| BIBLIOTECA | | EDICOLA | | TEATRO | | CINEMA | | IL MUSEO | | Il BAR DI MOE | | LA CASA DELLA MUSICA | | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | | | NOSTRI LUOGHI | |
ARSENALE |
| L'OSTERIA | | LA GATTERIA | | IL PORTO DEI RAGAZZI |

EDICOLA

Gli Omg? I cowboy del terzo millennio

Intervista a Vandana Shiva

Ill premio speciale della giuria, nell'ambito della consegna del premio letterario Acquiambiente, nato ad Acqui Terme (AL) dalla collaborazione tra il comune piemontese e il comitato di crisi Acna-Valle Bormida, è andato a Vandana Shiva, scienziata e filosofa indiana, fondatrice di istituti di ricerca e movimenti che si battono, al fianco degli agricoltori e delle comunità locali, contro la nuova colonizzazione delle industrie del biotech agroalimentare. Autrice di numerosi saggi (l'ultimo è uscito in Italia per Edizioni Ambiente è Campi di battaglia), Vandana Shiva ha vinto nel 1993 il “Premio Nobel alternativo” Right Liverhood Award. Il recente via libera del governo indiano al cotone modificato geneticamente (cotone Bt), e la pubblicazione, a metà aprile, della sequenza genetica del riso, le danno lo spunto per parlare dei temi che le stanno a cuore: sviluppo sostenibile dell'agricoltura, globalizzazione e biodiversità.

Il governo indiano ha appena autorizzato la vendita del cotone Bt della Monsanto. Soltanto pochi mesi fa però lo stesso governo sembrava orientato verso una politica diversa e aveva persino ordinato di bruciare i campi di cotone transgenico in alcune regioni dell'India. Che cosa ha determinato il cambiamento di rotta?

La mia spiegazione è che, accanto all'inquinamento genetico, la Monsanto stia diffondendo un inquinamento politico. L'autorizzazione al cotone Bt è illegale, perché il comitato che ha dato il via libera rappresentava soltanto il 50 per cento del governo, ed erano assenti i ministri chiave, che sono quello della sanità e quello dell'agricoltura. Tutta la comunità scientifica e tutte le organizzazioni dei coltivatori esprimono dubbi nei confronti di questa autorizzazione. Abbiamo già organizzato una petizione alla Corte Suprema.

Perché parla di inquinamento politico?

Quando la Monsanto ha iniziato i primi esperimenti in campo aperto, nel '96-'98, non c'era un'autorizzazione all'importazione del cotone Bt in India. Quindi, fin dall'inizio, la stessa presenza della Monsanto in India si è basata su metodi illeciti. E dato che si erano abituati a farlo così bene negli Stati Uniti, pensano che anche il resto del mondo debba essere ridotto a questo stesso livello di illegalità.

Quali problemi pone l'introduzione del cotone transgenico in India?

Principalmente il crollo di tutta la struttura organizzativa su cui dovrebbero basarsi le decisioni del governo nel settore agroalimentare. Se questa autorizzazione non sarà revocata qualsiasi azienda potrà fare ciò che vuole. L'altra minaccia riguarda i piccoli coltivatori, che sono i soli che abbiamo in India. Attraverso una tossina prodotta grazie alla modifica genetica, il cotone transgenico dovrebbe frenare l'attacco alla piante da parte di un insetto parassita che la danneggia. In realtà, non solo il cotone Bt alla lunga favorisce la proliferazione di insetti resistenti alla tossina, ma favorisce anche la crescita di altri parassiti insensibili alla tossina. Inoltre, la tossina prodotta dal cotone ingegnerizzato uccide insetti benefici, che potrebbero controllare la diffusione di quelli nocivi. Per evitare questi effetti, l'autorizzazione del governo prevede che il 20 per cento dei campi continui a essere coltivato con i metodi tradizionali. Se questa indicazione non sarà seguita si avrà lo sviluppo di parassiti resistenti. Se invece si deciderà di seguirla bisognerà controllare che i contadini applichino la direttiva, con il rischio che l'agricoltura indiana sia sottoposta a un regime da stato di polizia. In entrambi i casi saranno i coltivatori a pagare le spese. Ci sarà infine un altro problema. L'India è il paese in cui è nato il cotone. Abbiamo circa 6000 varietà di cotone diverse, selvatiche e naturali. Alcune già colorate, altre bianche. Recentemente in Messico si è scoperto che in piante di mais coltivate con i metodi tradizionali erano presenti geni che provenivano da coltivazioni transgeniche, distanti anche centinaia di chilometri. Il passaggio dei geni introdotti artificialmente da una pianta all'altra minaccia le varietà naturali e la biodiversità. Bisogna tener presente che da questa forma di inquinamento è impossibile tornare indietro.

E' prevista una responsabilità legale delle aziende se si scopre che i loro prodotti inquinano geneticamente le varietà naturali, o se si sviluppano parassiti resistenti?

Nella politica ambientale c'è il principio secondo cui chi inquina paga. Ma questo principio non è mai stato messo in pratica nel settore dell'ingegneria genetica. Questa settimana all'Aja ci sarà un incontro sul protocollo della biosicurezza, e uno dei temi dell'ordine del giorno sarà quello della responsabilità legale di chi inquina. Questo è il solo modo attraverso cui possiamo garantire che aziende come la Monsanto non contamino tutto il mondo.

A metà aprile la rivista Science ha reso noto che due gruppi di ricercatori hanno sequenziato il DNA del riso. Una delle due mappe genetiche è in mano alla multinazionale svizzera Syngenta, e l'accesso ai suoi dati è regolato da una serie di condizioni restrittive. La conoscenza del genoma del riso apre la strada all'applicazione massiccia dell'ingegneria genetica a tutti i cereali, e quindi a nuovi brevetti sulla vita.

La decodifica del genoma degli organismi viventi crea una situazione analoga a quella che si verificò quando i primi colonizzatori occidentali tracciarono le mappe delle regioni che esploravano, attribuendogli diritti di proprietà. Invece che sulle aree geografiche, con le mappe genetiche si stabiliscono diritti di proprietà su caratteristiche della vita. Per questo il nostro movimento, presente ormai da diversi anni e diffuso in tutto il mondo, sostiene che le aziende possono fare tutte le mappe che vogliono, ma che non possono utilizzarle per rivendicare diritti di proprietà. In particolare, sul riso c'è un progetto che coinvolge gruppi della Tailandia e del Sudest asiatico e ci battiamo affinché non ci siano brevetti sul riso. Questi temi saranno ripresi a giugno, nel summit della Fao che si terrà a Roma.

Ma la maggior parte delle compagnie biotech attualmente sostiene che non rivendicherà diritti sul genoma in sé, ma piuttosto sulle modifiche genetiche che hanno l'obiettivo di migliorare le caratteristiche della pianta, rendendola per esempio resistente a parassiti o erbicidi.

Questo è esattamente lo stesso modo con cui i colonizzatori concessero agli Indiani d'America di tenere le loro terre, ma ne rivendicano la proprietà dopo averle di fatto occupate e alterate. La mappatura del genoma rende più facili gli interventi di ingegneria genetica. E la modifica genetica viene percepita come un'invenzione, tanto che si accetta che sia brevettata. Ma in questo modo le industrie acquisiscono diritti su una delle basi fondamentali della vita: il cibo. Si crea così un doppio problema: da un lato i contadini si indebiteranno per pagare i diritti su ciò coltivano e per affrontare i costi aggiuntivi che l'impiego delle biotecnologie comporta per l'agricoltura. Dall'altro, in questo contesto monopolistico ben pochi si opporranno a modifiche che vengono fatte sempre passare come se fossero la manna dal cielo.

Come nel caso del golden rice?

Sì. Questo riso è modificato geneticamente in modo che contenga beta carotene, una sostanza che l'organismo usa per produrre la vitamina A. Ho appena raccolto del riso rosso sull'Himalaya e lo farò testare: sono pronta a scommettere che contiene molto più beta carotene di quello presente in qualsiasi pianta di riso modificata geneticamente. Attraverso la Syngenta, il governo svizzero e quello indiano hanno stipulato un contratto proprio su un riso modificato geneticamente che contiene 30 microgrammi di beta carotene ogni 100 grammi di riso. Ma nella nostra terra crescono spontaneamente erbe che contengono quantità molto maggiori di questo composto: nel coriandolo, per esempio, ci sono 14.000 microgrammi di beta carotene per ogni 100 grammi. La carenza di vitamina A è un problema reale, che però esiste perché tutte le erbe verdi che avevamo, ricche di beta carotene, sono state spazzate via dall'uso massiccio di erbicidio, durante la rivoluzione verde. Ma la rivoluzione verde non ha distrutto del tutto l'agricoltura indiana: dove i pesticidi non sono arrivati, si coltivano ancora centinaia di specie di piante diverse, che vengono usate per l'alimentazione.

Intervista di Margherita Fronte – L'UNITA' – 24/04/2002


| MOTORI DI RICERCA | UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | LA POESIA DEL FARO|