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MUSICA

Edith Piaf, povero passerotto di Francia

Quando si aprì il sipario dell'Olympia, sulle note dell'orchestra, vedemmo avanzare una creaturina spaurita e barcollante, di capelli grigi, sorretta dal suo nuovo grande amore, il giovane parrucchiere greco Théo Sarapo, alto, bello come un dio greco. Credo che la sala avvolta da un'aura tragica, la voce di una Francia disperata, di una Parigi affamata d'amore e dirle con la freddezza di pochi battiti di mano che quell'uomo era un usurpatore, un signor nessuno, una sanguisuga che suggeva avidamente il miele della gloria altrui. Ma il sorriso di Edith, il passerotto (Piaf, in argot parigino) era lì a dirci che lei se ne fregava di quel che si poteva pensare di loro due insieme, perché lui le regalava il sogno di nuove carezze, entrava nel suo letto, la faceva sentire amata, e tanto bastava, ed eccola cantare che “alla faccia degli uomini/disprezzando le loro leggi/mai niente e nessuno/m'impedirà d'amare/ me lo sono conquistato questo diritto/ l'ho pagato questo diritto...”.

Un passerotto con l'artrite

La voce di Théo sapeva un po' di quelle campane di coccio che si vendono alle fiere di paese, e quando cantavano insieme A quoi ça sert l'amour? Il disagio era palpabile. Ma c'era lei a prenderci per mano, con la propria felicità che sprizzava da quegli occhi pieni di sofferenza, da quel corpo piegato dall'artrite che era davvero quello di un passerotto ferito e soprattutto da quella voce cupa e drammatica che aveva mille risonanze di gioia: “Ma tu sei l'ultimo( ma tu sei il primo/ prima di te non avevo niente / con te sto bene / sei tu che volevo / sei tu che mi ci voleva / te che amerò sempre / a questo serve l'amore...”.

Sangue livornese

Una nascita da leggenda, prima di tutto, come le tante che fioriranno attorno a lei. Scena prima: è il 19 dicembre del 1915, la prima guerra mondiale insanguina l'Europa e una donna di nome Line Marsa, d'origine livornese, si accascia sotto ad un lampione di Parigi, urlando di dolore. Un poliziotto accorre, l'aiuta a partorire e nasce Edith Giovanna Gassion, figlia di due artisti girovaghi, lui contorsionista e acrobata in un circo, lei cantante di fiere e mercati. Come potevano portarsela dietro in quella vita d'accatto? E chi dei due, visto che vivevano pressoché separati? La affidarono alla nonna materna che gestiva un bordello a Bernay, in Normandia.

Fin dove è leggenda? Oppure è verità? Se fosse verità, ecco la prima traccia di un “io” dal percorso tremendo: manca l'amore dei genitori e in quella casa di tolleranza l'amore è solo merce a pagamento. Ce n'é abbastanza perché più tardi la piccola Edith venga colpita da cecità, come se non volesse vedere ciò che la circondava. Cecità passeggera, fortunatamente.

Poi ecco ricomparire il padre, che si ammala mentre gira la Francia con lei e lei che si mette a cantare per la strada La Marsigliese per rimediare moneta e dar da mangiare anche a lui. E' la scuola di canto e in repertorio verrà poi anche il Ça ira della rivoluzione, che lei canta con una rabbia da sanculotta e una voce che sa di ruvida corda insaponata: “Ah ça ira ça ira ça ira/ les aristocrates à la lanterne/ Ah ça ira ça ira ça ira/ les aristocrates on lés pendras!”.

Così cambiò nome

A 18 anni è già incinta di un muratore, Luis Dupont. La figlia che nasce, Marcelle, morirà di meningite all'età di due anni. Eccola dunque già in pieno calvario, la piccola Edith. Che potrà ormai capitarle di peggio? E infatti il futuro le riserva qualcosa di meglio: l'impresario Louis Leplée che la porta al cabaret Gerny e le offre di cantare per qualche sera. Ma un momento: questa ragazzina ha voce potente ma un corpo da scricciolo, come diremmo noi, sicché Leplée le affibbia il nome d'arte di Piaf, il passerotto, e via quel Gassion che sa di poco.

A questo punto il biografo direbbe che quel passerotto spicca il volo, che la Piaf resta per mesi a Gerny, che intellettuali e cantanti, a cominciare dal già famoso Chevalier, accorrono per ascoltarla. Dice anche che Leplée muore e che nella vita di Edith entrano Raymond Asso, Michel Emer (autore di molte delle sue canzoni), Paul Merisse e tanti altri che – pare – le sono anche maestri. Uomini che vanno e vengono e lei che ad ognuno chiede sempre di più, lei che ha un incontenibile bisogno d'amore. Come quando sul finire della seconda guerra mondiale (lei intanto è già un nome e si esibisce nei locali di grido ma anche nei campi di concentramento dove i nazisti rinchiudono civili e militari), conosce Yves Montand e con lui canta al Moulin Rouge. Ogni sera la sua voce diventa una dichiarazione d'amore per il giovane ex scaricatore di porto di Marsiglia d'origine italiana, che ci sta, ma per poco e vola via appena diventa lui stesso un nome di cassetta.

Nel 1946 Edith Piaf scrive la parole (la musica è di Louiguy) per una canzone che diventa l'inno del ritorno alla vita di una Francia pugnalata dall'Italia e invasa dai nazisti e ora liberata dagli alleati e dai partigiani. E' La vie en rose, “due occhi che fanno abbassare i miei/ un sorriso che si perde sulla sua bocca/ ecco il ritratto senza ritocchi/ dell'uomo al quale appartengo/ quando mi prende tra le braccia/ e mi parla sottovoce/ io vedo la vita in rosa...”.

Non dice “io sono mia”, ma “l'uomo al quale appartengo”, poiché Edith vuole e ha bisogno di appartenere a qualcuno, da sentirsi protetta, eletta, desiderata. La sua voce è ormai la storia della Francia, ma a lei questo non basta. Quanti dischi sta vendendo? Quanti soldi sta guadagnando? Nessuno lo sa, ma è certo che nessuno l'ha vista con levrieri al guinzaglio scendere impellicciata da una limousine. Edith continua ad essere un passerotto che canta l'amore e che di amore ha bisogno più del pane. Per le sue stanze e i suoi camerini passa gran parte del futuro della canzone e del cinema francesi: Gilbert Bécaud, Charles Aznavour, Charles Dumont (un altro che le scrive bellissime canzoni), Leo Ferré, Eddie Constantine. Taluni si fermano un po', altri fuggono lasciandole le loro canzoni. Come George Moustaki, che due anni fa a Torino ci raccontava di com'era difficile viverle accanto. Moustaki scriverà per lei Milord, che in Italia segnerà l'affermazione della giovane Milva.

Una canzone una tappa di vita

Intanto scorrono le canzoni: Les amants de Paris, Hymne à l'amour, Jezebel, Padam Padam, La goualante du pauvre Jean, La foule, Mon menège à moi, non, je ne regrette rien, La belle histoire d'amour, Les flon-flons du bal, T'es l'homme qu'il me faut, Mon Dieu...L'elenco è lungo, centinaia di successi, ristampati in questi anni in grandi e costose raccolte. Ognuna di queste canzoni segna una tappa della vita di Edith, che ha trovato in Marguerite Monnot, musicista classica, una straordinaria collaboratrice (con lei è nato quell'Inno all'amore scritto dopo la morte del pugile marocchino Marcel Cerdan, che stava volando verso di lei, che era a New York, su un aereo che si schianta su una montagna delle Azzorre). Con la Monnot nasce anche Milord (di Moustaki erano solo le parole), per dirne solo due. Ma Edith era brava anche come autrice di testi, che avevano il pregio della poesia della strada, della lingua parlata. Come appunto nell'Inno all'amore: “Io me ne fotto del mondo intero/ quando l'amore inonda le mie mattine/ che m'importa dei problemi/ amore mio, perché tu mi ami”. Edith era in albergo a New York (l'accoglienza americana fu una prima volta freddina, poi clamorosa) quando le televisione dette la notizia dell'incidente aereo nel quale persa la vita Cerdan. Dovettero imbottirla di calmanti. Lui era un pugile, non un cantante, e forse era finalmente davvero l'uomo giusto, il Grande more, perché Marcel dalla faccia di pietra era già famoso e non aveva bisogno di lei per assicurarsi un posto nell'Olimpo delle celebrità. Quella morte la rigettò all'inferno.

Porta il mio corpo a Parigi

Siccome le sue canzoni erano cantate da tutti, capitò anche che qualcuna assumesse connotazioni politiche, come quando i reduci dall'Algeria, e i parà, si appropriarono di Non, je ne regrette rien per cantare, in polemica con De Gaulle, che ciò che avevano fatto oltremare era tutto giusto. Un destino che questa canzone non meritava e che va riportata ad una Piaf che quando non precipita nel baratro delle droghe o delle malattie e conosce lo sprazzo di sole di una nuova storia canta di non rimpiangere “né il bene che le hanno fatto/ né il male/ tutto questo per me è uguale/ ho pagato amato dimenticato/ chi se ne frega del passato/ Con i miei ricordi/ accendo un fuoco/ le tristezze e i piaceri/ li metto via/ e riparto da zero”.

Ripartì da zero anche con Theophanis Lamboukas, in arte Théo Sarapo, ed era il 1961. Il povero Théo era appena arrivato alla platee che Edith si ammalò, facendosi promettere da lui che se fosse morta l'avrebbe riportata a Parigi. Era l'11 ottobre 1963 e il ragazzo non fece una piega, caricò quel corpo quasi senza peso sul sedile posteriore della macchina e raggiunse la Capitale.

Una voce per l'eternità

Edith Giovanna Gassion fu sepolta a Père-Lachais, il cimitero delle celebrità e dei Comunardi, com'era giusto, e quel giorno c'erano centomila persone che la piangevano, Jean Cocteau aveva scritto l'elogio funebre ma anche lui scomparve prima di poterlo leggere. Parlava della Piaf come di una “bocca da oracolo”, “di mani da lucertola tra i sassi”, di “una voce per l'eternità che terrà testa ai secoli”. E aveva ragione, se anche noi, dopo quarant'anni di fragori, non siamo riusciti a dimenticare quella serata all'Olympia.

Leoncarlo Settimelli – L'UNITA' – 12/10/2003



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