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Flessibili a New York

Come vive (o meglio non vive) chi fa le pulizie nelle case, chi serve al bar, chi svuota i cassonetti e spazza le strade, chi stipa di merci nottetempo gli scaffali dei supermercati, chi accudisce i vecchi negli ospizi? In altre parole: di cosa è fatta la quotidiana lotta per la sopravvivenza ai gradini più bassi della piramide sociale? Nessuno lo sa veramente, niente e più nascosto di quanto sta sotto gli occhi di tutti. Ha tentato di rompere un velo che più che altro è d'indifferenza l'americana Barbara Ehrenreich, con un'indagine sul campo, anzi sul posto...di lavoro, per la rivista Harper's. L'indagine poi è divenuta un libro, edito in Italia da Feltrinelli con titolo assai significativo: Una paga da fame. Come (non) si arriva alla fine del mese nel paese più ricco del mondo (Feltrinelli, pp.164, € 13,50).

Si comincia a Key West, Florida. Qui la Ehrenreich lascia la sua esistenza di saggista affermata, insieme alla casa e alle carte di credito. E si mette alla caccia del lavoro. Si dovrebbe trovare: siamo o non siamo nell'America di fine millennio dove il tasso di disoccupazione è prossimo o sotto lo zero, dove tanti sussidi sono stati tolti da Clinton per spingere gli ex assistiti a darsi una mossa e rimboccassi le maniche, immagine cara alla retorica liberista di tutto il mondo?

Prima lezione: annunci e offerte si sprecano, ma in realtà servono a creare una riserva di manodopera per tappare i buchi là dove, cioè quasi dappertutto, le condizioni sono tali da favorire, per usare un eufemismo, un certo ricambio. La chiamata non tarda ad arrivare. Trovato posto come cameriera in un ristorante, la Ehrenreich scopre che parecchi colleghi non possono permettersi un'abitazione vera e propria ma devono coabitare oppure adattarsi a stare in roulotte: la paga oraria, mance incluse, è sui sei dollari e dunque a fine mese ci sono mille e rotti dollari. Il costo dell'affitto d'un monolocale è 600/700 dollari ma ce ne vogliono almeno il triplo per affetti anticipati, cauzioni eccetera. Roulotte anche per la Ehrenreich. Si dirà che la cameriera è mestiere da studenti in vacanza. Pare invece che, come ha scritto anche il New York Times, gli studenti siano oggi troppo presi da corsi e varie attività extra e parascolastiche per fare lavori stagionali. Ciò che toglie loro, capi del futuro, la capacità d'immedesimarsi coi loro futuri sottoposti. Nel settore, si assiste piuttosto all'arrivo in massa dell'emigrazione esteuropea.

E' in un'impresa di pulizie a Portland, nel Maine, che la Ehrenreich trova un altro impiego trasferendosi per vedere da vicino altre realtà. Qui riesce a barcamenarsi perché trova anche un posto part time nella mensa d'un ospizio, reparto Alzheimer. Si tratta di portare i piatti, ritirare quelli sporchi e metterli nella lavastoviglie, tra dispetti dei degenti che sono tutto sommato tocchi di colore in un mondo del lavoro sempre più asettico. Intanto l'autrice vive in squallidi motel da cento dollari alla settimana. Lo fanno in tanti in America: Costa un po' meno d'una casa, non ci vogliono anticipi, cauzioni e poi...perdi il posto? Ne trovi uno nuovo. E anche un nuovo motel. Un numero crescente di homeless, di senzatetto sono appunto occupati, non più disoccupati da stereotipo del clochard di un racconto di Paul Auster. Nella casa di cura la paga è 7 dollari l'ora. Nell'impresa di pulizie, una catena americana in franchising, 6,65. The Maids, Le Domestiche, così si chiama l'impresa, reclamizza il “sistema ginocchioni”: ginocchia a terra, strofinaccio e olio di gomito! La Ehrenreich si rende conto cosa significa pulire la tazza del cesso e ci regala la tragicomica catalogazione dei tre modi in cui la merda s'incrosta (colate, schizzi, grumi) e delle relative difficoltà a toglierla. Per non parlare dell'immancabile selva di peli pubici nei sifoni delle Jacuzzi. Ma non è per delicatezza di stomaco che alla fine deve cedere. E' perché, come capita a tante, il fisico cede. Come a Key West due lavori sono necessari ma non sostenibili a lungo. Anche se è una sportiva, le si blocca la schiena. Eppure il video di preparazione di Maids sostiene che si può raggiungere una totale immedesimazione con l'aspirapolvere a zaino: “Adesso io sono l'aspirapolvere”.

Ultima tappa a Minneapolis, Minnesota. Solita trafila per trovare da lavorare e dormire. Qualche notte in hotel prima di trovare un motel. Il conto che va in rosso. Gli immancabili test di valutazione al computer hanno sostituito il colloquio. L'esame delle urine per valutare se si fa uso di droghe. Certo, ci sono siti internet che danno consigli su come spurgarsi, con quali tisane e dove comprarle eccetera: recapitano perfino urine pulite a domicilio. Ma capita che il candidato venga invitato a farla fresca quasi sotto gli occhi dell'analista di fiducia della ditta. Il posto trovato è da Wal Mart, la più grande catena di ipermercati del mondo, il più grande datore di lavoro americano con oltre 825 mila dipendenti nel '98. Il fondatore non è più di questo mondo. Si chiamava Sam Walton, era un self made man che ricordava un po' Berlusconi per l'uso massiccio di video preparatori e la retorica aziendale paternalista. Ma si distingueva da lui per il culto (quasi imposto ai sottoposti) della seconda guerra mondiale, cui aveva dato il proprio contributo come combattente. Le regole d'ingaggio ricordano la varie fobie del Cav. (per l'aglio, per barba e baffi eccetera) ma le superano in eccentricità: niente t-shirt, solo camicie o polo, jeans esclusivamente di venerdì e solo previo versamento di un dollaro e mezzo alle casse! Il lavoro trovato dalla Ehrenreich è questo: rimettere a posto la merce abbandonata dai clienti in giro. La vita in motel le impone abbigliamento del tipo non-stiri e pasti fast food perché in camera non si può cucinare, da Wendy's con 4 dollari ci si sfama di fagioli e formaggio: scoperte importanti per proletari postmoderni. Gli spostamenti sono in aut e a carico del dipendente, spesso i mezzi pubblici non coprono il percorso. Ma nonostante il frenetico risistemare roba negli scaffali (aggravato dai continui cambiamenti di disposizione fatti per stimolare il cliente abituale), senza un secondo lavoro non s'arriva a fine mese, che peraltro qui è il fine settimana perché è questa la cadenza di pagamento americana secondo un principio di adattamento della tempistica retributiva al turn over imposto dai ritmi di lavoro e dalle flessibilità. Da Wal Mart le colleghe presentano segni di povertà postmoderna: problemi ai denti (il dentista è troppo caro), alimentazione avitaminale da fast food, abuso di pasticche analgesiche e altri medicinali per evitare assenze. Più d'una fa ricorso a società umanitarie che danno buoni spesa! La mutua a pagamento non tutti possono permettersela e non è obbligatoria. I sindacati sono inesistenti in tante realtà aziendali e gli attivisti o semplicemente i protestatari sono sottoposti al ricatto del licenziamento, che può avvenire con varie scuse. Da Wal Mart, per esempio, altro che articolo 18!, basta aver violato il codice di comportamento con parolacce in reparto per essere messi alla porta. C'è poi da un lato l'ossessione da parte del datore per il “tempo rubato”, cioè perso in chiacchiere da dipendenti. Dall'altro la tendenza a non pagare gli straordinari, cioè a rubarlo. Ci sono le angherie dei capi, spesso inutili vessazioni pagate all'altare della sindrome da secondino e delle più demenziali trovate aziendali.

Insomma un quadro desolante, dove le “risorse umane” (per citare il titolo d'un recente film francese sull'argomento) sono soprattutto materia da soma. Dal libro della Ehrenreich (che rappresenta un modello di giornalismo investigativo, altro che gole profonde!) emerge una galleria che fa assomigliare i tanti workers incontrati alle strazianti statue iperrealiste di Duane Hanson. La cameriera nera che pulisce le camere d'albergo in Florida sembra la statua di Quieenie, donna delle pulizie d'un ospedale, nome di regina e disarmato aspetto di schiava con scettro-scopino.

Il sasso gettato nello stagno della retorica liberista è grosso e fatte le dovute proporzioni ci si chiede cosa risulterebbe da un'indagine analoga nell'Italia dei salari minimi (tributo pagato ai criteri di Maastricht dalla gente comune) e del caro affitti e del caro-rc auto eccetera. Emergerebbe che c'è un ceto pauperizzato dove dietro l'effetto confondente e spiazzante di una settimana di ferie a Sharm-el-Sheik, di un telefonino e della mountan-bike, ci sono esistenze ristrette in un'impossibilità progettuale. Dove si spende quasi tutto per la casa e non si può pensare a fare figli ma solo a parare i colpi della sorte (un dente cade, si boccia la macchina). Dove il proletariato odierno non è dissimile da quello ottocentesco descritto da Marx ed entrambi sono tenuti ai meri livelli di sussistenza. Questo ceto, purtroppo, a differenza che in America, poiché la nostra civiltà è più livellata, comprende anche tante professioni un tempo dignitosissime e borghesi. Sul filo dei mille euro al mese c'è tutto un popolo che cammina, senza dreams da infrangere, con qualche miraggio di prosperità riposta nelle promesse dei politici in tempi d'elezioni.

“Un giorno – conclude l'autrice – i poveri che lavorano si stuferanno di ricevere così poco in cambio...Quel giorno, la rabbia esploderà e assisteremo a scioperi e distruzioni. Ma non sarà la fine del mondo e, dopo, staremo meglio tutti”. Ma l'unica cosa certa che ci riserva il futuro sono bollette e altre varie scadenze di pagamento.

Antonio Armano – L'UNITA' – 09/07/2002

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