di Pinochet e in Argentina veniva con noi ad ogni manifestazione. Collaborava insieme a noi per dare una vita più degna agli abitanti della baraccopoli.

Nel 1973 eravamo una quarantina i militanti che da fuori arrivavamo ogni giorno a fare "lavoro politico". Ma la repressione cominciò a farsi evidente prima che arrivassero i militari al potere e già nei primi mesi del 1976 non era più possibile farsi vedere nella villa miseria, i suoi sinuosi vicoli interni, che avevamo imparato a conoscere a memoria, erano diventati troppo pericolosi anche per noi.

Da allora non vidi più Pepe. Avevo avuto modo di conoscere anche Gertrudis Hlaczik, che era la sua fidanzata, ma di loro due non ho più avuto notizie. Per anni mi è rimasta la domanda: che sarà stato di lui?

Solo molti anni dopo, già in Italia, leggendo un giornale argentino, scoprii una storia molto simile. Le coincidenze furono subito evidenti e infine la conferma è arrivata dall'Argentina: José Poblete era Pepe. All'epoca, per sicurezza, nessuno di noi sapeva il cognome dell'altro, mai una fotografia insieme. Eravamo consapevoli del rischio che correvamo.

Il 28 novembre 1978 Pepe fu sequestrato mentre andava a un appuntamento. Stessa sorte toccò a Gertrudis e alla figlia appena nata. Tutti furono rinchiusi nel campo di concentramento dell'Olimpo. Lui fu visto per l'ultima volta il 29 gennaio 1979 mentre era portato nella sua sedia a rotelle. Due giorni dopo nel piazzale del campo c'era la sua sedia buttata in un angolo. La bimba fu consegnata ad un colonnello e 20 anni dopo seppe, da una denuncia delle Nonne di Piazza di Maggio, la sua vera identità. Per Claudia Poblete ebbe inizio un altra vita, s'incontrò con la sua famiglia biologica e cominciò la sua ricerca disperata di giustizia.

I colpevoli: Julio Héctor Simón ("El turco Julián") e "Colores" del Cerro furono individuati e condannati per sequestro di minore e falsificazione di documento ai fini dell'adozione. Gli comminarono una pena lieve perché anche se avevano confessato di aver ucciso Pepe e Gertrudis i loro crimini non potevano essere giudicati. Ogni processo era bloccato e torturatore e vittima potevano incontrarsi mentre facevano la spesa o camminando per strada.

Ora quell'impunità non esiste più. Non saranno più necessari i processi in Italia, Francia o Spagna. Le aule dei tribunali argentini daranno ascolto a centinaia di testimonianze come questa, mentre l'Argentina dovrà riaprire un capitolo mai chiuso e guardare in faccia, con gli occhi asciutti, la pagina più cupa della sua storia.

Claudio Tognonato – IL MANIFESTO – 23/06/2005

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