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Il sociologo che ha svelato le torture di Pinochet

In un lampo la notizia ha fatto il giro del mondo. E tutti sanno che la Corte Suprema ha respinto l' ultimo ricorso di Pinochet. Il suo corpus sarà forse malandato, ma è salvo, e non ha bisogno di un habeas che lo protegga. Un corpo ben curato nell'ospedale militare dove chiede rifugio quando si avvicina una sentenza. Corpo ben protetto dalle sentinelle dell'esercito in una delle sue tante case di campagna, a Los Boldos. Siamo noi cileni a pagare, con le nostre tasse, questo modo codardo di nascondersi. Le famiglie delle vittime e i cittadini perbene hanno accolto la decisione della Corte come un miracolo dei re magi. Non è il solo. Il caso Operazione Condor (ndr- eliminazione degli oppositori ai regimi militari coordinata da Pinochet assieme alle dittature argentina, paraguaiana e boliviana) per la quale finalmente Pinochet sarà processato, è cominciato con un altro miracolo. Eccone la storia.

Il sociologo Martin Almada, paraguaiano, viene arrestato ad Asuncion nel novembre 1974. Lo trascinano davanti ad una specie di tribunale dell'inquisizione presieduto da un certo Pastor Coronel il quale presenta il sociologo alle persone che assistono all'interrogatorio, come “il terrorista più pericoloso del Paraguay”. Il dottor Almada si guarda attorno. Riconosce le autorità del paese, le vede sempre in Tv. Riconosce militari paraguaiani dalla fama oscura. Ma accanto a loro vi sono persone che non ha mai visto. Altri militari con uniformi straniere. Malgrado la luce sia scarsa si nascondono dietro occhiali neri.
Comincia un interrogatorio che continua per un mese. Non solo domande, ma tormenti crudeli. Fra gli ufficiali che vogliono fargli dire cose che non sa, c'é un cileno - colonnello dell'aeronautica Oteiza Lopez- e c'é un argentino, il commissario Hector Garcia Rey. In quel mese, nella caserma dove Almada è prigioniero, vengono torturate 1 200 persone. Lo si è scoperto «dopo».

Finito il mese di domande e torture, il dottor Almada é trasferito nel primo commissariato di polizia di Assuncion, sede dell'interpol. Comincia l'isolamento in un posto che raccoglie solo 43 prigionieri. Il dottore si impone di registrare ogni dettaglio, ogni segno, le più insignificanti parole ascoltate, per due buone ragioni. La prima: scoprire chi e in quale modo ha ucciso sua moglie. L'altra curiosità: ricostruire nomi e facce dei torturatori. Compagno di cella un poliziotto, anzi un commissario, il commissario Mancuello, caduto in disgrazia per non aver informato la polizia politica che suo figlio Carlos faceva parte della dirigenza del gruppo studentesco, facoltà di ingegneria all'università di La Plata. Il dottore chiede al commissario: “Perché sono stato interrogato da un militare cileno e da un poliziotto argentino?”.
“Caro Martin, siamo finiti fra gli artigli del Condor”, risponde Mancuello, con voce disperata. “Il Condor? Ma è un animale…”. “Non parlo dell'aquila delle Ande, ma del generale Pinochet, comandante che dà ordini, e del colonnello Manuel Contreras, suo capo della polizia segreta che coordina la repressione». Per la prima volta Almada sente parlare dell'operazione Condor. Era il marzo '75. Il commissario Mancuello sapeva certe cose: perché? Glielo spiega: faceva parte del gruppo ristretto della polizia paraguiana incaricato di controllare le telecomunicazioni. «Non possono lasciarmi parlare: se ci hanno messo assieme vuol dire che non usciremo vivi…”.

A confermare il pessimismo del compagno di cella, la terza stazione della via crucis del dottor Almada é il commissariato Numero Tre, chiamato Sepolcro dei Vivi. Prigionieri trattati come morti. Non esistevano. Nessuna lista di nomi. Nessun numero di cella. Solo stanze con dentro qualcuno. Almada finisce nella cella destinata ai comunisti paraguaiani incolpati di «rivolta intellettuale». Nella stanza accanto è sepolto l'avvocato argentino Almicar Latino Santucho, il quale racconta sussurrando che al suo interrogatorio avevano partecipato gli addetti militari di Argentina, Brasile, Uruguay, Bolivia e Paraguay. Anche lui sapeva dell'operazione Condor.

Almada sopravvive. Due anni dopo l'arresto, nel settembre 1976, viene internato nel campo di concentramento Emboscada. Accoglie 400 prigionieri politici, i quali, nell'agosto '77, organizzano uno sciopero della fame che apre un varco nella segretezza dei regimi militari e mobilita Amnesty e l'opinione pubblica internazionale. Almada è deciso ad andare fino in fondo: non val la pena vivere così. Lo salvano che sta per morire. Lo ricoverano in ospedale da dove scappa per chiedere asilo politico all'ambasciata di Panama.

Nel maggio '89 decide di querelare il generale Stroessner, da 35 anni dittatore del Paraguay. Querelare il generale, i suoi complici e chi ne proteggeva i delitti. Sfida pericolosa. In ogni piega della vita del paese continuava la minaccia dei boiardi di Stroessner. Almada dà la massima pubblicità ad ogni intervento accusatorio. Una specie di assicurazione sulla vita. «Se mi uccidono, pagheranno caro».
Dicembre 1992: visitando uno dei commissariati fuori città, Almada é avvicinato da una signora di 80 anni. Parla guaranì, lingua degli indigeni. Lo riconosce perché il dottore è diventato un personaggio, i giornali ne parlano. Lo abbraccia con parole ermetiche: “Chi è morto torna da eroe. Chi è stato prigioniero continua a soffrire. Le sue parole sono rimaste qui”. “Non capisco…”: Almada è confuso. “Questa casa era la mia casa. La polizia mi ha obbligata a venderla per farne un carcere. Mi sono opposta, allora hanno arrestato e torturato mio figlio accusandolo d'essere comunista. Ho ceduto per avere il corpo del mio ragazzo. Ma intanto ascoltavo: voci cilene, argentine, brasiliane agitavano le anime dei torturati”. “Vuol dire che qui c'erano prigionieri cileni, argentini, brasiliani?”. “Sono rimaste le loro anime, ma non solo le anime: in qualche posto anche le parole”. Il dottor Almada se ne va cercando di dare un senso al lamento della signora.

Due settimane più tardi un giudice coraggioso riesce ad imporre una perquisizione alla caserma centrale della polizia, ma proprio mentre il dottore sta leggendo il giornale che ne dà notizia, suona il telefono. Una donna chiede di incontrarlo con premura. Deve dirgli che i documenti sulla repressione chiamata Condor non sono nascosti nella caserma centrale: in un posto fuori città. Non ne conosce il nome, ma chi l'ha informata ha disegnato una mappa. E il dottore si accorge che la strada porta alla casa della vecchia guarani. Ricorda ciò che gli ha detto: “Qui sono sepolte le parole…”. Va dal procuratore che ha ordinato la perquisizione nel posto sbagliato. Lo trascina nella casa guaranì trasformata in commissariato segreto. Non è facile entrare: alti comandi e politici importanti intervengono come fulmini, ma alla fine il giudice la spunta. Alle 11 del mattino del 22 dicembre 1992, sepolte sotto il patio, scopre cinque tonnellate di documenti. Raccontano mezzo secolo di dittatura: amicizia e affari con transfughi nazisti, traffico d'armi, santuari della droga, e tre casse di carte dell'operazione Condor. Condor Uno é il nome in codice di Pinochet.

Patricia Verdugo – L'UNITA' – 07/01/2005

Intervista

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