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La verità in tempo di elezioni

Essere scrittore ed essere nato in un campo di concentramento, quello di Servigliano, trasformato in campo profughi ai tempi dell'esodo della mia famiglia da Fiume, nel 1947, e poi essere cresciuto nelle baracche del Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma fa si di essere spesso invitato a parlare della mia esperienza. Ci andrei molto più spesso di quanto non faccia se un virus non si annidasse in queste iniziative: quello della destra che si appropria del dramma di noi profughi dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia. La destra, complice il Pci, i suoi colpevoli silenzi, il suo malinteso filojugoslavismo internazionalista, ci si è attaccata subito dopo la guerra, con il nostro esodo. La destra fascista, dico, che non ha mai, mai, riflettuto sulle cause che hanno portato al dramma degli esuli, le cause prime, che non sono solo quelle derivanti da Tito, ma - oggettivamente - dalle scelte dell'Italia fascista: quella che, prima, ha tolto i diritti alle popolazioni slave dei nostri territori, che durante la guerra ha occupato con la violenza territori non italiani fino a inglobare Lubiana e che ha creato ignominiosi campi di concentramento come quello di Arbe; e che si è alleata con la Germania nazista di Hitler. Poi a una bestialità è succeduta l'altra bestialità, come una terribile nemesi. E la destra, fascista e post fascista, su questo, non ha mai avuto un ripensamento. Lo stesso che, parallelamente, hanno avuto - almeno - i postcomunisti. Vogliamo dire la verità una volta per tutte?

Vogliamo sottrarci, una volta per tutte, a qualsiasi strumentalizzazione.

Scrivo questo dopo la vergognosa anteprima dello sceneggiato televisivo Il cuore nel pozzo di Negrin. Vergognosa perché trasmessa lo scorso venerdì al Palazzo dei Congressi di Roma, all'interno della scenografia predisposta da Alleanza Nazionale per il decennale della sua nascita dalle ceneri di quello che era il Movimento Sociale Italiano. Trasmessa cioè come appropriazione del nostro dramma, di noi profughi. E alla quale appropriazione le associazioni dei profughi, istituzionalmente, si sono concesse distribuendo ai propri iscritti (io sono uno tra questi) l'invito a partecipare. Cioè a soggiacere alla strumentalizzazione. Credo che questo sarebbe stato possibile solo se Gianfranco Fini, leader di Alleanza Nazionale, così come ha chiesto perdono agli ebrei per le leggi razziali del fascismo, avesse colto l'occasione per una profonda riflessione sulle colpe che, come ha magistralmente scritto Claudio Magris su Il Corriere della Sera lo scorso 1 febbraio, ha avuto il fascismo, per tutto il Ventennio, nel “rinfocolare inumani e generici rancori razzisti antislavi, quegli ottusi odi antislavi che sono stati in parte all'origine di quella tragedia patita dall'Italia ai suoi confini orientali, che sono in parte responsabili della perdita di quelle nostre terre, che non avremmo mai perduto se il fascismo non avesse fatto la sua guerra”.

Questo senza togliere nulla, nulla, alle responsabilità di Tito e del Partito Comunista Italiano. Ma i postcomunisti, almeno, con Fassino, con Veltroni, con Violante, sono arrivati a una riflessione storica su tutto ciò. I postfascisti, da parte loro, dovrebbero fare altrettanto. Si è “post” anche per questo. Per un superamento che, in quanto tale, ha il coraggio di far proprie le lezioni della storia. E non per rimestarci sopra, blandendo, soprattutto in tempo di campagna elettorale, quella parte dell'elettorato fermo alla superficie dei fenomeni, per cui tutto comincia e finisce con Tito (e i comunisti).

Diego Zandel – IL MANIFESTO – 05/02/2005

*Diego Zandel è nato nel campo profughi di Servigliano. Ha scritto diversi romanzi, tra i quali «Massacro per un presidente» (Mondadori, 1981), «Una storia istriana» (Rusconi, 1987) e «I confini dell'odio» (Aragno, 2002) che hanno per protagonisti gente e luoghi del confine orientale. Con Giacomo Scotti è autore di un saggio su Ivo Andric' (Mursia, 1981).

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