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Circolo di poesia


LETTERA in VERSI

Elena Bono

editoriale

Profilo bio-bibliografico

Antologia poetica

Intervista

Antologia critica

Intervista di Liliana Porro Andriuoli


Molteplice è stata negli anni la tua attività letteraria, iniziata con la poesia (
I fenicotteri, 1948, silloge successivamente confluita nell’omonima sezione de I Galli notturni), ma arricchitasi in seguito di notevoli opere di narrativa (Morte di Adamo, Come un fiume, come un sogno, Una valigia di cuoio nero, Fanuel Nuti - Giorni davanti a Dio) e di teatro (fra i tanti Ippolito, La testa del Profeta, La grande e la piccola morte, I Templari, e la tetralogia sui Doria e sui Fieschi). Noi qui siamo costretti per l’argomento trattato a restringere il campo alla sola poesia, nella quale, dopo un inizio caratterizzato da un andamento prevalentemente lirico (I Galli notturni), sei passata nella tua seconda raccolta, Alzati Orfeo, ad un andamento più drammatico, rilevabile anche in poesie pubblicate nelle successive sillogi Piccola Italia e Invito a Palazzo. Riconosci un’evoluzione in questo senso fra la tua prima e la tua seconda poesia?

Sì. Dalla lirica pura (vedi Fenicotteri) si passa via via ne I galli notturni (vedi “Io ho paura della notte” disse il Re) a forme drammatiche attraverso Alzati Orfeo ed Invito a Palazzo sino a ricavarne veri e propri spettacoli teatrali (non semplici recital) con scene, costumi e musiche. Così è avvenuto con Piccola Italia e Invito a Palazzo.

 

Alludi probabilmente ai giovani della «Compagnia del fiume» di Pisa, che hanno dato veste teatrale proprio a questi due testi. A proposito del primo di essi, Piccola Italia, una raccolta che segna un punto d’arrivo nella tua produzione poetica, con poesie che sono tra le più alte che siano state scritte sulla Resistenza, vorrei farti una domanda ormai quasi di rito, ma che penso non ti dispiaccia: Che cosa ha significato per te da un punto di vista umano questo momento della nostra storia?

A me giovinetta, attraverso il sacrificio dei miei compagni e coetanei, ha rivelato l’eterno ripetersi della Passione redentrice di Cristo attraverso la storia e il dovere per ognuno di noi di essere presente e facitore (non semplice spettatore) della Storia.

 

La tua quarta silloge, Invito a Palazzo, è un libro nel quale ti immergi in un mondo da noi molto lontano, quello orientale, di cui percepisci con sottile sensibilità l’intima essenza. Che cosa ti ha spinta ad avvicinarsi ad esso e cosa ti ha permesso di penetrarlo così profondamente?

Fin da giovanissima ho subito una fortissima attrazione per l’Oriente scrivendo le mie primissime poesie, poi rinnegate e distrutte, per una specie di transfert, senza motivi espliciti. Successivamente è venuto lo studio di quel patrimonio filosofico e poetico al quale debbo - come ai Classici greci e latini, al Petrarca e al Leopardi - una grande lezione: cristallina trasparenza della parola e nuda semplicità del linguaggio, fuori dai contorsionismi analogici.

 

Soffermiamoci ancora su Invito a Palazzo. Si nota sovente nelle poesie di questa silloge, come ad esempio in quella eponima, un marcato significato del “simbolo”. Quale importanza assume il “simbolo” nel contesto della tua poesia?

Non soltanto la mia poesia, ma la poesia stessa di qualunque vero poeta è sempre qualcosa di soprareale o, se si preferisce, di simbolico.

 

Il trittico per San Francesco (Ballata in tre tempi per Francesco d’Assisi) è tra le cose più alte che l’epopea francescana abbia ispirato. Come ti è nato?

Contemplando il gruppo ligneo di San Francesco che riceve le stimmate, situato nella chiesa dei Cappuccini, vicino a casa mia (N.d.R. a Chiavari).

 

Veniamo alle poesie non ancora pubblicate in volume. Una di esse, particolarmente efficace, è intitolata Il dodicesimo custode degli orologi imperiali («Nuovo Contrappunto», Anno IV, n. 2, 1995) ed è, o almeno mi è apparsa, emblematica di un motivo ricorrente nella tua produzione poetica, quello dell’inesorabile fluire del tempo. I lunghi silenzi infatti e le meditazioni del “divino Sieng-Fung”, il sovrano menzionato nella poesia, sembrano concentrarsi proprio sul mistero dello scorrere del tempo e quindi su ciò che di sublime gli strumenti che lo misurano racchiudono in sé. Condividi questa interpretazione?

L’interpretazione è sostanzialmente esatta. Il motivo centrale è l’orologio con quanto di misterioso, di pauroso e di inesorabile esso significa per tutti noi, dai potenti ai più umili mortali.

 

Un’altra poesia, uscita per ora solo su rivista («La Riviera Ligure», Anno XI, n. 32, 2000), è Il magrissimo asceta fece un interminabile cammino, dove ritroviamo quelle che sono le caratteristiche della tua poesia ispirata dal mondo dell’Estremo Oriente. Possiamo considerare tale poesia un apologo valido anche per il mondo occidentale di oggi?

Indubbiamente la poesia - come in modo sublime esprime Ugo Foscolo - si sottrae al logorio del tempo. Pertanto anche la lirica qui citata ha valore tuttora per il nostro mondo. Essa esprime la necessità di imparare da Dio la misericordia non solo verso gli altri ma anche verso la nostra povera persona con tutte le sue molte miserie corporali e spirituali.

 

Dominante nella tua poesia è la valorizzazione della persona umana, vista nella tua complessa totalità: l’uomo in senso “integrale” è sempre il protagonista dei tuoi lavori; un uomo raffigurato sia nel suo “umano sentire” che nel suo slancio verso l’Eterno. Ci vuoi parlare di questa tua concezione dell’uomo “veramente umano”?

Pur nella povertà della condizione umana, credo fermamente con la Bibbia che l’uomo condivida con Dio una somiglianza, e perciò il senso di tutti i Valori: l’uomo veramente umano. Per me la figura ideale resta quella di Bisagno, come espresso nella lirica intitolata O Bisagno.

 

La tua è una poesia intimamente religiosa, per i valori che propugna. Ti ritieni una poetessa confessionale in senso cattolico? E ancora, con quali pensatori cattolici ti senti in maggiore sintonia?

Mi ritengo scrittore cattolico sì, ma non in senso strettamente confessionale; molto ho sentito Pascal e Maritain.

 

E’ stato detto che il tuo cristianesimo ha una venatura di giansenismo. Fino a quale punto pensi sia valida una tale affermazione?

Mi richiamo a Pascal e al Manzoni, col suo forte senso della Provvidenza nella Storia.

 

Il penultimo verso della lirica (Dalla betulla si effonde) con cui inizia la silloge I Galli notturni suona: “Così semplice era tutto: chiudere gli occhi e guardare”, sul cui significato sei già intervenuta varie volte. Ti dispiace chiarirlo per i Lettori di “Lettera in Versi” anche alla luce dei tristi bagliori del nuovo millennio?

Dal momento nichilista delle mie primissime poesie orientali (vedi Barca sul Gange riportata in Fanuel Nuti: “Chiudi gli occhi; / le cose sono dovunque le stesse / ed in te stesso nulla / v’è di meglio del buio”) mi ridestai alla Storia la sera stessa di quel tragico 8 Settembre ‘43. No. Non chiudere gli occhi alla realtà ma riguardarla bene dentro di sé per comprenderla e capire che cosa bisogna fare. Il che è più che mai necessario compiere al giorno d’oggi in cui tutto rischia di esteriorizzarsi.

Se dovessi essere tu a fare un’intervista a Elena Bono, quale altra domanda ti faresti?

Mi farei questa domanda: da dove provengono nelle tue opere tanti personaggi storici o meno? Con Pirandello rispondo: sono personaggi in cerca d’autore. Questo mi avviene sia nella poesia, sia nel teatro, sia nella narrativa. Si presentano col loro nome e con le loro gesta. Come avvenga questo non so. Essi parlano ed io annoto nomi e gesta. Per la poesia cito ad esempio Io ho paura della notte ed il citato Dodicesimo custode degli orologi imperiali. La spiegazione? Bisogna forse ricorrere a Einstein: spazio uguale tempo o viceversa. E’ la contemporaneità nel nostro spirito di tutti e di tutto nel presente nel passato e forsanche nel futuro.

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