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Circolo di poesia


LETTERA in VERSI

Elena Bono

editoriale

Profilo bio-bibliografico

Antologia poetica

Intervista

Antologia critica

ANTOLOGIA CRITICA

Ciò che caratterizza queste poesie è la loro semplicità nucleare, la loro capacità di concentrare in pochi tratti la vita elementare ed eterna delle cose.

(Camillo Guerrieri Crocetti, Prefaziona a I fenicotteri, Genova 1948)

Ha scritto i versi forse più sinceri e profondi sulla Resistenza.

(U. Vittorio Cavassa, «Il Secolo XIX», 1952)

 

Il più casto dei canti e quello che più turba. Il più vago e quello che più concretamnete ripropone il problema della vita e della morte, chiedendo ragione della nostra presenza del mondo.

(Ettore Serra, Reggio Calabria, «Italia intellettuale», giu.-dic. 1953)

 

Una delle espressioni più alte della poesia dei nostri giorni; un ritorno a quel senso delle cose eterne che è radice di ogni poesia e speranza di rinnovamento vero.

(Bonaventura Tecchi, Reggio Calabria, «Italia intellettuale», giu.-dic. 1953)

 

Quel che colpisce nella poesia di Elena Bono è il senso del tempo […]. Colpisce la solennità dei rifiuto alla vanità dell'esistenza […]. V'è insieme la consapevole accettazione del dolore che in se stesso trova conforto e forza per imporsi una speranza.

(Dante Troisi, Reggio Calabria, «Italia intellettuale», giu.-dic. 1953)

 

Il linguaggio di Elena Bono è estremamente composito e, al medesimo tempo, capace delle più strane, labili evocazioni.

(Emilio Cecchi, Milano, «L’Illustrazione Italiana», nov. 1956)

 

E' la vera rivelazione poetica di questi anni. E benché il suo esordio sia recente, ha già segnato nel campo del dramma […], della lirica […], della prosa […], tali orme da lasciarti quasi l'impressione che di rado o mai una personalità poetica, al suo primo apparire, abbia offerto di sé tanti indizi di una grandezza già in atto, per una sorprendente duttilità dell'ingegno, per una potenza di penetrazione psicologica e di trasfigurazione fantastica rare anche nei grandi, per un timbro inconfondibile della voce, per una varietà di motivi e di forme, che non è eclettismo, ma adeguamento al proprio mondo intimo, nel quale i moti di una gentile e delicata femminilità sfociano non di rado nell’abbandono cosmico o nel fraterno consentire di un'anima che diresti già liberata dalla carne, e che pur soffre della pena diffusa non sai più se delle cose o dei cuori o dell'aria che spira intorno con sottile impercettibile brivido.

(Francesco Pedrina, in Voci d’Italia - Antologia, Milano, Trevisini editore, 1956, 1° ediz.)

 

Qui siamo innanzi ad un autentico temperamento poetico. E non basta. Qui siamo innanzi a una tecnica consumata, capace di sfruttare, fino in fondo, le doti di quel temperamento.

(Vincenzo Errante, lettera privata)

 

[I galli notturni] è la lirica che dà il titolo alla raccolta e quella che, con un alto e assorto dettare, meglio dà la misura d’una potenza fantastica quale da anni non appariva nella lirica italiana moderna. Qui tace il sentimento religioso che è al fondo d’altre liriche e la visione che dànno questi Galli notturni è quasi altrettanto spettrale che quella del Cantico del gallo silvestre; e non meno nuova. Qui Elena Bono è leopardiana senza echi o reminiscenze; lo è, cioè, nel senso più assoluto: quello della poesia che attinge i suoi vertici naturali.

(Francesco Pedrina, in Poesia e critica, vol 3°, parte 2°, Milano, Trevisini)

 

Nello stampo classico, nel rigore d'una cultura estremamente controllata, viene celata una materia incandescente. La «novità» della  Bono è tanto ricca e variata, tanto affidata all'ispirazione della realtà (spesso della stessa cronaca) da non risultare sempre facilmente definibile. Ci troviamo, insomma, di fronte ad una vocazione poetica particolarissima ma continuamente sostenuta nei limiti e nei termini d'un gusto autentico, di un'immagine giustificata anche se audacissima […] Un rapporto continuo gioca lo scambio tra mistero e realtà; in una misura sempre controllata che però non toglie nulla all'ispirazione estemporanea. Si veda il ciclo intitolato Fiori rossi per avere un esempio di come dalla pienezza giovanile del cuore, dalla colma presenza della poesia genuina, sia stato possibile alla Bono tradurre in leggenda la cronaca, senza sminuirla, senza limitarla, senza farle perdere, soprattutto, la sua qualità civile. E’ tempo di rendersi conto che lo scrittore che attendevamo nel dopo-guerra è giunto.

(Nazareno Fabbretti, Roma, «Il Popolo», 13 feb. 1957)

 

Le liriche dedicate alla Resistenza - dalle più ampie alla brevissima, commovente e davvero felice Piccola Italia - sono pervase da un respiro altissimo.

(Paolo Marletta, Brescia, «Humanitas», apr. 1957)

 

Giustamente alcuni critici hanno visto nella poesia di Elena Bono una nuova dimensione e una nuova poesia […] Questa poesia che si trattiene per virtù di forte interiorità in altissimo cielo, ha tuttavia delle radici e dei nutrimenti terrestri vivacissimi […] La sinossi operata dalla scrittrice esige in chi legge una attitudine sinfonica in modo che lo stesso spazio spirituale - in chi ha scritto e in chi legge - comprenda queste due realtà rivolte dialogicamente l'una verso l'altra: la parola che si rivolge alla carne e la carne che si rivolge alla parola.

(Abramo Levi, Milano, «Letture», lug. 1958)

 

In lei non è solo profondo il senso religioso, ma generoso e risentito l’afflato umano. Di qui quella castità d'accenti che non va mai disgiunta dalla fermezza, l'assenza di abbandoni melanconici e di patetici cupio me dissolvi ma piuttosto un virile asserire e proclamare cose indubitabili e il mutarsi talora della preghiera in comando, in richiamo risoluto agli uomini in preda a un inerte dolore o a una gioia satanica dinnanzi all'ultima catastrofe del mondo.

(Francesco Pedrina, Storia della Letteratura Italiana, Milano, Trevisini, 1964)

 

Nasceva in tal modo una nuova poesia religiosa e civile. Dopo Manzoni (se si escludono alcuni asciutti lampi dell'ultimo Rebora) l'Italia non aveva più conosciuto una forte poesia religiosa. […] Nella Bono invece acceso slancio d'amore e confidente abbandono, ansia messianica e divorante sete d'anima costituivano il tessuto inconsutile di una religiosità totale. […] Anche il canto civile si esprimeva con un vigore affatto nuovo. Ed un tema come quello della Resistenza, assunto da altri come lirico pretesto, ella affrontava nella forma più sobria. Ma come la fame e la sete di giustizia, la memoria di quanto sangue sempre costi l'affermazione di ciò che è «diritto e umano sentire dell'uomo» entrano nel circolo della composizione, avverti che la poesia (magari una poesia cui non eravamo più abituati) dà ala a questa ideale visione degli accadimenti storici.

(Giuseppe Cassinelli, in Non la pace ma la spada - Introduzione all’arte di Elena Bono, Savona, Sabatelli, 1968, pp. 13-15))

 

I galli notturni instaurano […] un nuovo rapporto di chiarezza dualistica tra soggetto e oggetto, tra l'esistenza e l'essenza. Poi che la poesia, sul proprio bateau ivre era approdata con lucida coerenza in Inferno, segnando una condizione limite di precisa portata storica con l'identificazione soggetto-oggetto, i Galli non potevano stabilire alcun recupero della parola se non come conoscibilità stessa dell'universo. Non è tanto una ricerca della «parola vergine», quanto una riassunzione del linguaggio come ordine del mondo. Per questo il linguaggio della Bono penetra con semplicità oggi quasi incredibile nell'invenzione e nella forma: la sua azione ha di fronte non tanto le nozioni poetiche ottocentesche e novecentesche («Ronda» compresa, - benché la «ripresa» leopardiana di Cardarelli e della «Ronda» costituisca talvolta un addentellato a certe espressioni dei Galli), quanto un preciso atto di scelta d'ordine morale: qualcosa di più, evidentemente, del recupero tentato sulle reperibili estenuazioni che il «verbo» ha subito attraverso secoli di uso e d'abuso. In ciò consiste soprattutto il suo classicismo, non rapportabile ad alcuna circostanziata èra let­teraria.

(Giuseppe Cassinelli, in Non la pace ma la spada - Introduzione all’arte di Elena Bono, Savona, Sabatelli, 1968, p. 21).

 

[…] ha conseguito nel 1953 il premio Vallombrosa per la poesia religiosa, e le è stata assegnata l'onorificenza della «Fronda d'Oro» nel quadro delle manifestazioni organizzate a Chiavari per onorare le personalità più illustri della Liguria, conferitale «per la sua limpida scrittura religiosa, per la sua profonda capacità di entrare nel mondo cristiano che ella rivive soprattutto attraverso la Bibbia e i Vangeli…».

(Marcella Uffreduzzi, in Poeti italiani di ispirazione cristiana del Novecento, Genova-Savona, Sabatelli editore, 1979, p. 223)

 

        Elena Bono (1921), […] in I galli notturni del 1952 rive­lavain limpidi versi la sua forte passione civile riuscendo ad affronta­re il tema resistenziale con vibrante commozione, pur senza cadere nelle abusate formule retoriche.

(Francesco De Nicola, in L’ulivo e la parola, Genova, Ed. Sabatelli, 1985, p. 103)

     

          Un obiettivo costante e ben chiaro della poesia della Bono è stata la coralità, ovvero raggiungere nel verso (nella prosa o nel teatro) la testimonianza più larga possibile del sentimento del tempo di una generazione. Un obiettivo non da poco, perseguito con coraggio, senza paura dell'oratoria in cui una simile scelta non può a volte non cadere, ma anche senza paura di una certa emarginazione dalle strategie letterarie correnti, essendo lontano sia da una struttura ermetica sia da quella neorealistica, dominanti l'immediato dopoguerra che videro il germinare di questa poesia.

 (Stefano Verdino, in La poesia in Liguria, Forlì, Forum/Quinta Generazione, 1986, p. 119)

 

      Tra le figure narrative più articolate della Bono - e tra le sue cose più originali - sono le poesie «orientali», la cui serie intera (quasi quarantennale) costituisce Invito a palazzo (1982) (simmetrico a Piccola Italia -1981- che raccoglie la serie poetica resistenziale): in questi testi dà la migliore prova la congiunzione di classicismo e narrazione della poesia della Bono.

 (Stefano Verdino, in La poesia in Liguria, Forlì, Forum/Quinta Generazione, 1986, p. 120)

 

       La principale caratteristica della poesia di Elena Bono è la limpidità del suo dettato, l'immediatezza con la quale viene incontro al lettore e la sicura scioltezza con la quale giunge al suo compimento. Ad esaminarla più attentamente poi, ci si accorge che in essa vi è anche ricchezza d'immagini e libertà di fantasia, sapienza tecnica e profondità di pensiero, che compiutamente si fondono, in modo da generare un armonioso equilibrio

 (Elio Andriuoli, in Venticinque Poeti (Ricerche sulla poesia del Novecento in Liguria), Genova, Liguria, Edizioni Sabatelli, 1987, p. 203)

 

       Il motivo dominante di queste poesie è quello di una continua ricerca della saggezza, che sollevi l'uomo dalle sue opache passioni e lo concili invece con l'idea della morte, quale liberatrice di ogni male. La futilità del nostro perenne affannarci per cose quanto mai passeggere, l'eco del vano tumulto di civiltà che passarono senza quasi lasciare traccia di sé, l'accettazione della propria sorte con sorridente distacco, il retto operare per raggiungere la pace dell'animo, l'obbedienza al volere imperscrutabile degli dei o comunque di una forza superiore che ci sospinge: ecco i temi che qui più spesso affiorano, con una varietà d'impostazione tuttavia e una freschezza di voce che lasciano sorpresi e ammirati.

  (Elio Andriuoli, in Venticinque Poeti (Ricerche sulla poesia del Novecento in Liguria), Genova, Liguria, Edizioni Sabatelli, 1987, p. 214)

     

         Col passare degli anni, dunque, la parola si carica di una simbologia intensamente allusiva, pur senza rinunciare al proposito di «dire» tipico della sua prima maniera. Elena Bono, insomma, resta fedele alla sua personale poetica intesa a stringere la poesia alla vita, ma finisce col proiettare sempre più il suo «discorso» nei sondaggi dell’anima. Sotto questo aspetto, non c’è differenza tra le sue opere di poesia e le sue opere di teatro; anzi, si illuminano reciprocamente.

  (Vittoriano Esposito, in Poesia Non-poesia Anti-poesia del ‘900 italiano, Foggia, Bastogi Editore, 1992)

      

        Nessuno che abbia senso di poesia esiterà a riconoscere in E. B. un poeta… Ha scritto i più semplici schietti generosi versi per la Resistenza. Ad esempio questa epigrafe che stringe in brevi parole un così cocente rimpianto ed un così alto ammonimento: «Morirono per la  libertà / essi a cui i padri non avevano insegnato a vivere liberi». E questi altri versi, i più fieri che la recente guerra, ahimè anche civile, abbia ispirati: «Le spalle al muro combattiamo questa battaglia / per i morti i vivi e coloro che nasceranno. / Combattiamo per tutti anche per i nemici. / Se destino è cadere, cadiamo da uomini / noi che dicemmo al mondo che cosa è l’uomo». Che magnifico verso è quest'ultimo. E quanto sarebbe piaciuto all'Alfieri e anche al Corneille.

  (Alfredo Galletti, Palermo, «La Rupe», ago. 1993)

      

         De son côté, Elena Bono, résidant en Ligurie depuis sa prime jeunesse même si elle est née à Sonnino, dans le Latium, en 1921, a assimilé toutes les humeurs, les atmosphères et le caractère de la région au point d'acquérir une sorte d'isolement hautain par rapport à la mondanité littéraire ; ce qui la fait apparaître, de quelque façon, revêche. En effet, sa recherche vise principalement à donner des significations au déroulement inexorable du temps, mais avec un particulier et profond moment de recueillement sur la spiritualité de l'homme, ce qui lui permet de percevoir aussi l'harmonie des choses, les voix du silence avec un abandon religieux. Vibrante image de Dieu, l'homme, vivant de cette force récupérée au moment du combat le plus âpre (l'expérience de la guerre) aborde lentement la compréhension de la complexité de l'existence.

  (Bruno Rombi, La poésie ligurienne d’aujourd’hui, in Eugenio Montale et la poésie ligurienne du XXème siecle, Cahier n. 41 de «Poésie Rencontres», realisé par Bruno Rombi et Marc Porcu, Lyon, oct. 1996, p. 102 e «Extracelle», n. 6-7, automne-hiver 1994, p. 87)

 

       Il profondo conflitto che domina tutta l’opera della Bono, tra logica del potere, generatrice di infinito sangue, e logica cristiana dell’amore, si esprime stilisticamente in un forte espressionismo, che contamina linguaggio classico, dialettalità, neologismi, con lampeggiamenti espressivi di forte efficacia.

  (Elio Gioanola, Storia della Letteratura Italiana, Milano, Librex, 1996)

 

          La sua poesia […] appare percorsa da una grande tensione morale e si sviluppa sull'onda di uno stile limpido e di classica misura, pur se modernissimo per sensibilità e per novità di soluzioni letterarie. Il dettato della Bono, apparentemente semplice, si rivela ad un’attenta lettura frutto di un'arte consapevole e quanto mai ricco e complesso. La sua è una poesia animata da un'alta forza spirituale (la Bono si definisce “scrittrice cattolica”), che sa cogliere momenti di vero pathos specialmente in talune delle sue più impegnative composizioni, quali Lamento di David sul gigante ucciso, Canto di Daniele, Santa Giovanna, e che raggiunge alcuni dei suoi vertici più toccanti nei versi scritti in memoria dei partigiani caduti durante il Secondo Conflitto Mondiale: si vedano, ad esempio, le Stanze per Rinaldo Simonetti, Severino, Dicevi: - A primavera -, Vengono i giorni, Su una piccola armonica a bocca.

  (Elio Andriuoli, in L’erbosa riva, Torino, Genesi, 1998)

    

       … nei versi di Elena Bono la ricchezza immagifica e la libertà della finzione sono abbinate ad un pensiero profondo e a una tonalità rabbiosa, sostenute dalla freschezza e l'eleganza dello stile. C'è un gioco di seduzione che riesce a superare il tempo reale dell'esistenza in versi che ricordano le nebbie e le isole di corallo, ma anche i lunghi racconti di marinai o la purezza e l'angoscia di Giovanna d'Arco. Nelle poesie di Elena Bono c'è anche un orgoglio-riflesso del suo passato di partigiano che chiede di essere rispettato, specialmente nelle ore estreme, quando all'uomo è data la vera morte, quella di morire in piedi. Anche quando la poetessa si ferma a sentire le voci impercettibili, nate da un doloroso silenzio, o quando percepisce la presenza di un ricordo, la sua capacità di ridarlo con una semplicità incisiva ce la fanno sentire molto vicina.

  (Stefan Damian, in Autori liguri contemporanei/Autori liguri contemporani, Piatra Neamt, Editura Nona, 1999, p. IX-X)

 

       Le mot « engage-ment » renvoie naturellement aux auteurs qui désirent par leur poésie apporter leur contribution, par leurs idées et leur imaginaire, a l’amélioration de la société ; ainsi en est-il pour des poètes a­ussi différents qui sont Elena Bono, Giudici, Sansa et Martini.

  (Francesco De Nicola, La Ligurie et la poésie, in La poésie ligurienne du XXème siecle, Cahier n. 46 de «Poésie Rencontres», realisé par Francesco De Nicola et Marc Porcu, Lyon, juin 1999, p. 10)

 

           A voler riassumere il messaggio della poesia di Elena Bono, ci sembra di poter dire che in essa si tro­vano valori sia umani che cristiani, i quali emergono appieno in ognuno dei filoni che abbiamo esaminati. […] Vi è un continuo scambio tra gli uni e gli altri valo­ri, dai quali scaturisce una poesia ricca e piena; espressione di una forte personalità di scrittrice che ha saputo affrontare vari generi letterari, sempre con estrema sapienza tecnica ed originalità, dandoci in ognuno opere degne di essere ricordate.

  (Liliana Porro Andriuoli, in Valori umani e cristiani nella poesia di Elena Bono, Recco, Le Mani, 1999, p. 44-45)

 

       Attività poliedrica è quella di Elena, eppure coerentemente sorretta, nelle sue manifestazioni, da un orientamento intellettuale che è insieme etico ed estetico, nutrito di sensibilità e di cultura di intelligenza e storica consapevolezza.

  (Vico Faggi, «La Riviera Ligure», Anno XI, n. 32, 2000)

 

          Idea portante dell'intera silloge [Piccola Italia], e forse dell'intera produzione della Bono, è che non i «potenti», ma i «deboli» sorreggono il mondo, lo riscattano, lo fanno camminare, soffrendo silenziosamente una passione in cui si ripete e si completa quella di Cristo. Così che un ragazzo delle nostre campagne, come Rinaldo Simonetti detto «Cucciolo», può entrare con «un animo da re negli alti palazzi della morte» ed entrare nella storia non meno di un Leonida, l'eroe delle Termopili, di grandi santi come Giovanna d'Arco, Stefano, Sebastiano, figure che si stagliano in uno spazio di solitudine e di purezza tanto da sovrastare i loro carnefici.

  (Margherita Faustini, «La Riviera Ligure», Anno XI, n. 32, 2000)

 

        Credo che il nucleo portante di tutta l'ispirazione di Elena Bono vada individuato, come aveva intuito Dario G. Martini in un saggio dedicatole nei primi anni '50, in una ostinata e puntigliosa polemica contro il nulla. La Bono è intimamente cattolica, anche se il suo cattolicesimo ha evidenziato col tempo qualche venatura forte di giansenismo: il suo cristianesimo ama certo la croce, ma non disdegna, quando sia necessaria, la spada. E tuttavia credo che, come alcuni laici, essa sia giunta a riconoscere che il nulla può essere vinto anche da chi non crede in Dio ma nell'umanità. Anche se ognuno di noi fosse destinato a dissolversi dopo la morte non per questo sarebbe condannata l'umanità.

  (Roberto Trovato, «La Riviera Ligure», Anno XI, n. 32, 2000)

 

          Mette conto soffermarci un istante sui Fenicotteri, anche nella prospettiva dello svolgimento futuro della sua poesia. A differenza di tanti poeti la cui giovane voce è il più delle volte soltanto effusione lirica, la poesia della Bono si concretava spesso in pure visioni (gli intatti silenzi delle montagne, la “1uce di gemma bianca” di fine estate, 1e “ardenti foreste d'autunno”, il volo incorrotto e quieto dei fenicotteri incontro alla notte), e in figurazioni mitologiche della natura (Artemide, Nascita di Venere) o in umanissime figure come quella di Ella sorrideva al marinai. […] Nei Fenicotteri, inoltre, si annuncia già la sua capacità di attingere, con i mezzi più limpidi e piani, la grazia dell'assorto contemplare. Con l'affinamento di tali mezzi la Bono canterà canti non dimenticabili:  Luna sul Palatino, Mezzogiorno, Terra lunare, I galli notturni, I notturni silenzi e i grandi spazi esemplari di come un paesaggio diventi paesaggio d'anima e di come, alla tradizionale discorsività di carattere espositivo-concettuale, se ne sostituisca un'altra di tipo intuitivo e per immagini.

  (Giuseppe Cassinelli, «La Riviera Ligure», Anno XI, n. 32, 2000)

          

          Dotata di una profonda cultura letteraria classica e moderna, Elena Bono (Sonnino, Latina, 1921) esordisce come poeta in piena stagione neorealistica con la raccolta I galli notturni (1952), che mostra una straordinaria maturità stilistica per un’esordiente. Ci sono poesie sulla Resistenza, ma che non hanno nulla a che vedere con l'agiografia tipica del tema e del periodo, dal momento che la materia resistenziale è oggetto di forti investimenti esistenziali e religiosi, nelle drammatiche domande sul senso di una lotta fratricida, in cui non si sa chi sia Caino e chi sia Abele. La seconda raccolta, Alzati Orfeo (1958) mostra un'evoluzione dai toni della lirica (mai centrata del resto sull'io) a quelli dei dramma, secondo una tendenza alla personificazione delle voci che dichiara una netta vocazione teatrale.

 (Elio Gioanola, «La Riviera Ligure», Anno XI, n. 32, 2000)

 

          In quasi mezzo secolo di operosità, che l'ha vista cimentarsi in diversi generi: poesia, narrativa, teatro, saggistica e traduzione di tragedie greche, la Bono è rimasta fedele ad alcuni temi. In effetti le sue pagine hanno quale filo conduttore la critica al potere, elemento nullificante dell'individuo; il sarcasmo verso la “l'eterna, rancida, rognosa politica” degli uomini; il conflitto fra imperativi morali e scelte dettate da necessità contingenti; il confronto con la Storia, luogo in cui siamo chiamati a batterci per cambiare il mondo; la denuncia dell'assurdità della guerra; il senso di pietà che unisce sconfitti e vincitori; la sacralità della sofferenza quotidiana; il biasimo per quanti non fanno tesoro dei sacrificio degli altri; l'esaltazione della libertà; e infine il rispetto della dignità dell'uomo.

  (Roberto Trovato, «La Riviera Ligure», Anno XI, n. 32, 2000)

          

         […] la Bono aveva sciolto fin dall'inizio, per lampi, il nodo etico-estetico della sua poetica, con un verso del 1943 che stabiliva l’incipit: “Così semplice era tutto: chiudere gli occhi e guardare”; e con ciò già dava il benservito a ogni realismo e neorealismo non fondati sull’evidenza invisibile dell’unicità morale della persona (non delle apparenze individuali!) nella sua libertà/responsabilità”.

  (Giovanni Casoli, in Novecento letterario italiano ed europeo, vol. 2, ROMA, Ed. Città Nuova, 2002, p. 67-68)

 

          Per Elena Bono la libertà/responsabilità dell'unica persona umana non è un teorema ma si realizza, o si fallisce, sempre e solo nell'emergenza storica più fattuale, sia esteriore che interiore: perciò ha scritto in classica compostezza i più bei versi sui fatti reali e sui valori ideali più alti della Resistenza, non nascondendosi affatto crudeltà e bassezze come sempre concomitanti, ma non inquinanti la sua parte pura.

  (Giovanni Casoli, in Novecento letterario italiano ed europeo, vol. 2, ROMA, Ed. Città Nuova, 2002, p. 68)

  

         Nell’opera di E. B. colpisce, insieme con lo scrittore di razza, l'uomo di così scolpito rilievo spirituale […] In questo scrittore già altri ha notato eccezionale virilità accanto a ineffabili dolcezze […] Le facce di questo autore sono tre, ben distinte: poeta lirico, narratore, drammaturgo; ma le tre, poi, fanno una perfetta unità, perché, poeta la Bono lo è sempre […] Quanto alla sua letteratura dell'antialibi, un senso negativo e contro questo alibi proclama l’imperativo categorico di combattere.

    (Adolfo Oxilia,  da Piccola Antologia Critica in appendice a Piccola Italia)

 

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